VII
Te Deum, laldamus te, tutti cantando,
colla sua Madre vergin glorïosa,
e prenci degli appostoli laudando
e 'l gran Batista sopra ogni cosa,
con tutta quanta la celeste corte
ritratta in forma di candida rosa,
ché 'l giorno di colui ch'apre le porte
del paradiso, el popol fiorentino
vittorïoso fu con giuste sorte
contro al malvagio Niccolò Piccino
e' suo seguaci; né mai fu sicuro
per fin che passò l'alpe d'Appennino.
Quel proprio dì fu rotto ogni epicuro,
che setteggiava il melanese duca,
e Battifolle el primo sarà scuro,
come non degno suo fama riluca;
ma, come nuovo Gano ,
fia 'l primo della sua natural buca;
e non fie solo a rimaner diserto:
chi morto, chi 'n esilio co' lor figli,
per non gustare el proprio dall'incerto.
Que' ch'aranno al ben far fermi gli artigli
potran sicuri a aperto uscio dormire,
ché la lor guardia fie 'l rastrel co' gigli
del magno consol nostro pien d'ardire,
Neri di Gino, el comessar sovrano
degli altri paladini atti a fedire.
Degli Orsin prima è 'l franco capitano
e Bernardo de' Medici con lui,
che recò lo stendardo con suo mano,
il buon signor Michel co' franchi sui
e Niccolò da Pisa, ch'è Ettorre,
e Pier Torel può dir: «Presente fui».
Con questi il forte Somonetto Scorre,
Genovese Pazzaglia e, per la chiesa,
il cardinal che patrïarca corre.
Se Troiol si trovava a tale impresa,
coll'altre squadre coll'eccelso Conte,
non ne campava testa, morta o presa.
Purgheransi di qua gli oltraggi e l'onte,
togliendo in tutto la reputazione
alla nemica perugina fronte
e a tutta la setta del Montone,
che, m'aricordo, fie più de' Bracceschi,
c'han messo in tale e gran confusïone.
Ma sia tutto l'onor degli Sforzeschi,
che fanno treonfar la santa lega,
perseguitando e cacciando i Ducheschi.
Francesco Sforza, illustro conte, in piega
metterà il falso duca in Lombardia,
ch'oggi sul Melanese e prigion lega.
Distender non vo' più mie fantasia,
ché questo do per arra al pagamento,
siccome giusta e vera profezia,
fatta a' dieci di luglio, ti ramento.