XXIV

By Giambattista Giraldi Cinzio

Vano pensier, che 'n lascivo uomo regna,

sì dal dritto camin sovente il toglie,

ch'a donna, ch'è d'ogn'alta loda degna,

dà biasmo, perch'è dura a le sue voglie,

e benché n'arda in van, sempre s'ingegna

far credere ad ognun che il frutto coglie

del folle amor, macchiando l'altrui onore,

s'egli ben di desio si strugge e more.

E quindi avien che spesso biasmo acquista

non una donna sol, ma tutto il sesso,

per falsa colpa che accusa e atrista

donna, che fallo pur non ha commesso,

ma che 'n tutta la vita non fu vista

aver pensier di disonesto eccesso,

ond'altri crede poi quel che non lece

che sian tutte macchiate d'una pece.

E per questa cagion s'odon le voci

in biasmo de le donne, così ardenti

da chi degne le tien di mille croci,

di catene, di ceppi e di tormenti,

non s'accorgendo che lor danno i Proci

(trovandosi le man piene di venti)

infamia tal, perché, pieni di rabbia,

voglion mostrar non seminare in sabbia.

Negar però non vo' quel che si vede,

che 'n tanta moltitudine di donne,

non ne sian d'impudiche, o per mercede,

o per vano desir, che 'n lor s'indonne,

ma ve n'ha tante d'inviolabil fede

e di salda onestà ferme colonne,

che per una di quelle ree impudiche,

mille e mille ne son d'onestà amiche.

E mi par poter dir, che la costanza,

che nel feminil sesso si ritrova,

cagione sia che se per mala usanza

donna dal camin dritto si rimova,

sia conosciuta questa sua inconstanza,

per cosa assai maravigliosa e nova,

il che non si faria se l'uom vedesse

ne lo stuol tutto queste macchie impresse.

E se sei, dieci, venti uomini e trenta,

ch'a i ladrone ci diansi a gli omicidi

non dannan gli altri c'han la mente intenta

a gir, per virtù, altieri in tutti i lidi,

perché deve la gloria restar spenta

de le donne, per poche in cui s'annidi

disonestà lascivia, inganno e dolo,

sendo onesto fedel poi l'altro stuolo?

Ma a che cerch'io con penna e con inchiostro

illuminar chi da sé luce rende?

Come se non avesse già dimostro

questo sesso gentil quanto egli splende,

però tornando al primo parlar nostro,

chiaro vi fia che l'altrui onore offende

tal, che si vanta e vanamente gracchia

di donna, che 'n se mai non ebbe macchia.

Ne l'altro canto i' vi promisi esporre,

perché Nicandro ne la rossa insegna,

voluto avesse il braccio umano torre,

come chi il segno primo e sprezza e sdegna,

però tempo mi par ch'io debba sciorre

l'obligo e dirvi l'alta impresa e degna

ch'al figliuolo narrò d'Anfitrione

il valoroso e nobile barone.

Visto ch'ognuno intento era ad udire

l'istoria che promise il cavaliero,

egli, che desiava di scoprire

de la difesa donna l'onor vero,

così cominciò: – In Elide desire

vano empì un uom di così stran pensiero,

ch'arse di donna non men vaga e snella,

che cortese in maniere ed in favella.

Costei giunta era ad uomo sì gentile,

di corpo sì formato e bel d'aspetto

che l'amor di qualunque altro avea a vile

perch'avea lui per suo signore eletto;

né le poteva alcun far mutar stile

benché pien si mostrasse d'alto affetto

che con la fe' con cui gli s'era data,

voleva al suo marito esser legata.

Ma essendo, come abbiam detto, cortese

larga di guardi e vaga di sembiante,

saluto sempre a ogni saluto rese,

con maniera gentile, onde l'amante,

di ch'io vi parlerò, di lei s'accese

tanto, quanto altro si accendesse inante,

di donna che pensasse di potere

con preghi o con merce a sua voglia avere.

In casa de la donna una vecchia era,

ch'avanzava di tempo la Cumea,

di sozzo aspetto e abominevol ciera,

simile al malvagio animo ch'avea;

vista la vecchia il folle amante spera

se piegar puote questa donna rea

di non poter aver mezo migliore

di scoprire a l'amata il grave ardore.

Con doni cerca indurla e con suoi preghi

a far che quella, ond'avampava tutto,

facile a' suoi desir si volga e pieghi,

e il tragga fuor de l'angoscioso lutto;

le dice che d'aitarlo ella non neghi,

che se il suo amor, per lei fia al fin condutto,

non pur per madre l'averà, ma d'ogni

cosa largo le fia che le bisogni.

E quivi aggiunse le parole e i modi,

che insegnar suol amor a chi lui segue

e meschia insieme giuramenti e frodi,

acciò che l'aspra fiamma nol dilegue,

ma amor con modo tale arda ed annodi

la donna, che i suoi lacci e il foco adegue,

e ch'ella in lui così ogni voglia ponga

ch'ad essergli cortese si disponga.

Costei, ch'era una aletto, una megera

venuta a noi da le tartaree parti,

e del suo male oprare andava altiera,

ingannando con fraude altri e con arti

gli dice: – Io voglio questa tua guerriera,

col tempo, sì cortese e amica farti,

che vo' che sol te notte e giorno chiami

e sol te sovra ogni mortal cosa, ami.

