I

By Giovanni Berchet

Per entro i fitti popoli,

lungo i deserti calli,

sul monte aspro di gieli,

nelle inverdite valli,

infra le nebbie assidue,

sotto gli azzurri cieli,

dove che venga, l´Esule

sempre ha la patria in cor.

Accolto in meno i liberi

al conversar fidente,

ramingo tra gli schiavi,

chiuso il pensier prudente,

infra gl´industri unanimi,

appo i discordi ignavi,

o fastidito od invido,

sempre ha la patria in cor.

Sempre nel cor l´Italia,

s´ell´anche obblia chi l´ama;

e carità con cento

memorie lo richiama

là sempre a quei che gemono,

che aggira lo spavento,

e a quei che trarli ambivano

di servi a libertà.

S´ei dorme, i suoi fantasimi

sono l´Italia; e vanno

baldi ne´ sogni, o abbietti,

a suscitargli affanno;

e le parventi assumono

forme e gli alterni affetti

or dai perduti secoli,

or dalla viva età.

Era sopito l´Esule;

era la notte oscura.

Con lui tacea d´intorno

l´universal natura

presso a sentir la gelida

ora che è innanzi al giorno;

quando il pensier su l´andito

un uom gli figurò.

Dato ha il cappuccio agli omeri,

indosso ha il lucco antico,

cinto è di cuoio, e viene

grave, ma in atto amico;

trasfuso agli occhi ha il giubilo

come d´un´alta spene;

la sua parola è folgore:

dirla oggimai chi può?

- L´han giurato. Gli ho visti in Pontida

convenuti dal monte, dal piano.

L´han giurato; e si strinser la mano

cittadini di venti città.

Oh, spettacol di gioia! I lombardi

son concordi, serrati a una lega.

Lo straniero al pennon ch´ella spiega

col suo sangue la tinta darà.

Più sul cener dell´arso abituro

la lombarda scorata non siede.

Ella è sorta. Una patria ella chiede

ai fratelli, al marito guerrier.

L´han giurato. Voi, donne frugali,

rispettate, contente agli sposi,

voi che i figli non guardan dubbiosi,

voi ne´ forti spiraste il voler.

Perché ignoti che qui non han padri,

qui staran come in proprio retaggio?

una terra, un costume, un linguaggio

Dio lor anco non diede a fruir?

La sua parte a ciascun fu divisa.

È tal dono che basta per lui.

Maladetto chi usurpa l´altrui,

chi ´l suo dono si lascia rapir!

Su, lombardi! Ogni vostro comune

ha una torre, ogni torre una squilla:

suoni a stormo. Chi ha in feudo una villa

co´ suoi venga al comun ch´ei giurò.

Ora il dado è gettato. Se alcuno

di dubbiezze ancor parla prudente,

se in suo cor la vittoria non sente,

in suo core a tradirvi pensò.

Federigo? egli è un uom come voi,

come il vostro è di ferro il suo brando.

Questi scesi con esso predando,

come voi veston carne mortal.

- Ma son mille! più mila! - Che monta?

forse madri qui tante non sono?

forse il braccio onde ai figli fêr dono,

quanto il braccio di questi non val?

Su! nell´irto, increscioso Allemanno,

su! lombardi, puntate la spada:

fate vostra la vostra contrada,

questa bella che il ciel vi sortì.

Vaghe figlie dal fervido amore,

chi nell´ora dei rischi è codardo

più da voi non isperi uno sguardo,

senza nozze consumi i suoi dì.

Presto, all´armi! Chi ha un ferro l´affili;

chi un sopruso patì sel ricordi.

Via da noi questo branco d´ingordi!

giù l´orgoglio del fulvo lor sir!

Libertà non fallisce ai volenti,

ma il sentier de´ perigli ell´addita;

ma promessa a chi ponvi la vita,

non è premio d´inerte desir.

Gusti anch´ei la sventura e sospiri

l´Allemanno i paterni suoi fochi

ma sia invan che il ritorno egli invochi,

ma qui sconti dolor per dolor.

Questa terra ch´ei calca insolente,

questa terra ei la morda caduto;

a lei volga l´estremo saluto,

e sia il lagno dell´uomo che muor.

