VII

By Antonio di Meglio

Alma gentil, nelle più belle membra

posta ch'ancor qua giù mostri natura,

sanza comparazion tu sola in terra,

Amor, quando nel cor mi si rasembra

dove l'immagin della tua figura

dipinta ha di sua man, seco mi serra.

Quivi comincia quella dolce guerra,

senza la qual non viverei contento

e con fronte serena così dice:

«O spirito felice

più ch'altro, se 'l soverchio piacimento

di questa d'onestate imperatrice,

vera, somma fenice,

non la farà contraria al tuo talento

a la qual parte attento

star t'amunisco, e che dì e notte pensi

del sempre onorar lei quanto conviensi!

Lo regno nostro, al qual tu se' subietto,

imper ha di qualunque costei mira;

perché sie cauto in ciò che pensi o fai».

Questo mi narra e pruovo per effetto

pur del pensar, che a lei venendo mira,

dover men pena morte essermi assai.

Perch'io rispondo: «O car signor, che sai

qual sia mia facultate e tuo gran foco,

sue celeste bellezze e gran valore,

reggi il tuo servidore,

che sanza te nïente vale o poco!

Scusimi l'età pura el troppo ardore,

nato dal suo splendore,

il qual me attrasse all'amoroso gioco;

piacciati, a tempo e loco,

farle palese mia perfetta fede,

che dee d'ogni fallir trovar mercede.

E ben conosco me, signore, indegno

d'essere a tanta maiestà subietto

e non idoneo allo onorar costei,

perché non ha poter l'umano ingegno

tanto essaltar de' cieli il ben perfetto

che non appaia defettivo e meno».

E quelli: «Or guarda al suo aspetto sereno,

e 'ndustriati cantar quanto me' puoi

qual parte più d'ogni altra in lei ti piace».

Ond'io: «O sir verace,

del vago aspetto ed ornamenti suoi

sì ogni parte insieme si conface

che non saria capace

distinguer qual più piaccia mai fra noi.

Se pur comandi e vuoi

che si canti di lei, l'ubidir fia

mie scusa a riprension d'ogni follia.

Sopra sue chiome d'or dico che un velo

ride candido, bel, crespo e sottile,

pel qual si cerne il bel che par che copra,

e tal volta un diadema alto su a cielo

porta leggiadro, altero e signorile,

da far Giove fra noi venir di sopra,

e 'l bel candido fronte, che quell'opra

adorna e regge, non si vede offeso

da nullo incarco, né si muta o varia,

ma sta qual fosse in aria,

per miracol da' ciel, per sé sospeso,

né mai far festa lieta o voluntaria,

ma gnuda e solitaria

sanz'essa dea, per cui d'amor son preso.

E così par disceso

in quel loco, ove appare il suo bel viso,

quel ben che ne può dar il paradiso.

Al mirar sotto gli archeggiati cigli,

dove splende il bel lume di due stelle

ch'alli raggi del sol invidia fanno

abaglio sì ch'alcun non mi ripigli,

se non so ben ridir le cose belle,

che dentro a quelle immagino che stanno;

ma pur, o veri amanti, il degno scanno

d'Amore è quivi: il vidi e sua saetta

quindi mi trasse fabricata d'oro.

Quand'ella volge loro,

ne' cuor gentil un dolce par che metta,

che passa ogni disio d'altro tesoro.

Costei dal sommo coro

per informar sua gloria è stata eletta;

questa a ragione è detta

che passa al mondo ogni altra maraviglia

e che se stessa e null'altra somiglia.

Neve, foco, rubini e vivo sole,

composti insieme dal Fattor superno,

ornan le guance, in ch'io mi specchio e veggio:

ma 'l sangue mi s'aghiaccia e 'l cor sen dole,

ché 'l mio fisso mirarle essere eterno,

lasso, non puote, e pur altro non chieggio:

ma qual più ben dimandar posso o deggio?

Miro le degne tempie, ove talora

erbe, fior, frondi, rose e violette

di sue proprie man mette,

col dritto naso e bel, che quelle odora,

e l'angelica bocca, onde son dette

grate, oneste e perfette

parole, di che 'l ciel so che innamora.

Di perle i denti ancora

guardo e 'l pulito mento, e dico: «Questa

ci ha dato il ciel per nostra dea terresta».

D'un color cristallin la gola svelta,

alta, pulita, splendida colonna,

esce de l'ampie spalle e largo petto.

Ed oltre alle bellezze, pare scelta

da Dio essemplo a ciascun, uomo e donna,

che cerchi onesto vivere e perfetto.

Le ben composte braccia con diletto

mirabil guardo, e le man dilicate

tutte vivorio son bianche e distese;

l'andar, lo star palese

ne 'nforma e mostra che la deïtate

con ogni estrema possa a farla attese.

Reverente e cortese,

lieta, modesta sta con gravitate

e con benignitate;

e con tanta onestà tutto procede

che crederlo non puossi, e pur si vede.

Resembra dea, s'ell'è con vesta scinta

e quel medesmo da cintura stretta.

Lascisi ogni altra a ragionar di lei;

Vener sarebbe con Dïana vinta

o qualunque altra per bellezze eletta

da Febo o Giove o da qual altri dei.

O giocondi, o felici pensier miei,

se voi fussi ben noti in quella parte

ove l'alma infiammata vi riduce,

che Castore o Poluce

non son nel ciel con sì beata parte,

né 'l bel ratto pincerna al sommo duce

se quel che 'n fama luce

di lor ben fosse qual narran le carte

da li poeti sparte,

qual io nel mondo mi potrei dar vanto!

E qui fo fine all'amoroso canto».

A le' s'andrai, canzon, con umiltate

merzé chiamando mite e reverente,

m'informa veramente

Amor trovarsi e mercede e pietate

nella sua maiestate,

della mia vera fé fatta la pruova,

ché grazia in nobil cor sempre si truova.