Ma perché far ciò non si può in un giorno,

ché bisogna disporla a poco, a poco,

pascendo te n'andrai del viso adorno,

per refrigerio del tuo ardente foco,

insin ch'a poter far con lei soggiorno,

commodo, tempo ti ritrovo e loco! –

Così con finta e verisimil ciancia,

tiene il folle amator su la bilancia.

Questi, credendo quel ch'egli vorrebbe,

per verissimo tien ciò ch'ella dice

e risponde ch'a lei tanto egli debbe,

quanto venir per lei spera felice,

e che la molta confidenza ch'ebbe

di averla ne l'amore suo fautrice,

l'aveva indutto a dimandarle aita

per conservazion de la sua vita.

E che sperar voleva, che tantosto,

ch'ella vedesse l'agio si daria

a quel che di finir gli avea proposto,

col mezzo, che miglior le pareria;

poi ch'assai detto fu, fu assai risposto,

e la vecchia promise che faria

che ne godrebbe; il giovane partissi,

avendo mille strali entro al cor fissi.

Come si vede tenera fanciulla

allegra star di quel che le promise

la madre e avere ogn'altra cosa a nulla

ch'altri di voler darle si divise,

così seco si gode e si trastulla

con la speranza che nel cor gli mise

la mala vecchia il giovane inesperto,

tenendo ciò ch'ella avea detto, certo.

Ovunque la sua donna compariva,

l'amante l'era inanzi riverente,

ma bench'ardesse molto, non ardiva

indicio darle de l'accesa mente;

ella, che non credea che per lasciva

voglia ciò fesse, baldanzosamente

gli rendeva il saluto e con un riso

accompagnava spesso il lieto viso.

La vecchia intanto in lui nutre la face,

cangiando i molti doni in gran promesse,

e mostra ch'a la donna molto piace

ch'abbia per lei nel cor le fiamme impresse,

e che disposta era di dargli pace,

tosto ch'agio il marito le ne desse

e che se l'aspettar gli parea grave,

gli saria esser con lei poi più soave.

Qual medico che febre ardente voglia

curar con pura e fredda acqua di fonte,

a l'infermo di bere accresce voglia,

cercando che la sete ognor sormonte,

tal de la donna la rea vecchia invoglia

il semplice garzon, perché più monte

il desio di goderla, acciò che poi,

ella possa compire i pensier suoi.

Quindi talor la scelerata vecchia

gli dona, a nome de la donna un fiore,

dicendo: – La tua amante si apparecchia

a trarti fuor d'affanno e di dolore! –

Il miserello, che le porge orecchia,

le presta fede e pur vive in errore

che nulla del suo amor la donna udiva,

e di ciò che costei dicea, mentiva.

Ché se per cenno alcuno, o per parola

de la vecchia il suo amore avesse inteso,

impender l'avria fatta per la gola,

tanto ne saria stato il cor suo offeso,

ma così avea, ne la tartarea scuola,

questa malvagia il simolare appreso,

ch'ancor che fusse scelerata e scaltra,

si facea nondimen tenere un'altra.

Onde la donna e tutta la famiglia

non solo non l'avean per scelerata,

ma tutti la credean d'onestà figlia,

e la miglior che fusse al mondo nata;

intanto la rea vecchia il tempo piglia

e porta al folle amante una ambasciata

e dice che la donna sua sapere

gli fa che dar gli vuol quel ch'egli chere.

E ch'è il marito suo per uscir fuore

de la terra e per irsene in contado,

e che però la notte, a le quattro ore,

venga ch'avrà quel che d'aver gli è a grado

e ch'ella intanto gli mandava il core,

(il che sogliono far donne di rado)

non pur per chiaro de l'amor suo segno,

ma per rara sicura e certo pegno.

Come il marito suo sposa novella

piena d'amor, con desiderio attende

e sdegnosa talor seco favella,

ché tardi troppo e il suo tardar riprende

se portata le vien da alcun novella,

ch'egli sen venga a lei, via più se incende

e non le par che mai quell'ora giunga

ch'ella col suo marito si congiunga.

Così costui, che non scorge le insidie

e più crede a costei che non bisogna,

tanto lieto è che par che non invidie

suo stato a Giove e sol quell'ora agogna,

che vincer gli può far tutte le invidie,

e lo sciocco, veggiando, seco sogna

che con la cara sua donna si giaccia

e come a grado gli è se ne compiaccia.

E tanta ave nel cor questi allegrezza,

che tenerla entro a sé non la può occolta,

vizio che commune è a la giovanezza,

s'a giovane piacer donna si volta

che gioventù poco ogni gioia apprezza

se non la fa sapere a gente molta,

donna ch'a tal si dia ch'arda e sfaville

certa esser può ch'a saper l'abbiam mille.

Se n'andò questi allora a' suoi compagni

e disse loro: – Omai quel tempo è giunto

che il ciel non vuol che più mi dolga o lagni,

ma ch'io sia al sommo del mio bene assunto,

e de i perduti doni alti guadagni

faccia con chi mi ha quasi arso e consunto

Eutimia bella (che così era detta

la donna) nel suo seno oggi m'aspetta! –

Ma perché Eutimia era di pudicizia

e d'onore appo ognun verace essempio,

molti pensar che la costui nequizia

volesse imporre a lei vizio tanto empio,

pensaro altri che senza altra malizia,

questi dicesse il ver com'un uom scempio,

che sciocco è ben chi fa sapere altrui

quel che devria tener secreto in lui.

