CXLIX
Credi tu sempre, maladetta serpe,
regnar vivendo pur de l'altru' sangue,
essendo a tutti velenoso tarlo?
Tu se' iniqua e maligna sterpe;
chi più ti serve, più doglioso langue.
Chi vive il sa, se vero è quel ch'io parlo!
Quelle che feron Bruto a ben nomarlo,
nimiche ed in essilio da te sono,
e l'altre consequenti hanno tal dono,
perché Saligia tien tua mente dira.
L'alta potenza spira,
le stelle e 'l ciel, che tu verrai al fine
per guerre e per ruine
che contro ogni dover movi a Fiorenza,
poi che non vinse Carlo tua potenza.
Tu hai svegliato chi dormia fiso
nel bel paese italico, e non pensi
chi già disfece il gran Mastin lombardo.
Tu se' ben grande, ma il folle aviso
ha fatto sì che ciaschedun conviensi
a voler atterrare il tuo stendardo.
Veggo due chiavi già, s'io ben riguardo,
serrarti il gozzo e fare un forte nodo,
che si lega in Toscana fermo e sodo;
e dentro vi s'allaccia il Ferarese,
Piemonte e 'l Genovese,
e forse il Veronese e 'l Padovano,
Reggio col Mantovano,
e tutta Puglia, contro a te, superbo,
per farti favellar d'un altro verbo.
Ciascun re giusto dovria pigliar l'arme,
signor, comun ch'a ben viver intende,
per spegner te, sì come Minutauro.
E disdir nol porria la tu' arme,
che d'apetito umano ognor s'accende,
d'alma, di corpo vaga e di tesauro.
Crasso cercò, sì che l'uccise, l'auro,
e Tamerìs diè sangue a chi 'l bramava;
ed Anibal d'aver Roma pensava,
ma Roma prese e disfece lui.
O calcatrice, in cui
perfida voglia sempre si rinova,
pensi tu che la prova
la qual iniqua contro al dover mostri,
non ti rinchiuda in fortunosi chiostri?
Cammera di ladroni e di compagne,
ostel di gente contro a Dio perversa
è il cerchio dove la tua possa chiude:
con questo guasti i piani e le montagne
de' liberi viventi, e con diversa
rapina segui le tue voglie crude.
Armi ciascuno le sue membra nude
più per disfarti che per far riparo!
Movasi dal Cornero insino al Faro!
Ed ancora il re giusto d'Ungheria
e tutta Europa sia,
se ciò non basta, a far che tu non urga!
Hercole qui resurga
e vinca te sì come vinse Anteo
e 'l crudo re di Trazia ed Ateleo.
Più che Nembròth superbo, e più crudele
che non fu mai Gallicola o Nerone,
lupo se' stato a le tue pecorelle.
Aspro tiranno con amaro fele,
quante ha' tu fatte misere persone,
morte e scacciate, e donne fatte ancelle!
Dolente se' se lasci a lor la pelle;
e così vòti ciascheduna terra!
Or vuogli a chi è libero far guerra
e spander il velen là dov'è 'l Tòsco.
Tu non conosci il tòsco:
diviso era chi è fatto unito;
e tu non se' salito
dove credesti a tua speranza vana,
quando mancasti fede a Serezzana.
A tutti que' che voglion giusta fama
e tengon libertà, che è tanto cara,
"come sa chi per lei vita rifiuta",
canzon, non istar muta:
ché, se tal biscia or non si disface,
non pensi Italia mai posar in pace.