Era sopito l´Esule;

era la notte oscura.

I sogni suoi travolti

altra pingean figura:

eran sembianze cognite,

già discernuti volti,

gente su cui diffondesi

vitale ancora il sol.

Quale il piè lindo esercita

a danze pellegrine;

quale allo specchio è intento

a profumarsi il crine;

e qual su molle coltrice

s´adagia, e vinolento

rattien della fuggevole

gioia, cantando, il vol:

- Pèra chi stolido

mi tedia l´anima,

querulo, indocile

a servitù!

Ebben! che importami

se omai l´Italia

nome tra i popoli

non serba più?

Forse che sterili

sul colle i pampini

ai prandi niegano

l´ilarità?

Forse che i rosei

baci ne mancano,

e i furti facili

della beltà?

Stringan l´imperio

su noi gli estranei,

se la mia stringerlo

destra non può.

Ma non sia ch´emulo

con me sollevisi

chi nella polvere

finor posò.

La notte vedila

tener le tenebre;

e il giorno limpido

i bei color:

tai la progenie

dell´uom dividono,

due fati immobili,

gioia e dolor.

Se v´ha chi è in lagrime,

sorga maledico

contra le viscere

che il concepîr:

né lo spregevole

figliuol del povero

fra i nati al giubilo

stenda il sospir.

Oh, il nappo datemi!

Beviam! sommergasi

tutta de´ gemiti

la vanità!

Beviam! divampino

e lombi ed anima!

gli occhi scintillino

di voluttà!

Sul labbro scocchino

le oblique arguzie,

i prieghi e il calido

vghigno d´amor,

onde le cupide

mogli m´invocano

caro dei talami

trionfator!

Beviam! ché il domito

sposo non vigila;

e anco la timida

divezzerò;

lei che il volubile

fianco e le grazie

a´ gai spettacoli

nuova recò.

Poggiato a un candido

sen, non m´assalgano

nenie per l´italo

defunto onor;

ma baci fervidi,

lepide insidie,

delìri, aneliti

e baci ancor.

Era sopito l´Esule;

era la notte oscura;

un altro il sogno. - Ei siede

svagato a una pianura.

Stirpe di padri adulteri

quivi trescar non vede,

ma catafratto un popolo

dalla battaglia uscir.

Quel che giurâr l´attennero;

han combattuto, han vinto.

Sotto il tallon dei forti

giace il tedesco estinto.

Ecco i dispersi accorrere

che scapigliati e smorti

cercan ridursi all´aquile,

chiaman sussidio al sir.

Egli? - È scampato. Il veggiono

nel bosco i suoi donzelli

le man recarsi al mento,

stracciarne i rossi velli;

mentre i lombardi cantici

col trionfal concento

a lui da tergo intimano

che qui non dee regnar.

Preda dei primi a irrompere

nel padiglion deserto,

ecco ostentar pel campo

l´aurea collana e il serto;

e la superba clamide,

e delle borchie il lampo,

ecco, a ludibrio, l´omero

di vil giumenta ornar.

Come tra i brandi, mistico

auspicio d´Israele,

l´arca del divin patto

con lor venìa fedele;

così la croce, indizio

dell´immortal riscatto,

cinta dal fior de´ militi,

qui sul carroccio sta.

Ecco i lor giachi sciogliere,

depor le cervelliere,

e tutte intorno al Cristo

si riposar le schiere.

Eccole a Dio, cui temono,

prostrarsi, ed il conquisto

gli riferir dell´ardua

lombarda libertà.

Per la campagna, orribile

di morti e di morenti,

donne van mute in volta,

cercando impazienti

quei che han mancato al novero

quando squillò a raccolta,

quando le madri accorsero

festanti ai vincitor.

E anch´essi han le lor lagrime:

figli dell´uomo anch´essi,

che aspira ai gaudi, e interi

non gli son mai concessi!

Curve là donne ingegnansi

d´intorno ad un che i fieri

spasmi di morte occùpano

con l´ultimo pallor.

Sovra i nemici esamini

ei si languia caduto.

L´hanno le pie sorretto,

l´hanno tra´ suoi renduto.

Per tre ferite sanguina

rotto al guerriero il petto;

né tuttavolta il rigido

pugno l´acciar lentò.