Ché i sospiri, ch'avea per costei sparsi,

le parole che inanzi aveano avute,

da lui costoro e visto ella mostrarsi

larga e cortese a rendergli salute,

creder lor fer che non devea vantarsi

costui, ma che le stelle fusser sute

a' suoi caldi desir tanto seconde

che non si avesse a pascer più di fronde.

E tanto più il credean, quanto egli vago

era più di ciascun de la sua terra,

ed oltra la serena e bella imago,

largo spendeva, il che sovente atterra

fede ed onor, facendo l'uomi più vago

de l'oro, ch'ire il fa spesso sotterra

che di quel che nel mondo altri sublima

e il face avere in pregio ed in gran stima.

Venne la sera e fece l'aria oscura

e il giovane a gir là non fe' dimora,

molti, vaghi veder questa ventura,

là andaro di nascosto insieme allora;

la vecchia, che d'aprirgli aveva cura,

sentito il segno ch'egli die di fuora,

venne a la porta e ratta gliel'aperse

e piena di letizia, a lui si offerse.

Parve ad ognun, per ciò, vedere aperto,

che fusse egli da Eutimia introdutto ivi,

onde le nacque, fuor d'ogni suo merto,

disnor che da costoro in varii rivi

si sparse, tal che fuori ed a coperto

si dicea ch'ella i detti aveva schivi,

e che 'n palese onesta e vergognosa

era, e 'n secreto meretrice ascosa.

Faulo (che tal del giovane era il nome)

credendo di goder la donna amata,

e depor ne le braccia sua le some

del duolo, ond'egli avea l'alma gravata,

si trovò involto senza saper come,

ne la rete che tesa gli era stata,

da quella vecchia e ov'esser credea in gioia,

si vide involto in incredibil noia.

Ché la malvagia vecchia, a le cui fraude

il nome di Apatila convenea,

in mille modi al giovanetto applaude

e dice che di lui goder volea,

perché bramosa era di darsi laude

che col più bel garzon, ch'allor vivea,

con suo molto piacer, fusse giaciuta,

poi ch'a l'ultima etade era venuta.

Pensate voi, come restò stordito

questo semplice amante, il qual pensando

avuto aver da la sua donna invito

e di giacer con lei tra sé sperando,

d'Apatila trovossi esser schernito

e bisognò che con lei fusse, quando

ella gli disse che mai non pensasse

goder de l'amor suo, se lei sprezzasse.

Ma che, se non restava ella delusa,

faria che i suoi pensier non andrian vuoti,

perché non era a lei la strada chiusa,

di far ch'Eutima in lui ponga i suoi voti;

egli, ch'avea nel cor la fiamma infusa

e porti avea ad amor ben mille voti

con questa speme andò a la vecchia in braccio

ch'ogni foco potea far venir ghiaccio.

Qual uom che pensi andare ove diletto

speri trovare, o cosa altra soave,

se fantasma gli occorre in sozzo aspetto,

si raccapriccia per lo timor ch'ave,

tale allora divenne il giovanetto,

ch'ove pensava a la sua fiamma grave

refrigerio trovar, trovò costei

da por paura a gli infernali dei.

I' vo' lasciar, che questa rea vecchiaccia

vincesse in viso la brutezza istessa

e qualunque altra cosa più dispiaccia,

od a l'infernali ombre più s'appressa,

oltra la sozza e formidabil faccia,

eran le membra, onde composta era essa,

tali che rassembrava ch'ella fosse,

sotto pelle di donna, un sacco d'osse.

Costei, che cominciato sì per tempo

aveva a dare a la libidin opra,

ch'a mente non avea che 'n alcun tempo

fosse vergine stata, o ver senz'opra,

poiché fu sotto il giovane sì a tempo

il fracido suo corpo e move ed opra,

che non si move così ratto torno,

quando si gira e si rivolve a torno.

Tal, che se quella orribile figura,

quel secco corpo che pareva un legno,

a Faulo messo avea quasi paura,

e nel principio, pien l'avea di sdegno,

al piacer che di dargli si procura

la sozza vecchia con ogni suo ingegno,

gli fa men grave il suo congiungimento

sì che 'n tutto non resta mal contento.

Non tanti modi, né maniere tante

imaginossi, per piacere altrui,

o Cirene, o Meonia, od elefante

quante la rea per trastullar costui,

quante donne provate aveva e quante

erano insino allor state con lui

di lascive per nulla ebbe, o per poco,

appresso a quel che 'n ciò gli die' ella gioco.

Finita ch'ebbe il giovane la danza,

lasciò la vecchia e a' suoi compagni andosse,

data Apatila avendogli fidanza

di far che, come egli con lei corcosse,

avesse a godere anco, con baldanza,

chi il cor sì fieramente gli percosse,

Eutimia dico, perché conoscesse

quanto ella, in gioco tale, a lei cedesse.

E qual uom, che 'n error grave è caduto,

sì che il viso rossor molto gli tinge,

perché il fallo da ognun non sia veduto,

molte cose contrarie al ver, si finge;

e perché il falso per lo ver tenuto

gli sia, la cosa si colora e pinge,

ch'altri s'acqueta a quanto egli gli dice,

né a cosa da lui detta, contradice.

Tal con Eutimia disse avere avuta

questi incredibil gioia e che non meno

ella era dolce in fatto, che tenuta

egli l'avesse al bel viso sereno,

ché quanta aveva mai beltà veduta,

quanto giamai gustato avea d'ameno,

nulla trovava ch'agguagliasse il buono

e le rare bellezze che 'n lei sono.

