CLIX

By Franco Sacchetti

La lingua nova,

ch'altrove non si trova,

mi par sentir per prova

che mova

il Fiorentino

con un latino

né francesco né latino

né ungher né ermino

né saracino

né barbaro

né tartaro

né scotto

né degli altri discesi di Nembrotto:

dico, d'un parlar rotto

con parole e con motto:

vo' contare

e narrare

quello che ricordare

potrà la mente,

che sente

primieramente

rimorchi, rimbrocci,

gnaffe ed occi,

e non a que' che' buo' tengon a socci,

che con tascocci

vanno pur aguale.

E già non me ne cale

ché le ciuffole,

buffole

e truffole

non dice chi sta cheto;

ma non fa eto,

perché gli è leto,

e par milenso.

Che ritenso

gli vegna al nighittoso,

ch'è fatappioso

e dappioso,

ed anfana

e tafana

e cinguetta.

Il Trugia in beretta;

e' sta in pettine di sette,

e mette

il tempo a dar punzoni,

leffoni,

ruggioloni,

sergozzoni.

E' son fagnoni

e goccioloni,

che dicon sciarpelloni,

e guatan in cagnesco,

ed hanno marcio il guidaresco,

e sotto 'l desco

già mi portan broncio;

ma sconcio

è 'l lor guardar a squarciasacco.

Se io gli amacco,

e fonne macco,

sarà pur fiacco:

il fante aralla.

Or statti a galla

dalla baralla,

ché se gli avalla

e calla,

la palla

andrà di palo in passo,

e 'l sasso

farà fracasso

insin dentro la berta,

se non si perta.

Pur pian per l'erta,

ché, Roma

e toma,

la sua chioma

accaffa;

e 'l maestro da giaffa

gli dà la schiaffa,

ed araffa

e non ristagna,

ché persona mascagna

gli dà un colpo nella cuticagna;

per ch'e' si lagna

della indozza,

e intozza

e non istozza

sanza truffa,

buffa

e ruffa,

e pur s'azuffa.

Deh, come 'l capo ti muffa

sanza rangola!

E que' pur ciangola

ed abbaia,

ed ha la zinghinaia

a l'aia,

ché la ricca pettina

con pettina

di stoppa. Ma calia,

smanceria,

recadia,

gottacadia,

ratia

ti carpa!

E' non si tarpa,

e menasi l'arpa,

ed alunga l'arpa;

ed e' con molta ciarpa

è nel burrato,

affatappiato,

atticciato;

ed è fancel bollato,

e non è già cenato,

e vien da Stibbio

sì come nuovo nibbio

ed arzagogo.

Miccingogo,

ricco e magogo,

sempre gracchia

come cornacchia.

E' pacchia,

il canideo,

col simisteo

si dà del battisteo,

ed è 'l più nuovo squasimodeo

che mangi feo

tra scottobrinzi.

Ma tu ti pinzi

in cucina

con questa musingrina:

e pur ciccia coderina,

topo vecchio

cernecchio,

vertecchio

che pur cardi!

Ma s' tu ti infardi,

anzi che tu ti sfardi,

fia altr'otta

cat'otta.

O pur rimbrotta,

che ti vegna rovello!

Ciardello,

battisfancello,

lèvati costinci

e vanne quinci

o linci;

non andar quindi

o lindi.

Co' dindi

va sul miccio

pel molticcio,

ma non mi dar stropiccio,

ché, s'io m'arriccio

e racapriccio,

non alliccio,

ma spiccio

ed aggraticcio

or quaci,

or laci,

ed honne scorno.

E tu, ne se' piorno

del susorno,

e se' musorno

a dar leffate,

capezzate,

mascellate,

recchiate

e guanciate.

Ma con ghignate

ha' 'l buffetto

in un tragetto

che par archetto

al lavacezi.

Tu da' de' ghezi,

e fai che lezi

nella tana.

O ti scarminerò la lana!

O che mattana

è questa?

Nuova cesta,

che va con altra cresta,

e mesta

e calpesta

e pur si desta,

e di monte Morello si dà in testa,

e pesta

ogni suzzacchera,

e a squacquera,

sanza nacchera,

s'afatappia,

e non iscappia

il nodo.

Egli è bevitor sodo,

e sanza modo

viene

a mene,

e poi ne va a tene.

Or ecco belle cene,

se io non gabbo!

Egli è col babbo

e con la mamma;

ed è una nuova tramma

con cilema.

Tu hai la testa scema,

e se' bacheca,

mocceca,

ed Idio v'anneca,

bacocco,

sciocco,

baocco,

cerlocco.

