XXV

By Giosue Carducci

Quando la Donna Sabauda il fulgido

sguardo al liuto reca e su 'l memore

ministro d'eroici lai

la mano e l'inclita fronte piega,

commove un conscio spirito l'agili

corde e dal seno concavo mistico

la musa de' tempi che fûro

sale aspersa di faville d'oro;

e un coro e un canto di forme aeree,

quali già vide l'Alighier movere

ne' giri d'armonica stanza,

cinge l'italica Margherita.

«Io —dice l'una, cui la cesarie

inonda bionda gli omeri nivei

e gli occhi natanti nel lume

de l'estasi chiedono le sfere—

io son, regina, —dice— la nobile

Canzone; e a' cieli volai da l'anima

di Dante, quand'egli nel maggio

angeli e spiriti lineava.

Io del Petrarca sovra le lacrime

passai tingendo d'azzurro l'aere

e accesi corone di stelle

in su l'aurea treccia d'Avignone.

Non mai più alto sospiro d'anime

surse dal canto. Di te le laudi

a' due leverò che l'Italia

poeti massimi rivelaro».

«A me la terra piace —nel cantico

una seconda balzando applaude

con l'asta e lo scudo, e da l'elmo

fosca fugge a' venti la criniera—.

Piace, se lampi d'acciaio solcano,

se ferrei nembi rompono l'aere

e cadon le insegne davanti

al flutto e a l'impeto de' cavalli.

A cui la morte teme non ridono

le muse in cielo, quaggiù le vergini.

Avanti, Savoia! non anche

tutta desti la bandiera al vento.

La Sirventese sono. A me l'aquila

che da Superga rivola al Tevere

e i folgori stringe severa

dritta ne l'iride tricolore».

«Ed io —la terza dice, di mammole

viole un cerchio tessendo, e semplice

di rose e ligustri il sembiante

ombra sotto la castanea chioma—

la Pastorella sono. Di facili

amori e sdegni, danze e tripudii,

non più rendo gli echi: una nube

va di tristizia su la terra.

A te da' verdi mugghianti pascoli,

da' biondi campi, da le pomifere

colline, da' boschi sonanti

di scuri e dal fumo de' tuguri,

io reco il blando riso de' parvoli,

di spose e figlie reco le lacrime

e i cenni de' capi canuti

che ti salutano pia madre».

Tali, o Signora, forme e fantasimi

a voi d'intorno cantando volano

dal vago liuto: a la lira

io li do di Roma imperiante,

qui dove l'Alpi de le virginee

cime più al sole diffusa raggiano

la bianca letizia da immenso

circolo, e cerula tra l'argento

per i tonanti varchi precipita

la Dora a valle cercando Italia,

e sceser vostri avi ferrati

con la spada e con la bianca croce.

Dal grande altare nival gli spiriti

del Montebianco sorgono attoniti,

a udire l'eloquio di Dante,

ne' ritmi fulgidi di Venosa,

dopo cotanto strazio barbarico

ponendo verde sempre di gloria

il lauro di Livia a la fronte

de la Sabauda Margherita,

a voi, traverso l'onde de i secoli,

di due forti evi ricantar l'anima,

o figlia e regina del sacro

rinnovato popolo latino.