I

By Andrea Bellacci

Ora che Febo men suo razzi spande,

che Proserpina parte da Plutone

per fare il corso suo veloce e grande,

ed era proprio il tempo e la stagione

ch'io davo al mortal corpo il sonno usato,

udrai ciò che m'aparve in visïone.

E' mi pare mutarmi d'alcun lato

col mio car Giovanni, e cavalcare

in loco ch'altre volte ognun v'è stato.

E come nel cammin suole incontrare

ch'alle volte si conta qualche storia,

a lui mi pare propio recitare,

secondo mi porgeva la memoria,

quando, fatto l'acquisto il gran Teseo

dell'amazone genti, con tal gloria

a Attena ritornando, e come Egeo

il carro trïonfal gli aparechiòne

e come incontro a lui ciascun si féo

e trïonfante per la città andòne,

tanto che giunse al tempio dove stava

l'achiva gente, ch'a lui si mostròne;

e come Evannes, visto lui, plorava,

in atto vedovile scapigliata,

e verso il gran Teseo così parlava:

«Non amirar, signor, la sconsolata

turba che ti si mostra sì dogliosa,

perch'ogni tua vittoria a noi è grata;

ma duolci di Creon la rigogliosa

ira, che ci ha vietato dare il fuoco

a' nostri regi, ch'ognun morto posa»

Fermandom'io a questo dire un poco,

quasi che sotto voce udi' cantare

tal ch'i' sofersi posarmi a quel loco,

e non potendo mai immaginare

onde fussi la voce, se non ch'io

senti' al canto po' risposta dare.

Allora, avendo di veder disio,

essendo d'un gran monte sceso al basso,

tanto che 'l cantar lor me' si sentìo,

legati i cava' nostri a piè d'un masso,

per gire al loco ove sonò la voce,

pedon pedon passando alcun nel passo,

giunti a un fiumicel, ch'assa' veloce

era nel corso suo, ben che l'uscita

contenesse in sé piccola foce,

allora udimo voce pi- spedita,

perché, passat' il fiume con prestezza,

venimo al certo onde s'era uscita.

Volendo adunche aver buona chiarezza

del loco ov'eran quelle voci belle,

è necessario aver più sottigliezza,

ch'avendo agli occhi uman presente quelle

sare' contra fortuna designare

non che dormendo, vagillando in elle;

ma pur intendo a te chiaro mostrare

qual vidi, poi di là fui passato,

chi v'era e dove e chi già vegg' andare.

E' pareami esser giunto in un bel prato

coperto di be' fiori e vagh'erbette

e di vari albuscegli circundato;

è dallato una fonte, che riflette

l'acqua del fiumicel che lo cercunda;

quivi vid'un con arco e con saette.

Allor, con faccia morta e tremebonda,

dissi al compagno mio quasi con grido:

«Chi è quel che di tante frezze abonda?»

E que' rispuose a me: «Egli è Cupido».

Ed io, riconosciuta la faretra,

dissi: «E' debb'esser qui suo proprio nido».

Posati adunche in parte alquanto tetra

per non passare apresso a quello alato,

ché mai a' piè di lui grazia s'impetra,

guardando vidi poi a mezzo il prato

un ballo ornato di tante donzelle

e simile da viri circundato;

è nel mezzo una donna, che di stelle

coperta avie l'amanto in sedia d'oro,

ch'era stupenda cosa a mirar quelle.

E 'mmaginando chi fussin costoro

e qual fusse costei così ornata

e onde procedesse tal lavoro

en mezzo a due, ch'ognun fiso la guata,

stupefatto io adunche di tal cosa,

mi volsi quasi con voce turbata;

dissi: «Compagno mio, tu ch'ogni cosa

intendi: chi è costei, che, fuor del genere,

ha tanta la sua faccia luminosa?»

E que' presto rispuose: «Quella è Venere

e quello è Bacco, ch'è dal destro lato,

Ceres de l'altro, c'ha suo voglie tenere».

E 'l ballo avendo gran pezzo cantato,

con bello inchino alla magna reina

si tirâr tutti, e fêrsi dall'un lato,

e, stando alquanto, una gentil fantina,

acompagnata da un giovinetto,

mosse a cantar con voce alta e divina.

Né prima finîr questi, ch'a diletto

un'altra vidi un lïuto sonare:

non domandar se 'l suon era perfetto.

E cominciâro ambiduo a ballare

sul vago prato, dove, rimirando,

senti' di quelli alcuno nominare.

Per non venire i lor nomi ocultando,

vidi e senti' che' primi ch'eron mossi

a ballare era Ero e 'l suo Leandro.

E i secondi ch'al suon si fùr riscossi,

non facendo al ballare alcun dimoro,

perch'è del loco lor presto rimossi,

questi fùr que' ch'alla fonte del moro

si detton morte cruda e lì finîro

la vita loro in ultimo martoro.

Mossi costor, senti' un gran sospiro,

quando dal destro lato un ballatore,

amando, volse po' gli occhi suo 'n giro.

Costui è quel teban, ch'ancor d'amore

ardeva tutto d'Emilia suo bella,

che sai che fu suo fin di tal dolore.

Po' vidi muovere un con una stella,

ciascun co' crini sparti e rilucenti;

non mi saziavo di rimirar quella.

Costor fùr que' che li crude' tormenti

feron sentir con dolorosi afanni

e disfar Troia infino a' fondamenti.

Vidivi Dido ancor, che' gravi inganni

rimproverava al dispiatato Enea,

ricordando il piacere e li suoi danni.

E simil presso a questa era Medea,

acompagnata dal suo bel Giansonne,

e caldamente con lui si dolea.