S'io m'abocco,

introcco

ov'io li dea di ciuffo

Un leccamuffo

il tirerà pe' terci.

Saetta, e fa che tu lo mberci.

O e' son tutti lerci,

gualerci

su pel dosso.

Tu se' un nuovo cipriosso,

e volgetisi il cosso

e la celloria;

e con boria

fai tanta fandoria,

che se' in galloria,

ed io ne son ristucco

e son giucco.

Ma s'io pilucco

il cucco

e mucco,

dirò: - Lima

lima -,

ché non bima

l'altru' bima.

E' pàscessi di vento

e sta in cacchericento,

il bizzibegolo,

e sotto il tegolo

mi dà storpio; ed è trastullo,

ch'io non vi do un frullo,

perch'e' ciangola

e non ha rangola

né mitidio.

Or che fastidio

è questo a darmi stimolo,

per voler un racimolo?

Tiragli un poco il cimolo,

che fracimolo

gli nasca!

Questa è una frasca

ed una frottola,

che egli ha la colottola

di struzzolo,

e minuzzolo

né scomuzzolo

in un gruzzolo

a l'uzzolo.

S'io sdruzzolo,

mi ragruzzolo

sul cencio.

Il mencio

ha un nuovo rimbrencio,

e va di zacchi

in bacchi

e molto bomba,

ed una gomba

il vin gli mesce nella tomba,

e pargli esser la tromba

da vico, e pur l'alluccia,

ed è una grimuccia,

e tutto il succia,

e muccia

e smuccia

in ogni buco.

Bruco,

ch'io non vi do un fistuco,

s'egli scherza

ed ha la ferza

a le ghegghie! O e' si sferza

ed è bizzoco,

e buscìnassi un poco

che egli è lunioco,

minioco

e spigolistro

e gran salmistro,

e ben centella

e favella

per sugomera,

ed è un cicchillera.

E' non è sera

a Prato. Va al borlume,

ché se tu mangi agrume,

tu la ingangheri,

e la va di tangheri.

Se ti sgangheri,

mi soletichi

e diletichi,

e se farnetichi,

mi da' storpio.

Tu non se' orpio.

E pur alle catine,

mone Cembaline

con mal sacchine,

che sete musingrine!

O tu berlinghi e trangugi,

e non bei, se non ciampugi,

e se' già bieco,

luccieco

che favelli a gierle ed in arcata.

E ben l'abbiàn pisciata,

e ben l'abbiàn filata!

Malagurata,

tu se' una stralunata

e pascibietola.

Ma 'l capo mi si sgretola

e stritola

in un attimo.

E 'l pan azzimo

fece monna Cincipote,

e 'l Bellegote

poi la rigaglia,

e scaglia,

ed abbaglia,

e dàgli uno ingoffo

in sullo scoffo,

ed ella schiamazza.

Corre la Bertazza,

la Ciutazza,

e la Fiorina pazza,

la Filacca

e la Zambracca

e la Mingarda

e la Sogliarda

e la Codarda

e la Tromberta,

e caricangli la berta

e dannogli un cimbotto,

e sotto

ciascuna lu' buratta.

A tal baratta

corre il Malagevole

e 'l can di monna Orrevole

e 'l Nabisso

e 'l Scoccofisso

e 'l Malasanna

e 'l Ciscranna

e l'Atticciato col Diverso,

e tutto d'ogni verso

comincia la mislea.

Chi qua, chi là correa,

e non è beffa:

chi si diceffa

e chi s'abatacchia. Acurr'uomo,

acurr'uomo,

che la femmina vince l'uomo!

Ogn'uom s'arma

di ferro e di giusarma.

Io non avea arma:

fascio

fascio

trovai Giovanni Piglialfascio.

Leva,

leva,

che brullo me ne venni in una penna.

Lasciai il calamaio e la penna,

che scrisse

insino a questo ciò che vi si disse,

che non capea nel mio cerbacone,

recando meco cotal zibaldone;

e non istetti in gotta contegna

per quelle batosse,

che chi le mosse

fistolo gli vegna.

Ciancetta mia, che nuova ciancia cianci,

certi seran che ti terran ciarliera;

altri diran che dir più si porria.

A' primi di' che chi va quanci o lanci,

mal può far d'un ceston una paniera;

agli altri di' ch'Uguccione e Papìa,

Grecismo e tutti, ancor non scrisson tutto,

di che si fa costrutto.

Ma prima chi ciò dice, il detto chiosi,

poscia componga quel ch'io non composi.