Ma non han detto al misero

che più non v´è cui fera?

che in tutto il campo sola

sventa la sua bandiera?

che cui la fuga all´avide

lance lombarde invola,

perde il Ticino al valico,

li dà sommersi al Po?

Il sa che spose ai liberi,

madri d´angustia uscite,

son queste che devote

bacian le sue ferite?

Oh, quanta gioia irradia

le moribonde gote!

di qual conforto provida

rimerita il valor!

Presso a migrar, lo spirito

si stringe al cor; l´aita,

l´agita, il riconduce

al batter della vita.

Gli occhi virtù ripigliano

a comportar la luce:

odi, sul labbro valida

ferve la voce ancor!

- Dove son le tre nunzie de´ santi,

le colombe che uscîr dell´altare?

con che bello, che fausto aleggiare

del carroccio all´antenna salîr!

Fûr le bande nimiche allor viste

ceder campo, tremar del portento,

e percosso da miro spavento

rovesciarsi il cavallo del sir.

Dio fu nosco. Al drappel de la morte,

alla foga de´ carri falcati

ei fu guida, per chiane e fossati

impigliando gli avversi guerrier.

Sì, Colui che par lento agli afflitti,

è il Dio vigil che pugna per essi:

nel suo giorno ei solleva gli oppressi,

fa sui prenci il disprezzo cader.

Or, m´udite! Al giaciglio de´ selvi

questa rissa di sangue vi toglie:

saldi, eretti, riarsi di voglie,

vi fa donni del vostro vigor.

Ma vi affida un destin che v´è nuovo,

che vi sbalza su ignoti sentieri:

a percorrerli voi, v´è mestieri

altro spirto comporvi, altro cor.

Oh! dannati que´ giorni quand´uomo

da qual fosse città peregrino,

per qual porta pigliasse il cammino,

uscia verso un´esosa città!

Non la siepe che l´orto v´impruna

è il confin dell´Italia, o ringhiosi;

sono i monti il suo lembo: gli esosi

son le torme che vengon di là.

Le fiumane dei vostri valloni

si devian per correnti diverse,

ma nel mar tutte quante riverse

perdon nome e si abbraccian tra lor.

Così voi, come il mar le lor acque,

tutti accolga un supremo pensiere,

tutti mesca e confonda un volere,

l´odio al giogo d´estranio signor.

Le città, siccom´una con una,

abbian pace anche dentro: e l´insegni,

col deporre i profani disegni,

l´uom che stola e manipol vestì.

Capitan, valvassor, cittadino,

cessi ognun dai livori di parte.

Il lombardo che è scritto ad un´arte,

non dispetti chi un´altra seguì.

Al fratel di più forte consiglio

chi vergogni obbedir non vi sia,

perché nulla vergogna più ria

che obbedire al soldato stranier.

Se un rettor, se un de´ consoli falla,

tollerate anche i guai dell´errore,

perché nulla miseria maggiore

che in dominio d´estranei cader.

E voi, madri, crescete una prole

sobria, ingenua, pudica, operosa.

Libertà mal costume non sposa,

per sozzure non mette mai piè.

Addio tutti... Appressate al morente...

Ch´io mi posi a una destra vittrice.

Cari miei, non mi dite infelice;

non piangete, o fratelli, per me.

Era allor da compiangermi, quando

a scamparvi, per Dio! dal servaggio,

vi richiesi un dì sol di coraggio,

e mi deste litigi e viltà!

Tutto in gioia or mi torna, fin anco

se del tanto dolor mi ricordi.

È il dolor che n´ha fatto concordi:

la concordia vincenti ne fa.

Miser quei che in sua vita non colse

un fior mai dalla speme promesso!

quei che, senza venirgli mai presso,

corse anelo, insistente ad un fin!

Peggio ancor se qui giunto com´io,

qui sul passo che sganna ogni illuso,

vòlto indietro, s´accorge confuso

ch´era iniquo il fornito cammin!

Ma la via ch´io mi scelsi fu santa,

ma il dover ch´era il mio l´ho compiuto,

questo dì ch´io volea, l´ho veduto:

or clemente m´accolga Chi ´l fe´.