Molti e molt'altre più giovani donne

muover vid'io, ch'è numero infinito,

a ballar ivi con alzate gonne.

Vidivi ancora deluso e schernito

Priapo ignudo, quale e' fu trovato;

amando Veste, quella ebbe asalito;

e Troiòlo da Griselda ingannato

e Filis simil dal suo Demofonte,

che mai si ricordò tornalli a lato.

Vidivi un altro con ardita fronte,

che fu morto nel tempio a tradimento,

amando Pulisena a suo mal onte.

Eravi Nesso, ch'a suo piacimento

credette aver la bella Dïanira:

di mirar quella sempre stava attento.

E come alcuna volta l'uom si gira,

veggendo altri far mossa in un momento

per novissima cosa che lo tira,

stando io sopra a me alquanto attento,

per mirar chi di nüovo venisse,

e ritto mi levai, non come lento;

tenendo alquanto mie pupille fisse,

vidi venire un vago giovinetto,

ch'io fra me stesso dissi: «E' fia Narcisse».

Po', rimirando meglio il suo aspetto,

vidi che morte ancor non l'avea tolto

di terra, ond'io più n'ebbi diletto;

e di tanta adornezza era nel volto

che, come Vener l'ebbe rimirato,

subito a' piè di lei si fu racolto.

E li altri, che ballavano sul prato,

cominciaron la festa a radoppiare,

ognuna essendo col suo amante a lato.

E posto alquanto fine al lor ballare,

Vener fé tutte le genti sedere,

facendo cenno di voler parlare,

per farli tutti presto provedere

quel che comanda, dico la reina,

e satisfar di poi al suo volere.

Ed ella presto a sé una fantina

chiamò, dicendo: «Fa' che di be' fiori

faccia una grilandetta peregrina».

Po' parlò forte, e disse: «Ognuno onori

questo vago angioletto di mie gesta,

che vol gustar di mie cib'i sapori».

Allora, cominciata una gran festa

tra costoro onorando quel garzone,

come avea comandato lor maestra

e volendo seguir la condizione,

disiderando aver sua cognizione

e chi era costui, mi fé più inanzi;

e rimirando di nuovo i sembianti

e l'aspetto di questo spiritello,

ch'aveva gli occhi sua pien d'amor tinti,

conobbi ch'eri tu, signor mio bello;

ond'io per tenerezza lacrimai,

temendo morte t'avessi a su' ostello,

e 'ntanto che' mie occhi ristagnai,

el mio compagno disse: «Vedi Corso!»

Non domandar s'allor mi ralegrai.

Sendomi co' pensieri alquanto morso,

vidi quell'angiolella che tornava

colla grilanda in man con lesto corso

e ginocchione a Vener si posava,

dicendo: «Sacra iddea, ecco 'l precetto»

Onde Vener con festa la pigliava,

e fatto in piè levar te, giovanetto,

con amorosi canti enghirlandato,

ti fé levar di tuo luogo in diretto

e 'n cotal forma poi ebbe parlato,

dicendo a ciaschedun: «Costui è quello

che più ch'altri ha mio signor venerato»,

e poi chiamò Cupido, quale snello

si fece avanti, dicendo: «Abbia cura

come saetti a questi tuo quadrello».

E po', per onorar più tua figura,

a ciascun poi si fa comandamento

ch'acompagnasse te per la pianura.

Onde un gran carro di bell'ornamento

fu preparato a tua contemprazione

per onorarti in un picciol momento.

E s'io di ciò ho buona sposizione,

non tornò in Roma alcun mai trïonfante,

che fusse a questo di cumperazione,

atornïato derieto e davante

d'uomini venerandi e valorosi

i quali eron ver te ognun festante;

e quattro palafren ben poderosi

tiravan con dolcenza trïonfale

e suoni e canti erano amorosi.

Io non saprei a chi facessi equale

la bella compagnia che 'l seguitava,

ché 'l numer sare' troppo inumerale.

A questo modo la brigata andava

insino all'orlo di quel praticello,

dove, giugnendo, il carro si fermava.

Un parlò poi, e disse: «Il fiumicello

passar noi non possiam, però che morte

ci ha tolto a valicare il passo d'ello.

E acciò ti stie a mente nostre porte

e che di me il nome ti ricordi

che, come 'l tuo, nel mondo fu già forte,

io sono Ansalon bel, ch'assai più cordi

feci troncare ad altri, e fu' legato

co' lacci di Cupido stretti e sordi.

E costui che m'è qui dal destro lato

col savio Salamone mai difendere

non si poté da quel mal cieco alato.

L'altro è Sanson, che 'l fece tanto accendere

che costretto da lui, fidando in egli,

a suo dispetto bisognossi arrendere;

ed era calvo ancor sanza capelli,

i qual Dalila gli aveva tosati

co' le man femminili e tolti quelli.

Essendo alquanto i viri posati,

la turba ognora venìa crescendo

di giovani e di donne inamorati.

Io dissi al mio Giovanni sorridendo:

«Vedi tu Corso quanto è onorato?

Dunche acostarmi a lui omai intendo».

E mossimi già del primo lato

per passar fra le genti a visitarti,

tanto gaudio presi di tuo stato.

E mossi già i piè per ovviarti

avanti che passassi il fiumicello,

per voler di tal cosa domandarti.

E Filomena sur ogni albuscello

già cominciava a dare il dolce canto

e Febo rifletteva alcun razzello;

Proserpina tornava a Pluto intanto,

abandonando suo corso veloce,

e le stelle nascose erano intanto,

quando senti' gridare ad alta voce

il mio caro compagno, e disse: «Surge!»

E desto vidi già chiaro ogni luce.