E, voltando in contrario il sozzo e il fello,

d'Apatila, per tal modo discorse

quel che di buono esser devea e di bello

ne l'altra, ch'a' compagni invidia porse,

e di dir cagion diede a questo e a quello

che de le sue menzogne non s'accorse

ch'ancor ch'amor gli strali in ognun scocchi,

contenti non facea senon gli sciocchi.

Faulo, per mantener l'opinione

che, ingannando se stesso, in altrui sparse,

continuò d'andare a la magione

d'Eutimia e tutto a la rea vecchia darse,

la qual sempre gli dava intenzione,

che egli poria con la sua donna starse,

(benché tutto dicea con cor malvagio)

tosto che le ne desse il marito agio.

Come chi in dubbio stato si ritrove

e de la data speme si nutrisca

e la speranza al fin vana ritrove,

sì che non speri che il desio sortisca,

si dà a tentar, con ogni studio, nove

cose, perché mai sempre non languisca

e per disperazion diviene audace,

e quel che pria non avria fatto, face.

Così lo sperar vano a Faulo a tedio

venne e il lungo aspettare e però volle

per altro modo porre a Eutimia assedio,

per veder se può fare il cor suo molle;

ma nel voler tentare nuovo rimedio,

ogni rimedio il misero si tolle,

ché tosto ch'udì Eutimia il suo gran zelo,

gli fe' saper che ella era tutta gelo.

E che più tosto calda esser la neve

potrebbe e freddo il foco e dura l'aria

e l'acqua senza umor, la terra lieve,

e giunto in un ciò, che natura varia,

ché il mondo la vedesse mai sì lieve,

sì a la passata sua vita contraria,

ch'altri, che il suo marito, darsi vanto

potesse mai, d'esserle stato a canto.

E qual suol verginella dimostrarse

conturbata in aspetto e disdegnosa,

s'ella sente da alcun sollecitarse

a disonesta e non dicevol cosa,

tal la pudica Eutimia allora apparse,

né pure al suo voler si fe' ritrosa,

ma la modestia sua la tenne a pena

di fargli morte dar, per degna pena.

Ben gli cominciò a dar palese indicio

quanto d'amarlo mai fusse lontana,

e inteso ch'ei la salutava a vicio,

non gli si mostrò più cortese e umana;

onde Faulo n'avea tanto supplicio,

quanto più pieno era di voglia insana,

né potendo aver cibo a la sua fame,

pensò per sempre fare Eutimia infame.

Qual lupo che sia usato dal pastore

star tra le gregge e non fare a loro onta,

se la mansuetudine in furore

sdegno gli volta, agne e montoni affronta,

e tanto si dimostra lor peggiore,

quanto in lui più l'ira natia sormonta,

tal contra Eutimia, Faulo si rivolta,

poi che d'averla gli è ogni speme tolta.

E però avendogli i compagni chiesto

quale con lui disdegno Eutimia serbe,

mostrando che il suo amor le sia molesto,

con maniere sdegnose, aspre e superbe,

egli rispose: – Poi c'ho detto il resto,

non vo' tacer, perché 'n me s'inacerbe

costei, via più vorace d'ogn'arpia

ed ad odiarmi mossa ora si sia.

Poscia c'ho speso e sparso, quanto mai

spendesse amante in amorosa impresa,

per dar ristoro a gli angosciosi guai

e refrigerio a la mia mente accesa,

le parve, alfin, ch'io non spendesse assai,

ed ha cerco aggravarmi di più spesa,

detto, c'ho non poter, questa infedele

dimostrata mi s'è dura e crudele.

Ma sia che può, né sono omai sì sazio,

che non cerco di lei più altiere spoglie,

indarno ella di me pensa far strazio,

o sentir farmi più tormenti, o doglie,

anzi, per vero dirvi, amor ringrazio

che da sì sozzo nodo omai mi scioglie,

ché s'io preso restava in questa rete,

perdeva ogni riposo, ogni quiete! –

Seppe costui sì far parere istoria

la favola, dal ver tanto lontana,

ch'offuscò il pregio e denigrò la gloria

di chi mai voglia ria non ebbe, o insana;

cosa di cui non cred'io che memoria

se n'abbia in Grecia, o 'n altra parte strana;

si vide bene allor, che un uom reo spesso

colpevol fa chi mai non fece eccesso.

Dunque sapendo gli altri la ingordigia

di queste insaziabili e ree lupe,

che sono piene di più cupidigia

che quelle ch'escon fuor d'alpestre rupe,

o che le furie de la parte stigia

ch'abitan l'onde tenebrose e cupe,

diedero a' detti di costui credenza

come se fusser stati ivi in presenza.

Al primo error così costui congiunse

il secondo e per ciò ognun di coloro

che tale Eutimia fusse si presunse,

per desio, che d'argento avesse, od oro;

di questo in quel ciò andò, tanto che giunse

a notizia al marito e ben gli foro

queste parole tanto punte acute,

che gli impresser nel cor alte ferute.

Intesi ch'egli fu per venir pazzo

e per squarciarsi con le mani il petto,

che 'n odio ogni allegrezza, ogni solazzo

gli venne e ciò che dar puote diletto:

odioso gli era tutto il suo palazzo

e duro campo di battaglia il letto;

il vidi io ben venuto sì deforme

che mi parve vedere un tronco informe.

Perché egli visto che, con voglie pronte

Eutimia, Faulo salutar soleva,

poi che il mirava con sdegnosa fronte,

e udirlo nominar più non poteva,

tenne indi aver prove sì espresse e conte,

che ove egli prima la mogliera aveva

per più pudica d'altra e per più onesta,

impudica la tenne e disonesta.

