I

By Giambattista Vico

Lasso, vi prego, acerbi miei martìri,

a unirvi insiem ne la memoria oscura,

se cortesi mai sète in dar tormento;

poiché son tanti, che lo mio cor dura,

di mille vostre offese i vari giri,

ch'i' non ben vi conosco e pur vi sento:

talché di rimembrar meco pavento

le mie sciagure. Or voi, sospiri accesi,

ite a seccarmi i pianti in mezzo al varco

del ciglio d'umor carco;

e voi, da miei sospir miei pianti offesi,

tornando in giù, di lor vi vendicate

con sommergerli adentro 'l mesto core,

a cui per le vostr'onte omai si toglia

che possa la sua cruda amara doglia

sfogar, poiché così agio non fate

ch'uscendo fuor con voi il mio dolore,

lasci l'albergo d'ogni nostro affetto;

perch'io, finché m'ha morto, in mezzo al petto

serbarlo vo', se mai quel che m'avviva

potrà menarmi del mio corso a riva.

Perché cadente omai è 'l ferreo mondo

e son già instrutti a farci strazio i fati,

di pari con le colpe i nostri mali

crebber sugli altri delle prische etati

troppo altamente, poiché sotto il pondo

di novi morbi i gravi corpi e frali

gemono smorti, ed a la tomba l'ali

il viver nostro ha più preste e spedite,

e son sempre feconde le sventure

di sì fatte sciagure

non più per nova o antica fama udite,

e dal pensier uman tanto lontane

che crederle men sa chi più le prova:

talché sembra lo ciel che non più accenda

benigno lume, onde qua giù discenda

un'alma lieta. Or chi cotanto strane

guise di mali intende mai per prova,

se potesse mirar qual è lo scempio

che di me fa mio destin fèro ed empio,

al suo, ch'or chiama avaro ed or crudele,

grazie sol renderia, non che querele.

Di qualunque animal, quando primiero

a l'ime soglie del suo viver giunge,

lo 'nfocato vigor onde ha la vita,

con dolci nodi amici e' si congiunge

la sua salma; e un caso adverso e fèro,

pur sia stella avara in darmi aita,

o natura dal suo corso smarrita,

di duo adversari me, lasso! compose:

il mio mortale infermo, afflitto e stanco,

ch'omai par venir manco,

strazia l'alma con pene aspre, noiose;

e 'l mio miglior, che d'egre cure abonda,

affligge 'l corpo con crudeli pesti;

e mentre, oimè! con pensier molto e spesso

me 'nterno a sentir me contro me stesso,

membro non ho ch'a l'anima risponda,

poiché non ho vertù che i sensi dèsti,

se non se 'n quanto mi si fan sentire

gli acerbi effetti de' lor sdegni ed ire.

In sì misero stato e sì doglioso

va', spera, se tu puoi, qualche riposo.

Ma 'l piacer fèro di dolermi sempre

parmi ch'alleggi in parte 'l mio cordoglio,

se del mio stato a lamentar mi mena;

ond'io, ch'a più e a più dolor me 'nvoglio,

farò, cantando con suavi tempre,

che pel contrario suo poggi mia pena.

Vita sovra 'l mortal corso serena,

moderati piacer, delizie oneste,

tesori per valor vero acquistati,

onori meritati,

mente tranquilla in abito celeste;

e, perché più lo mio dolor s'avanzi,

talché null'altro mai fia che l'agguagli,

amor di cui è sol amor mercede,

e vicende gentil di fé con fede,

venite al tristo pensier mio dinanzi,

ch'e' vi farà sembrar pene e travagli

a lo mio cor, perché di duol trabocchi,

sì come rossa gemma avanti gli occhi

posta talora, egli adivien che facci

rassembrar sangue il latte e fiamme i ghiacci.

Rinfacciatemi or voi, s'unqua potete,

qualche vostro favor, stelle crudeli!

Ite, e ven prego, a ritrovarlo omai

entro quei moti de' benigni cieli,

che 'nfluiscon qua giù gioie men liete.

Solo ben io da me so che non mai

bevvi respir, che non traessi guai.

Deh! perché da la vita altra beata,

stanco da tante alte sciagure e rotto,

misero, fui condotto

a la presente amara e disperata?

Poiché, se mai a' giorni, a' mesi, agli anni,

c'ho speso nel dolor, i' son rivolto,

veggio esser nato per mia cruda sorte

solo a fiamme, sospir, lagrime e morte.

E così crudi scempi e acerbi affanni

non m'hanno in quel che i' era ancor disciolto.

Ah, che daranno tempo al fato rio

che meglio studi 'l precipizio mio;

se non è forse che la morte avara

tema col mio morir farsi più amara!

Mi venne sol da luminosa parte

del cielo una vaghezza di destare

a piè de' faggi e poi de' lauri a l'ombra

la bella luce che fa l'alme chiare,

ch'a la povera mia si spense in parte

quando se 'ndossò 'l velo onde s'adombra:

talché, d'alto stupor finor ingombra,

parea a se stessa dir: — Lassa! chi sono? —

Oimè! ch'a tal desio travaglio come

debbami dar il nome;

ma sempre 'l chiamerò pena e non dono,

se affligge più chi più conosce il male.

Oh inver beati voi, ninfe e pastori,

cui sa ignoranza cagionar contenti,

ch'obliati sudor, fatighe e stenti

acquetar vi sapete a un dono frale

o di poma o di latte over di fiori;

ed al caldo ed al gel diletto e gioco

vi reca l'ombra fresca e 'l sacro foco;

né altra gioia a voi sembra che piaccia

che rozzo amore o faticosa caccia!

Ma qual piacere i' seguo, afflitto e lasso,

fra tanti strazi abbandonato e solo,

ne la misera mia vita che meno?

che fatto son noioso incarco al suolo,

anco infecondo, dove 'l tronco e 'l sasso,

come in suo centro, han la lor quiete. Almeno

il mio piacer e' fosse il venir meno;

ma 'l fato me 'l disdice. Or, se mi serbo

sempre a novi sospiri e a pianti novi,

piovi miserie, piovi

sovra 'l mio capo, empio destino acerbo;

e non voler meco mostrarti avaro

d'altri scempi più infesti e più nemici,

ch'i' tua penuria e non pietà la stimo;

se non è forse invidia ch'i' sia 'l primo

tra disperati e che mi renda chiaro

essempio di dolor agl'infelici.

Ma per le pene mie i' giuro a queste

aspre selve, solinghe, orride e meste,

che non mai turberà, mentre respiro,

i lor alti silenzi un mio sospiro.

Canzon, sola rimanti a pianger meco

dove serbo 'l dolor, né fra la gente

d'ir chiedendo pietate abbi vaghezza;

ché l'alto mio martìr conforti sprezza.

Ma, se doglia compianta e' men si sente,

sdegna ch'ancor tu resti a pianger seco

l'afflitto cor, che disperato vòle

che l'aspre pene sue si sentan sole.