CLXXV

By Franco Sacchetti

Pelegrin sono che vegno da terra,

e passo su per terra,

e vo a terra,

a terra,

a terra,

a terra,

ché la mia guerra

non ha triegua né pace.

O volontà fallace,

una via ti piace

che spiace

a lo 'ntelletto,

che conosce 'l diffetto:

tu cerchi qui il diletto

di viver e di stare,

d'acquistare,

di regnare,

d'amare

e di durare

possente.

La ragion nol consente

acquistar tesoro,

ché dice: - Io moro

e partomi da lui -,

mostrandomi in cui

fu ricchezza più fida;

ed or chi guida

di Dario o di Mida

o di Crasso l'avere?

La volontà non se ne può tenere,

dicendo: - Io ho bisogno,

e sogno,

s'io non ho ricchezza,

ché ciascun sprezza

l'altru' povertate;

e più fiate

vertù e nobiltate

nel povero è schernita,

e la viziosa vita

nel ricco è gradita

e fatta degna. -

Per questo par ch'avegna

la voglia esser più alta,

perché vede ch'essalta

chi stato acquista;

e tutta se n'atrista,

se signoria

non ha come disia,

e alcun'ora fia

su per li stati grandi.

Lo 'nteletto alor dice: - Che comandi?

Or piglia e tieni e spandi,

ché, se superbia pandi,

hai 'l botto,

ché gli angeli se ne voltar disotto,

e brutto è fatto il bello.

Tenne terra o castello

Nino o Xerse

O Alessandro o Perse,

Cesar o Ottaviano:

tornato è tutto in vano!

E tu, dov'hai la mano

a posseder quel che altri lasciò? -

La volontà si move a dir: - Che fo?

Io non son inorata, s'io non ho;

e se io sto

o vo,

i' son ripresa,

e avendo ragione, non sono intesa. -

Da l'altra parte attesa

vien una voglia con li più consigli

d'amar ed aver figli:

per che par che s'appigli

con forza e con artigli

la mia mente,

che altro ben non sente

se non servire a loro.

Lo 'ntelletto ne grida: - Io ne ploro!

Farai Dio di costoro?

Se io ne moro,

per te perduta è l'alma,

e sotto greve salma

ti disfai;

de' tuoi me' non avrai

che de' suo' avesse Davìd o Priàmo,

che 'n loro ogni vertù par che troviamo. -

La volontà si turba e dice: - Io amo!

Parole noi diciamo,

e tutto dì proviamo

che nostra carne strigne al suo erede,

e chi ama, non vede. -

Ancora: - Fede

porto a donna tale,

che valor non mi vale

da moverla dal core.

Quest'è maggior errore,

ma tal signore

mi tien nel suo impero,

che solo in lui è di farmi stranero;

e ben ch'io arda, questo foco chero,

e sempre in lui spero. -

Qui grida la ragione: - Falso nocchiero,

tapina, in che sentiero

ti mena?

Lussuria sfrena

ogni tua vena!

Ami tu Madalena,

o santa Elèna,

o altro santo?

Cu' ami tu cotanto?

Carne corotta sotto nuovo amanto!

È questa a te più dèa,

che Dido ad Enea,

o che non fu Medea

di Colcos a Iansonne,

o a Parìs per cui Agamenonne

ne disfece Ilionne

e le sue ville,

o che non fu Pulisena ad Achille,

o a Piramo Tisbe, o più di mille,

che da queste faville

furon arsi?

Chi volle in lussuria più fondarsi,

che Iupiter, Semiramìs e Venere?

Che è de la lor cenere?

Guarda là Cleopatra! -.

La voglia latra

e dice: - Io 'l conosco,

ma chi riceve il tòsco

dell'amoroso sole,

elle son fole

che talor vole

non amar che ama;

il mondo ed amor a ciò mi chiama.

In questa lama

di viver sempre ho brama,

e non penso di fama

né de' finiti giorni. -

Lo 'nteletto mi dice: - Or ecco scorni,

ché alcun non è che torni;

niun rimane,

e da sera e da mane

non se' sicura.

Nembròth con alte mura

provò la lingua oscura,

e non fece armadura

dove fuggisse morte;

e' volea esser forte

contro a Colui che non fu mai vinto;

ma dicinto

fu il suo pensero.

Che è di questo altèro?

Non so s'è in cimitero

o s'egli è in fossa,

ma so ben che sue ossa

sono a pari d'ogni corpo vile. -

La volontà virile

risponde al stile:

- Penso che vero dichi,

ma non mi sono amichi

i tuo' sermoni;

e se io moro, ognuno ha questi doni!

Perché pur mi ragioni

de le trombe e de' troni,

che io non veggio?

Chi ha mal dov'io seggio,

altrove ha male e peggio,

e quel che aver deggio,

non so,

ma so

ch'i' ho

qui vita e tempo. -

Memoria e intelletto ad un tempo

per tempo

al voler ciascun contasta:

- Misera vita e guasta!

E fummo e vento

fanno il tuo argomento,

perché tu senti, e sento

quanto pavento

ha 'l corto viver nostro,

che nel suo chiostro

spoglia chi me' veste.

Quante persone meste!

Ognora assai tempeste!

L'un giorno reca fame e l'altro peste;

l'altro le teste

per discordia taglia;

l'altro con maglia

e piastra il mondo strugge!

Ed altre diverse ugge,

che chi le fugge,

convien ben che corra,

ch'appena par che occorra

un'ora tra molti anni

sanza diversi affanni! -

Ed io con questi inganni

pur combatto:

or fatto,

ed or disfatto

mi ritrovo.

Ma qual più caso novo,

che spesso seco il voler si pugna?

Piantando melo o pero o fico o prugna,

sùbito par ch'aggiugna

veder di questi il fiore,

poi 'l frutto e 'l sapore;

e non può tal valore

in due ore

venire, ma in più anni.

Dunque con questi inganni

la volontà ne' suoi pensieri è giunta,

ché non s'avede, e brama mortal punta.

Così è punta

d'ogni mercanzia,

cercando ogni via

che 'l mese e l'anno passi,

e vassi

sanza passi

per morte e per guadagno;

e 'n questo e 'n altro stagno

pur mi bagno,

e di combatter mai non ristagno,

ché sempre io mi lagno

in questa storia

tra lo 'ntelletto, volontà e memoria.