Qualche volta, pensose la sera,

mi rammentin le donne ai mariti;

qualche volta ne´ vostri conviti

sorga alcuno che dica di me:

- In parole fu acerbo con noi

fin che Italia nell´ozio si tenne;

quando il giorno dell´opre poi venne,

uno sguardo egli intorno girò.

Pose in lance il servaggio e la morte:

eran pari; e a Dio l´alma commise.

In PONTIDA il suo sangue promise;

il suo sangue a LEGNANO versò.

Era sopito l´Esule;

era la notte oscura.

Il sogno erano agnelle

vaganti alla pastura;

campi che leni salgono

su per colline belle;

vlontano a dritta ripidi

monti, e altri monti ancor;

dinanzi una cerulea

laguna, un prorompente

fiume che da quell´onde

svolve la sua corrente.

Sovra tant´acque, a specchio,

una città risponde;

guglie a cui grigio i secoli

composero il color;

ed irte di pinacoli

case, che sur lor grevi

denno sentir dei lenti

verni seder le nevi;

e finestrette povere,

a cui ne´ dì tepenti

la casalinga vergine

infiora il davanzal.

È il tempo in cui l´anemone

intisichisce e muore,

cedendo i soli adulti

a più robusto fiore.

Purpureo ecco il garofano

sbiecar d´in sui virgulti

dell´odorato amaraco,

del dittamo vital.

Per tutto è moltitudine;

è un dì come di festa.

Donne che su i veroni

sfoggiano in gaia vesta;

giù tra la folla un séguito

d´araldi e di baroni,

che una novella spandono

come gioconda a udir.

Ma che parola parlino,

ma che novella sia,

ma che risposta renda

chi grida per la via,

nol può il sognante cogliere,

per quant´orecchio intenda:

è gente che con l´italo

non ha comune il dir.

Que´ suoi baroni emergono

segnal d´un dì vetusto:

è ferreo il lor cappello,

è tutto maglia il busto:

tal fra le vòlte gottiche

distesa in su l´avello

gli avi scolpian l´effigie

del morto cavalier.

Passan da trivio in trivio,

dar nelle trombe fanno,

cennan che il popol taccia,

parlano. Intente stanno

le turbe. E plausi e battere

di palme a quei procaccia

sempre il bandito annunzio,

sovra qual trivio il diêr.

Ma di che fan tripudio?

ma che parola han detto?

ma sul cammin la calca

or di che sta in aspetto?

La pompa ond´essi ammirano,

più e più lontan cavalca,

e anco lontan non s´odono

trombe oramai squillar.

Pur non v´è uom che smovasi

a ceder passo altrui.

Chi d´usurparlo ardisce

balza respinto; e lui,

del suo manchevol impeto,

chi ´l vantaggiò schernisce.

Da ciascun gesto il tendere

de´ curiosi appar.

All´ondeggiante strepito

di sì condensa gente,

ecco, una muta sosta

or sottentrò repente.

Pur né le trombe suonano,

né palafren s´accosta

che porti del silenzio

l´araldo intimator.

È un quietar spontaneo,

un ripigliar decoro.

Par anco peritosa

una sfidanza in loro,

come di chi con palpito

s´appresta a veder cosa

che riverenza insolita

sa che dee porgli in cor.

Ecco far ala, e un adito

schiuder. Chi è mai che vegna?

Non da milizie scorti,

non da fastosa insegna,

son pochi, sol conspicui

per negri cigli accorti.

In mezzo il biondo popolo,

muovono lento il piè,

a coppia a coppia, in semplici

prolisse cappe avvolti.

Che franchi atti discreti!

che dignità nei volti!

Tra lor dan voce a un cantico,

tra lor l´alternan lieti.

Oh, della cara Italia

la cara lingua ell´è!

- Lo stesso evangelo toccato da´ suoi,

toccammo a vicenda; giurammo anche noi

quel ch´egli col labbro dei conti giurò.

Su l´anime nostre, su quella di lui

sta il patto: la perda, la danni colui

del quale avran detto che primo il falsò.

In curia solenne, fra un nugol di sguardi,

qual pari con pari, coi messi lombardi

fu d´uopo al superbo legarsi di fé!

Il popol ch´ei volle punito, soggetto,

gli sfugge dal piglio; gli siede a rimpetto,

levata la fronte, sicuro di sé.

