LA GUERRA
Eh no, la guerra, in fondo
non è cosa civile:
d'incivilire il mondo
il genio mercantile
s'è addossata la bega:
Marte ha messo bottega.
Le nobili utopie
del secolo d'Artù,
son vecchie poesie
da novellarci su:
oggi a pronti contanti
i Cavalieri erranti
con tattica profonda
nell'arena dell'oro,
a tavola rotonda
combattono tra loro,
strappandosi co' denti
il pane delle genti.
Sì, sì, pensiamo al cuoio,
e la gotta a' soldati,
cannone e filatoio
si sono affratellati;
è frutto di stagione
polvere di cotone.
Di guerresco utensile
gli arsenali e le rocche
ridondano: il fucile
sbadiglia a dieci bocche
de' soldati alle spalle,
affamato di palle.
Né mai tanto apparato
d'armi, crebbe congiunto
a umor sì moderato
di non provarle punto.
Dormi, Europa, sicura;
più armi e più paura.
Popoli, respirate:
e gli eroi macellari
cedano alle stoccate
degli eroi milionari:
la spada è un'arme stanca,
scanna meglio la banca.
Bollatevi tra voi,
re, ministri e tribune;
gridate all'armi, e poi
desinando in comune,
gran proteste di stima,
e amici più di prima.
La pace del quattrino
ci valga onore e gloria:
guerra di tavolino
facilita la storia.
Oh che nobili annali,
protocolli e cambiali!
Hanno tanto gridato
sulla tratta de' negri.
Eppure era mercato!
Tedeschi, state allegri!
finché la guerra tace,
ci succhierete in pace.
Ma che è questo scoppio
che introna la marina?
Nulla: un carico d'oppio
da vendersi alla China;
è una fregata inglese
che l'annunzia al paese.
Qui, l'oppio capovolta
dritti e filantropie!
Ma i barbari una volta,
oggi le mercanzie
migran da luogo a luogo,
bisognose di sfogo.
Strumento di conquista
fu già la guerra; adesso
è affar da computista:
vedete che progresso!
Pace a tutta la terra;
a chi non compra, guerra.