Così quel che facea la bella donna

per mostrarsi d'onore osservatrice

e di vera onestà ferma colonna,

la fe' al marito aver per meretrice;

e come uomo, che vede mentre assonna,

cosa che il puote far sempre infelice,

se le dà fe' così rimase questi

pien, per falso rumor, di pensier mesti.

Come lagnare e lamentar si suole

madre, che veda afflitto il caro figlio,

quando egli il suo dolor scoprir non vuole,

né rimedio gli può dar, né consiglio,

e quantunque l'esorte ed il console,

il vede sempre in via maggior periglio,

onde si strugge e si tormenta e afflige,

tal, ch'invidia ave a l'anime di stige.

Così la mesta Eutimia aveva angoscia

del dolor del marito aspra ed estrema:

le mani si battea spesso alla coscia,

piena di molta ambascia e di gran tema;

il consolava, ma veggendo poscia

che per consolazione il duol non scema,

bramava la dolente di morire

per non vedere il suo fedel languire.

Imaginando ella si andava seco

qual fusse la cagion che sì il premea

e sovente diceva: – Perché meco

non ragiona egli de la doglia rea?

Ché l'empie di pensier sì oscuro e cieco,

che più quel non mi par ch'egli solea,

onde viene, oimé lassa, che ricusi

dirmi i foschi pensier c'ha nel cor chiusi?

Meco soleva pur communicare

ogni allegrezza, ogni dolore ed ora

par che ricusi di volermi fare

sapere il fier dolor che l'ange e accora;

ché benché il preghi, non mi vuol narrare

la cagion del suo male e d'ora, in ora,

veggio che 'n lui la mortal doglia cresce

e il consolarlo tutto in van riesce! –

E duol di morte più crudele ed empio

sentia, veggendo non poter sapere

che fusse quel che facea sì aspro scempio

di lui, ch'esser solea ogni suo piacere;

mille voti portò dolente al tempio

per veder se potea grazia ottenere,

di rimedio trovar, o almen riparo,

a angoscia tale, a duol cotanto amaro.

Per lo contrario, il miser, che creduto

avea fuor del devere a la bugia,

veder la moglie morta avria voluto,

a lei crudele, ove ella era a lui pia;

e se di sé non avesse temuto,

morte con le sue man data l'avria:

mille volte pigliò in mano il coltello,

ma tema al fin rattenne il miserello.

Ora, aggiungendo segni a congietture,

come suol far chi gran sospetto assale,

dolente de le sue disaventure,

venne, dopo lungo pensare, a tale,

che, per torsi del cor le doglie dure,

che il facean miser sovra ogni mortale,

deliberò ripudiar la moglie

poi che per lei tanto disnor accoglie.

Ed in giudicio al fin la fe' chiamare

e di adulterio l'accusò al senato;

e difendendosi ella, col negare

di aver commesso mai simil peccato,

il marito ebbe il carco di provare

quel per cui la mogliera avea accusato,

il qual fe' tanto con preghi e con doni

ch'ebbe la vecchia e Faulo testimoni.

Come chi luoco e tempo acconcio aspetta

di fare oltraggio grave a chi in odio abbia,

e poscia che veduto l'ha, s'affretta

di sfogar contra lui l'ira e la rabbia,

tal, Faulo e quella vecchia maledetta,

che di vedere Eutimia viva arrabbia,

vistasi offerta occasione tale,

si dier, con ogni ingegno, a farle male.

La vecchia ria, perché l'ira e lo sdegno

d'Eutimia, le toglieva quel piacere,

che la malvagia fatto avea disegno

con Faulo, fin ch'ella era viva, avere;

Faulo perché non l'avea fatto degno

Eutimia, di compire il suo volere

e insieme, per cagion varia, ambidui

s'erano congiurati a' danni sui.

La bella Eutimia ancor che fusse senza

colpa e pensasse aita aver dal cielo,

nondimen per chiarir la sua innocenza,

e per levarsi d'ogni infamia il velo,

chiama Apatila e dice: – Tu scienza

(ché nulla a te de la mia vita celo)

hai del mio viver, però sola puoi

mostrar la mia onestà chiara, se vuoi.

Onde ti prego, in questo estremo caso,

ch'or nel giudicio dire il ver ti piaccia,

acciò che chiaro sia c'ha persuaso

il falso Faulo, con audace faccia,

ché certa son di farl'ire a l'occaso,

se 'n giudicio da te il ver non si taccia;

doni averai da me se tu mi servi

da infamia e l'onor mio salvo conservi! –

Questa anima diabolica quantunque

volesse contra lei far testimonio,

disse: – Parata i' son di dire ovunque

vorrai che Faulo è un infernal demonio,

e che il pié oltra la soglia non pose unque

de la tua casa e questo io testimonio,

perché l'inganno so, che costui t'usa

e che malignamente egli ti accusa! –

Rimase la dolente donna alquanto

lieta, pensando di poter chiarire,

per Apatila, che falso era quanto

Faulo volea contra l'onor suo dire,

e così fine imporre al grave pianto

e voltar del marito in pace l'ire,

non sapendo ch'avea la rea promesso

d'usar la lingua al suo disnore espresso:

– Di quai lacci esser degno e di quai pene

quell'infedele e scelerato deve,

che, promettendo altrui letizia e bene,

in affanno l'involge ed in mal greve?