La pace! la pace! Rechiamola ai figli.

Nunziamo alle spose finiti i perigli

di ch´elle tant´anni pei cari tremâr.

L´immune abituro, pregato ai mariti,

or l´han; né più mogli di servi scherniti,

ma donne di franchi s´udranno chiamar.

Addio, belle rive del fiume straniero,

e tu, mitigato signor dell´impero,

e tu, pei lombardi la fausta città.

Tornati a sedere su i fiumi nativi,

compagno de´ nostri pensier più giulivi,

COSTANZA, il tuo nome perpetuo verrà.

Ma quando da canto le nostre lettiere

vedrem le sospese labarde guerriere,

e i grumi del sangue che un dì le bruttò;

un altro bel nome ricorso alla mente

diremo alle donne; ciascuna, ridente,

poggiatasi al braccio che i fieri prostrò.

Direm lo sbaraglio del campo battuto,

e il sir di tant´oste tre giorni perduto,

tre notti fra dumi tentando un sentier.

La regia consorte tre notti l´aspetta,

tre giorni lo chiama dall´alta veletta:

al quarto misviene fra i muti scudier.

L´han cerco nel greto, nell´ampia boscaglia;

indarno! Sergenti, valletti in gramaglia

preparan nell´aula l´esequie del re.

No, povera afflitta, non metterlo il bruno.

Giù al ponte v´è gridi; lo passa qualcuno:

è desso, in castello; domanda di te.

No, povera afflitta, tu colpa non hai:

e il ciel te lo rende, né tu le saprai

le angosce sofferte dall´uom del tuo cor.

Ma taci, e ti basti che vano è il corrotto:

nessun di battaglia s´attenti far motto,

nessun con inchieste gl´irrìti il rossor.

È altrove, è fra i balli del popol ritroso

che fervon racconti del dì sanguinoso.

Là chiede ogni voce: - Guerrieri, che fu? -

Oh bello! sul campo venir di que´ prodi,

tracciarne i vestigi, ridirne le lodi,

membrarne per tutto l´audace virtù!

Nel dì del Signore, dinanzi gli altari,

allor che l´uom, netto d´affanni volgari,

l´origin più intende da cui derivò;

ignoti al rimorso d´averla smentita,

oh bello! in sen piena sentirci la vita,

volenti, possenti, quai Dio ne creò!

Nel coglier dell´uve, nel mieter del grano,

dovunque è una gioia, fia sempre “ Legnano”

l´altera parola che il canto dirà.

Ma guai pe´ nipoti se, ad essi discesa,

diventa parola che muor non compresa!

Quel giorno l´infame dei giorni sarà.

Snerbato, curante ciascun di se solo,

qual correr d´estranei! qual onta sul suolo

che a noi tanto sangue, tant´ansie costò!

Allor, non distinti dai vili i gementi,

guardando un tal volgo, diranno le genti:

- I RE CHE HA SUL COLLO SON QUEI CHE MERTÒ.

Era sopito l´Esule;

era la notte oscura:

e nulla più del lago

e delle grigie mura.

Ecco ne´ sogni mobili

una diversa immago,

ecco un diverso palpito

del dormiente al cor.

Pargli aver penne agli omeri,

e un ciel che l´innamora

battere, ai rai vermigli

d´italiana aurora.

Fiuta dall´alto i balsami

de´ suoi materni tigli,

gode in veder la turgida

foglia de´ gelsi ancor.

Come la vispa rondine,

tornata ov´ella nacque

spazia sul pian, sul fiume,

scorre a lambir fin l´acque,

sale, riscende, librasi

su l´indefesse piume,

viene a garrir nei portici,

svola e garrisce in ciel;

così fidato all´aere,

ei genial lo spira,

e cala ognor più il volo,

più lo raccorcia, e gira

lento, più lento, a radere

il vagheggiato suolo;

com´ape fa indugevole

circa un fiorito stel.

