IV

By Giovanni Berchet

Ella è sola dinanzi le genti,

sola in mezzo dell´ampio convito;

né alle dolci compagne ridenti

osa intender lo sguardo avvilito.

Vede ferver tripudi e carole,

ma nessuno l´invita a danzar;

ode intorno cortesi parole,

ma ver´ lei neppur una volar.

Un fanciullo che Madre la dice

s´apre il passo, le corre al ginocchio,

e co´ baci la lagrima elice

che a lei gonfia tremava nell´occhio.

Come rosa è fiorente il fanciullo,

ma nessuno a mirarlo ristà;

per quel pargolo un vezzo, un trastullo,

per la madre un saluto non v´ha.

Se un ignaro domanda al vicino

chi sia mai quella mesta pensosa

che sul ricci del biondo bambino

la bellissima faccia riposa,

cento voci risposta gli fanno,

cento scherni gl´insegnano il ver:

- È la donna d´un nostro tiranno;

è la sposa dell´uomo stranier. -

Ne´ teatri, lunghesso le vie,

fin nel tempio del Dio che perdona,

infra un popol ricinto di spie,

fra una gente crucciata e prigiona,

serpe l´ira d´un motto sommesso

che il terrore comprimer non può:

- Maledetta chi d´italo amplesso

il tedesco soldato beò! -

Ella è sola: ma i vedovi giorni

ha contato il suo cor doloroso;

e già batte, già esulta che torni

dal lontano presidio lo sposo.

Non è vero. Per questa negletta

è finito il sospiro d´amor:

altri son i pensier che l´han stretta,

altri i guai che le ingrossano il cor.

Quando l´onte che il dì l´han ferita

la perseguon, fantasmi, all´oscuro;

quando vagan su l´alma smarrita

le memorie e il terror del futuro;

quando sbalza dai sogni e pon mente

come udisse il suo nato vagir;

egli è allor che alla veglia inclemente

costei fida il secreto martir:

- Trista me! qual vendetta di Dio

mi cerchiò di caligine il senno,

quando por la mia patria in obblio

le straniere lusinghe mi fenno?

io, la vergin ne´ gaudi cercata,

festeggiata - fra l´itale un dì,

or chi sono? L´apostata esosa

che vogliosa - al suo popol mentì.

Ho disdetto i comuni dolori,

ho negato i fratelli, gli oppressi,

ho sorriso ai superbi oppressori,

a seder mi son posta con essi.

Vile! un manto d´infamia hai tessuto,

l´hai voluto, - sul dosso ti sta;

né per gemere, o vil, che farai,

nessun mai - dal tuo dosso il torrà.

Oh! il dileggio di ch´io son pasciuta

quei che il versan non san dove scende.

Inacerban l´umìl ravveduta

che per odio a lor odio non rende.

Stolta! il merto, ché il piè non rattengo,

stolta! e vengo - e rilevo fra lor

questa fronte che d´erger m´è tolto,

questo volto - dannato al rossor.

Vilipeso, da tutti reietto,

come fosse il figliuol del peccato,

questo caro, senz´onta concetto,

è un estranio sul suol dov´è nato.

Or si salva nel grembo materno

dallo scherno - che intender non sa;

ma la madre che il cresce all´insulto

forse, adulto, - a insultar sorgerà.

E se avvien che si destin gli schiavi

a tastar dove stringa il lor laccio,

se rinasce nel cor degl´ignavi

la coscienza d´un nerbo nel braccio,

di che popol dirommi? a che fati

gli esecrati - miei giorni unirò?

per chi al cielo drizzar la preghiera?

qual bandiera - vincente vorrò?

Cittadina, sorella, consorte,

madre, ovunque io mi volga ad un fine,

fuor del retto sentiero distorte

stampo l´orme fra i vepri e le spine.

Vile! un manto d´infamia hai tessuto:

l´hai voluto, - sul dosso ti sta;

né per gemere, o vil, che farai,

nessun mai - dal tuo dosso il torrà.