Non mi so imaginar ceppi, o catene,

né morte sì aspra e rea che non sia lieve

pena a mente sì iniqua e così cruda

che sotto viso buon tal pensier chiuda! –

Andò al giudicio Faulo, come soro,

essendo fatto de la pena immune

e disse tra quel nobil consistoro

ciò ch'un, per danno altrui, di falso adune.

La donna dice: – Faulo, anco non moro,

ché ti fia noto che tu a torto imbrune

la mia chiara onestà, perché in dispregio

venga ad ognun ch'aver mi solea in pregio.

Ma per mostrarti qui chiaro che menti

e ch'a ragion ti contradico, i' cheggio

a' giudici, se mai furo clementi,

se iniquità scacciar mai dal lor seggio,

ch'ora siano a trovare il ver sì intenti

che veggan, che tal nota aver non deggio,

e perché appaia l'animo mio onesto,

vo' ch'Apatila fe' faccia di questo.

Senza la qual giamai non posi un'orma

e a parte fu d'ogni mio gran secreto;

poi che la cosa ha da pigliar tal forma,

(seguì Faulo tra sé contento e lieto)

contento i' sono di seguir la norma

che tu proponi e non ten far divieto,

dica il vero Apatila e chiara fia

la tua disonestà, la tua follia! –

Conchiuso avean tra lor que' scelerati

quel ch'a danno d'Eutimia volean fare,

ond'essendosi i giudici parati

per udir quel ch'ella volea narrare,

disse: – I' so che son pochi dì passati,

poi che lei cominciò Faulo ad amare,

ch'Eutimia non si sia data a costui,

vinta da i doni e a ciò mezzana i' fui! –

Non resta sì dolente e così afflitto

prigion ch'attendea grazia de la vita,

se gli vien poi dal manigoldo ditto,

che si apparecchi a l'ultima partita,

come Eutimia restò col cor traffitto,

poi che si vide da costei tradita

e poco fu che non rimase estinta

da l'ira, da l'ambascia e dal duol vinta.

Pur disse a quella iniqua vecchia volta:

– Ai scelerata, ai falsa mentitrice,

qual impietà ti spinge a questa volta

ad essermi sì aperta traditrice? –

La vecchia, piena di malizia occolta,

disse: – S'esser voluto hai meretrice,

non ti doler di me, ma del furore

che t'indusse a curar nulla il tuo onore! –

Allor Faulo con frode e con menzogne

e con indici e congietture false,

cerca di accrescer più le sue vergogne,

volto in odio l'amore ond'arse ed alse,

Eutimia disse: – Oimé non ti vergogne

(Eutimia che 'n furore estremo salse)

di questi inganni e di questi tuoi detti

con cui il mio onor sì indegnamente, infetti?

Non sai tu ben ch'al vento sono gite

quante spargesti mai voci e preghiere

e che, poi ch'ebbi le tue fiamme udite,

subito mi venisti in dispiacere;

né ti giovar punto le trame ordite,

perché potessi mai da me ottenere,

non dirò quel ch'a donna il pregio invola,

ma un picciol cenno pure, o una parola?

S'io avessi pari a l'innocenza forze,

ti vorrei con la lancia e con la spada,

provar ch'a torto la mia fama amorze,

ond'iva altiera per ogni contrada! –

Faulo allor disse: – Trova un, che si sforze

venirmi per te contra che m'aggrada

provar con l'arme in mano al paragone,

ché il ver la lingua mia al senato espone! –

Qual chi contra sua voglia cosa faccia

da cruda legge, o da statuto astretto,

che ben ch'ella gli incresca e gli dispiaccia

ad essequirla è nondimen costretto,

se forse cosa gli s'offre che faccia

d'equitade abbia, onde senza sospetto

d'ingiusto, possa da le leggi torse,

subito vi s'appiglia e non sta in forse.

Tal, vista i senator questa proposta,

come color cui de la donna increbbe,

le disser: – Poscia ch'era in dubbio posta

la sua onestà ch'officio suo serebbe

di trovar un, che la tenzon proposta

(come forse di facil troverebbe)

armato contra Faulo a piastra e a maglia,

venir volesse a singolar battaglia. –

Lassa diss'ella: – E chi trovar poss'io

che mi difenda da sì ingiusta accusa,

se il marito, ch'è l'anima e il cor mio,

a sì gran torto inanzi voi m'accusa?

Ma, poi che ciò vi piace, i' spero in Dio

ch'a l'innocenza altrui mercé sempre usa,

che per vendetta far di tanta offesa,

comparir farà alcuno a mia difesa. –

Dato a la donna fu termine un anno

di ritrovar chi la difesa prenda,

e traendola fuor di tanto affanno,

faccia che chiara l'onestà sua splenda.

Nessun di quei che in Elide forza hanno,

non sapendo s'al falso, o al ver s'apprenda,

vuol l'onore e la vita a rischio porre,

col volersi per essa a Faulo opporre.

Perché dicean tra lor: – Chi Faulo astringe,

ad accusare Eutimia e prender l'armi?

Se falsa questa infamia egli dipinge

a che cerca un, che contra di lui s'armi?

Bisogneria trovar Edipo, o Sfinge

che chiari ci facesser, con lor carmi,

se il falso dice Faulo e allora poi

poremmo il ver provar con l'arme noi. –

Mai non veniva cavaliero istrano

ch'a ritrovarlo Eutimia non andasse,

e con atti pietosi e parlar piano,

a prender per lei l'arme nol pregasse,

per torle quella infamia che il villano

uomo a torto le dava, sì ch'andasse

il nome suo, come soleva andare,

tra i nomi de l'oneste singulare.

