CLXXV
Pelegrin sono che vegno da terra,
e passo su per terra,
e vo a terra,
a terra,
a terra,
a terra,
ché la mia guerra
non ha triegua né pace.
O volontà fallace,
una via ti piace
che spiace
a lo 'ntelletto,
che conosce 'l diffetto:
tu cerchi qui il diletto
di viver e di stare,
d'acquistare,
di regnare,
d'amare
e di durare
possente.
La ragion nol consente
acquistar tesoro,
ché dice: - Io moro
e partomi da lui -,
mostrandomi in cui
fu ricchezza più fida;
ed or chi guida
di Dario o di Mida
o di Crasso l'avere?
La volontà non se ne può tenere,
dicendo: - Io ho bisogno,
e sogno,
s'io non ho ricchezza,
ché ciascun sprezza
l'altru' povertate;
e più fiate
vertù e nobiltate
nel povero è schernita,
e la viziosa vita
nel ricco è gradita
e fatta degna. -
Per questo par ch'avegna
la voglia esser più alta,
perché vede ch'essalta
chi stato acquista;
e tutta se n'atrista,
se signoria
non ha come disia,
e alcun'ora fia
su per li stati grandi.
Lo 'nteletto alor dice: - Che comandi?
Or piglia e tieni e spandi,
ché, se superbia pandi,
hai 'l botto,
ché gli angeli se ne voltar disotto,
e brutto è fatto il bello.
Tenne terra o castello
Nino o Xerse
O Alessandro o Perse,
Cesar o Ottaviano:
tornato è tutto in vano!
E tu, dov'hai la mano
a posseder quel che altri lasciò? -
La volontà si move a dir: - Che fo?
Io non son inorata, s'io non ho;
e se io sto
o vo,
i' son ripresa,
e avendo ragione, non sono intesa. -
Da l'altra parte attesa
vien una voglia con li più consigli
d'amar ed aver figli:
per che par che s'appigli
con forza e con artigli
la mia mente,
che altro ben non sente
se non servire a loro.
Lo 'ntelletto ne grida: - Io ne ploro!
Farai Dio di costoro?
Se io ne moro,
per te perduta è l'alma,
e sotto greve salma
ti disfai;
de' tuoi me' non avrai
che de' suo' avesse Davìd o Priàmo,
che 'n loro ogni vertù par che troviamo. -
La volontà si turba e dice: - Io amo!
Parole noi diciamo,
e tutto dì proviamo
che nostra carne strigne al suo erede,
e chi ama, non vede. -
Ancora: - Fede
porto a donna tale,
che valor non mi vale
da moverla dal core.
Quest'è maggior errore,
ma tal signore
mi tien nel suo impero,
che solo in lui è di farmi stranero;
e ben ch'io arda, questo foco chero,
e sempre in lui spero. -
Qui grida la ragione: - Falso nocchiero,
tapina, in che sentiero
ti mena?
Lussuria sfrena
ogni tua vena!
Ami tu Madalena,
o santa Elèna,
o altro santo?
Cu' ami tu cotanto?
Carne corotta sotto nuovo amanto!
È questa a te più dèa,
che Dido ad Enea,
o che non fu Medea
di Colcos a Iansonne,
o a Parìs per cui Agamenonne
ne disfece Ilionne
e le sue ville,
o che non fu Pulisena ad Achille,
o a Piramo Tisbe, o più di mille,
che da queste faville
furon arsi?
Chi volle in lussuria più fondarsi,
che Iupiter, Semiramìs e Venere?
Che è de la lor cenere?
Guarda là Cleopatra! -.
La voglia latra
e dice: - Io 'l conosco,
ma chi riceve il tòsco
dell'amoroso sole,
elle son fole
che talor vole
non amar che ama;
il mondo ed amor a ciò mi chiama.
In questa lama
di viver sempre ho brama,
e non penso di fama
né de' finiti giorni. -
Lo 'nteletto mi dice: - Or ecco scorni,
ché alcun non è che torni;
niun rimane,
e da sera e da mane
non se' sicura.
Nembròth con alte mura
provò la lingua oscura,
e non fece armadura
dove fuggisse morte;
e' volea esser forte
contro a Colui che non fu mai vinto;
ma dicinto
fu il suo pensero.
Che è di questo altèro?
Non so s'è in cimitero
o s'egli è in fossa,
ma so ben che sue ossa
sono a pari d'ogni corpo vile. -
La volontà virile
risponde al stile:
- Penso che vero dichi,
ma non mi sono amichi
i tuo' sermoni;
e se io moro, ognuno ha questi doni!
Perché pur mi ragioni
de le trombe e de' troni,
che io non veggio?
Chi ha mal dov'io seggio,
altrove ha male e peggio,
e quel che aver deggio,
non so,
ma so
ch'i' ho
qui vita e tempo. -
Memoria e intelletto ad un tempo
per tempo
al voler ciascun contasta:
- Misera vita e guasta!
E fummo e vento
fanno il tuo argomento,
perché tu senti, e sento
quanto pavento
ha 'l corto viver nostro,
che nel suo chiostro
spoglia chi me' veste.
Quante persone meste!
Ognora assai tempeste!
L'un giorno reca fame e l'altro peste;
l'altro le teste
per discordia taglia;
l'altro con maglia
e piastra il mondo strugge!
Ed altre diverse ugge,
che chi le fugge,
convien ben che corra,
ch'appena par che occorra
un'ora tra molti anni
sanza diversi affanni! -
Ed io con questi inganni
pur combatto:
or fatto,
ed or disfatto
mi ritrovo.
Ma qual più caso novo,
che spesso seco il voler si pugna?
Piantando melo o pero o fico o prugna,
sùbito par ch'aggiugna
veder di questi il fiore,
poi 'l frutto e 'l sapore;
e non può tal valore
in due ore
venire, ma in più anni.
Dunque con questi inganni
la volontà ne' suoi pensieri è giunta,
ché non s'avede, e brama mortal punta.
Così è punta
d'ogni mercanzia,
cercando ogni via
che 'l mese e l'anno passi,
e vassi
sanza passi
per morte e per guadagno;
e 'n questo e 'n altro stagno
pur mi bagno,
e di combatter mai non ristagno,
ché sempre io mi lagno
in questa storia
tra lo 'ntelletto, volontà e memoria.