L´aia, il pratel, la pergola

dove gioìa fanciullo;

l´erte indicate ai bracchi

nel giovenil trastullo;

le fratte d´onde al vespero,

chino a palpar gli stracchi,

reddia, colmo sul femore

pendendogli il carnier;

tutti con l´occhio memore

i siti egli rifruga,

i cari siti, ahi lasso!

che nell´amara fuga

larve mandar parevano

a circuirgli il passo,

a collocargli un tribolo

sovra ciascun sentier.

Rinato ai dì che furono,

il mattin farsi ammira

più rancio; e la salita

del sol piena sospira,

tanto che intorno ei veggasi

ribrulicar la vita,

oda il venir degli uomini,

voli dinanzi a lor.

Tutta un sorriso è l´anima

di riversarsi ardente.

Presago ei si consola

nelle accoglienze, e sente

che incontreria, benevolo

fin anco lei che sola

sa pur di quale assenzio

deggia grondargli il cor.

Eccolo, il sol! Frettevoli

pestan la guazza, e fuori

a seminati, a vigne

traversano i coltori.

Recan le facce stupide

che il gramo viver tigne;

scalzi, cenciosi muovono

sul suol dell´ubertà.

Dai fumaiuoli annunziansi

ridesti a mille a mille

i fochi dei castelli,

dei borghi e delle ville.

Dove più folto è d´uomini,

a due, a tre, a drappelli

escono agli ozi, all´opere,

sparsi per la città.

Son questi? è questo il popolo

per cui con affannosa

veglia ei cercò il periglio,

perse ogni amata cosa?

è questo il desiderio

dell´inquieto esiglio?

questo il narrato agli ospiti

nobil nel suo patir?

Ecco, infra loro il téutono

dominator passeggia;

li assal con mano avara,

insidia, dileggia;

ed ei tacenti prostransi,

fidi all´infame gara

di chi più alacre a opprimere

o chi ´l sia più a servir.

In tante fronti vacue

d´ogni viril concetto

chi un pensier può ancor vivo

sperar d´antico affetto?

chi vorria farvel nascere?

chi non averlo a schivo

come il blandir di femmina

sul trivio al passeggier?

Lesto da crocchio a crocchio

il volator trapassa,

e gl´indaganti sguardi

su quel, su questo abbassa.

I bei presagi tornangli

ad uno ad un bugiardi;

pur vola e vola, e indocile

discrede il suo veder.

Colà una donna? Ah, misera!

qual caro suo l´è tolto?

Non è dolor che agguagli

quel che l´è impresso in volto.

Par che da forze perfide

messa quaggiù in travagli,

sporga ver´ Dio la lagrima

cui gli uomini insultâr.

- Patria! .. Spilberga! .. vittime! .. -

Suona il suo gemer tristo.

Quel che dir voglia il sanno,

com´ella pianga han visto;

e niun con lei partecipa

tanto solenne affanno,

niun gl´infelici e il carcere

osa con lei nomar.

Chi dietro un flauto gongola,

che di cadenze il pasca;

e chi allibbisce ombroso

d´ogni stormir di frasca:

come nel buio il pargolo

sotto la coltre ascoso,

se il dì la madre, improvida,

di spettri a lui parlò.

Altri il pusillo spirito

onesta d´un vel pio;

piaggia i tiranni umìle

e sen fa bello a Dio.

Come se Dio compiacciasi

quant´è più l´uom servile,

l´uom sovra cui la nobile

immagin sua stampò!

E quei che fean dell´itale

trombe sentir lo squillo

là sulla Raab, soldati

del tricolor vessillo,

che a tener fronte, a vincere

correan, per tutto usati

l´austro, il boemo, l´unghero

cacciar dinanzi a sé,

dove son ei? Già l´inclita

destra omicida è polve?

tutte virtù l´argilla

del cimitero involve?

o de´ conigli l´indole

anco il leon sorbilla,

e dei ruggiti immemore

lambe a chi ´l calca i piè?

Al dubbio amaro, l´Esule,

come una man gli fosse

posta a oppressar sul core,

si risentì; si scosse

a distrigar l´anelito,

a benedir l´albore

che dalle vane immagini

al ver lo ravviò.

Desto, ammutito, immobile

il suol com´uomo affisse

che del suo angor vergogni:

poi quel che vide ei scrisse.

Ma quel che ancor l´ingenuo

soffre pensando ai sogni,

sol cui la patria è un idolo

indovinar lo può.