Tutti, quantunque forti ed animosi,

temendo non far guerra contra il dritto,

la lasciavano star ne gli angosciosi

affanni, onde piena era di despitto,

tanto più, quanto che tra i coraggiosi

cavalier Faulo avea nome d'invitto

e dicevan:"Va a rischio di morire

chi contra costui vuole a torto ardire."

Era quasi condutto l'anno al fine

ond'aveva la donna gran temenza,

che, poscia che nessun di quel confine,

tra tutti i cavalier d'alta eccellenza,

né alcuno de le genti pellegrine

aveva a' detti suoi data credenza,

sì che si fusse contra Faulo armato

che devesse il suo onor restar macchiato.

La miserabil donna (come intesi

da chi a pien mi narrò tutto il successo)

veduti i cavalier di que' paesi

e gli stranier non si curar ch'oppresso

fusse il suo onor da inganni a torto tesi,

(ogni aiuto mortal per nulla messo)

si ridusse a pregar tutti gli dei

che la traesser fuor de' casi rei.

Tra tanto ad Elide ire a me convenne,

chiamato da' miei sudditi fedeli;

tosto ch'Eutimia il seppe, a me sen venne

e mi narrò gli affanni suoi crudeli

e mi pregò che se mai grazia ottenne

donna, che d'altrui inganni si quereli,

non mi spiacesse de l'infamia torla,

in cui Faulo cercato avea di porla.

Per ordine, piangendo, ella narrommi

il gran torto che Faulo l'avea fatto

col mezzo de la vecchia, e ripregommi,

con pianto tal, così efficace in atto,

ch'a creder che dicesse il ver piegommi;

e che Faulo, per sdegno e desir matto,

accusata l'avesse e mi disposi

voler punir lui de gli inganni ascosi.

Molti mi furo a torno per mostrarme

ch'al torto i' mi appigliava e che poria

questa battaglia tanta infamia darme,

quanto mi diero onor le fatte pria;

ma alcuno non poté mai distornarme

da quel pensier, da quella voglia pia,

ché impressa avea nel cor di far palese,

ché contra ragion, Faulo Eutimia offese.

Venne il dì a la battaglia statuito

e ce n'entriamo a spada e a lancia in lizza:

Faulo si mostra valoroso e ardito,

perché sdegno e furor dentro l'attizza;

tosto che il suon fu de le trombe udito,

ciascun di noi la lancia a mira drizza,

i corsieri pungemo ambi a le pancie

e si rompono al calce ambe le lancie.

Per lo colpo nessun di noi si move,

ma a trovar ci torniam col brando nudo;

non resse Faulo a le seconde prove

perché fu il braccio mio, più del suo, crudo,

che poco gli giovò ch'avesse Giove

col folgor ne la destra entro lo scudo,

perché il braccio miglior non gli afferrassi

e a terra con la man non gliel mandassi.

La spada e il braccio vide su il terreno

prima che si accorgesse essergli tolto;

io ratto, come folgore, o baleno,

gli mi fo presso e levogli dal volto

l'elmo e, veggendol che veniva meno,

sì che più non avea da viver molto,

la punta de la spada in ver lui spingo,

minacciandolo e a dire il ver lo stringo.

Sentendosi egli allora al fin venire,

disse: – I' non voglio già andarmi tra l'ombre

e lasciar ch'un mio sciocco e van desire,

l'onor d'Eutimia a sì gran torto adombre;

però la verità voglio scoprire

pria che la morte tutto ora m'ingombre,

perché l'alma mia, sciolta dal suo frale,

per questo error non soffra maggior male! –

E qui narrò per ordine la cosa

(quanto a lui) come già la vi ho narrata;

Eutimia allora ne restò gioiosa

e fu da ognun la sua onestà essaltata;

il marito, con fronte vergognosa,

si dolse fieramente che incolpata

l'avesse a torto e quanto più umil puote

mercé le chiese con pietose note.

Qual madre, che col figlio suo s'adira

per qualche grave error da lui commesso,

e con torto occhio, ovunque il vegga, il mira,

perch'egli a pentir s'abbia de l'eccesso,

depon lo sdegno in tutto e depon l'ira,

se riverente a lei sen va e demesso

e del peccato suo cheggia perdono

e prometta esser, quanto fu reo, buono.

Tal Eutimia d'amor del suo Idmon calda,

per onestà lieta ch'ognun la lodi,

disse a lui: – Poi che de l'empia ribalda

gli inganni e del mal uom le insidie tu odi,

e già conosci che con fede salda

ti sono astretta e con ben saldi nodi,

io ti ho caro, io ti amo come prima,

né vo' che froda altrui la mia fe' opprima.

Ed ho grazia al signor che il mondo regge,

ché ti abbia mostro (ancor che con mia pena)

che servata inviolabile ho la legge,

ch'al giogo marital le donne mena

e che di tutto quel ch'onestà chegge

a donna, astretta ad uom di tal catena,

di qual mi ha fido amore a te congiunto,

non ne ho mai trallasciato un picciol punto.

Ti prego ben, per quella fe' sincera

con la qual t'amo e per tua virtute alma,

che se non vuoi che inanzi tempo i' pera,

tu non m'imponga più sì grave salma;

ma che certo abbi che la tua mogliera

lasciar più tosto uscir si poria l'alma

ch'ella facesse mai cosa che indegna

fusse di quel ch'a onesto amor convegna! –

Allor si vider lagrimar mill'occhi,

tanta ognun de la donna aveva pietà

e si maravigliava ognun che tocchi

mente d'uom mai voglia così indiscreta,

ch'ancor che di libidine trabocchi

e passi de l'ardor l'ultima meta,

per ciò incolpar donna pudica debbia

e al lume del suo onore oppor tal nebbia.

Ringraziaro però gli eterni numi

ch'avesser, per bontà lor, proveduto

a l'onestà, a l'onore ed a i costumi

d'Eutimia e datole opportuno aiuto;

occupò in tanto morte a Faulo i lumi,

e (come fu da quel popol creduto)

lo spirto sciolto andossi a l'onde stige,

ove Pluton le malvagie alme afflige.

Ma perché degna di pena minore

giudicata non fu la vecchia iniqua,

di cui vista non fu mai la peggiore,

né a la ragion più in ogni parte obliqua,

il senato, con quel più gran disnore

che ricercò la sua malizia antiqua,

menar fuori la fe' a impendere a un sorbo

e darla in preda a l'avoltoio, al corbo.

Quindi ognun può veder ché non sia cieco,

che la malizia altrui, l'altrui lussuria,

a donna onesta impone un fatto bieco

solo per farle incarco e farle ingiuria;

e se venisser tali in prova meco,

spegner mi daria il cor sì la lor furia,

ch'ognun vedrebbe ch'essi altieri vanno

di quel che mai non ebber, né averanno.

Ché de le belle e oneste donne ardendo,

veggendosi gittar parole e passi

e indarno andare il lor tempo spendendo,

ed andar tutti i lor disegni cassi,

perché il foco, ch'ognor gli va rodendo,

il suo immenso valore alquanto lassi,

a l'impudiche meretrici vanno,

poi pongon donne oneste in tal affanno.

Ma ben può questo essempio a ognun far chiaro

che pria che, l'uomo a dar fede discenda

a chi gli accusa moglie ch'abbia a caro,

il tutto a pien maturamente intenda

e non lasci, ch'uom, pien di sdegno amaro,

l'onor suo tanto e la sua donna offenda,

ché gliele faccia odiare, onde l'amava,

come malvagia e disonesta e prava.

Il braccio da la spalla sciolto adunque

(lasciata la mia prima insegna) i' porto,

perché per questo sia palese ovunque

serò che vendicato ho sì gran torto;

e si vegga, ch'alcuno non deve unque

l'onore altrui cercar di veder morto,

col dare infamia a le pudiche donne,

in cui quanta esser può onestà s'indonne.

E Nicandro finì qui la sua istoria

e di tutti coloro ebbe il consenso,

che san c'han sol d'onore e sol di gloria,

le donne, che son donne, il core accenso,

e qui discorso fu in ogni memoria,

ch'avesse buon scrittore in carte estenso

e chiaro fu, ch'ovunque onore e 'n pregio,

le donne d'onestà portano il pregio.

Ercol, poi ch'ebbe pienamente inteso

il successo d'Eutimia, disse: – Affermo

che questo sesso sia d'onestà acceso,

sì che tutto il suo bene ivi sia fermo,

e che l'onor cerchi servare illeso,

sì che da lato alcun non paia infermo,

perché vede che donna a onor priva

non si puote più dir donna, né viva.

Ma però dee, come ha la mente casta

donna gentil, così aver motti e gesti

che l'interno desir solo non basta,

far ch'altri a biasimarla non si desti

ch'una larga accoglienza spesso guasta,

l'opinion che d'una donna avesti

che sempre par ch'un buon giudicio guardi

quai siano i detti, i risi, i motti, i guardi.

E quali questi son, pensano ancora

ch'i cor sian tali ed i pensieri insieme,

e son spesso cagion che s'inamora,

chi da larghe maniere ha preso speme,

colei per lo contrario ognuno onora

che 'n sé romita sol d'infamia teme,

e vuol più tosto che ciascuno l'aggia

per alquanto rubesta e per selvaggia.

Ché scorrer sì che per ciò ognun la creda

men che pudica, o ver baldanza pigli

poter far ch'ella a le sue voglie ceda,

e di piacer a lui sol si consigli

e donna che così viva e proceda

fuori si troverà di que' perigli,

ne' quali Eutimia l'accoglienza involse,

che larga più che non devea, usar volse.

Donna, che bella sia, seco ave sempre

gli incendi aperti, senza ch'ella studi

destar con gli atti suoi focose tempre

in tal, che per lei poscia agghiacci e sudi;

e però fa gran senno una che tempre

tutte le azioni sue, con sì be' studi,

che spente sian più tosto le altrui fiamme

che dia cagion, ch'altri di lei s'infiamme.

Ma ben fu degna di cavaleria

l'impresa vostra e degna d'uomo giusto

e la pena ebber che lor convenia

la vecchia iniqua e quel malvagio ingiusto

che per sciocchezza sua fe' villania

ad Eutimia e macchiò il suo onor vetusto:

uom, ch'a torto incolpar donna si metta,

degn'è d'ogni mal fin, d'ogni vendetta.

Mentre costor così dicon, la barca

spinta da poppe con secondo vento,

il mar con tutte l'altre in guisa varca

che non solo colui resta contento,

il qual sovra di lei siede monarca

ma ciascuno altro a quel camino intento,

così in Libia veloce il legno corse

ove quel che dirò dimane, occorse.