I

By Antonio Guazzalotri

Per gran forza d'Amor commosso e spinto,

donna leggiadra, a porger dolci prieghi

a voi, con volto a lagrime dipinto,

suplico almen che il vostro udir non nieghi

al mio stanco parlar dar aüdienza,

ma per benignità gli orecchi pieghi,

perch' è costume di gentil semenza

a madonna o signor udire il servo

e soddisfarlo poi con sua clemenza.

Or io, che mi consumo a nervo a nervo

sol per soperchio amore, a voi ricorro

com'al bel fonte l'assetato cervo.

Ma la vostra prudenza, s'io trascorro

nel troppo caldo dire, esso corregga,

perch' a voi ubidir sempre concorro.

Quella vera affezion mio priego regga

che 'l cieco alato m'improntò coll'arco

nel mio cor, dove sempre vol che segga.

Vaga, bella, vezzosa, i' sono al varco

di fine di mia vita, se per voi

non m'è alevïato questo carco,

ché la vaghezza de' begli occhi tuoi

ogni dì più mi stringe con suo nodo,

quando gli volgi ben, come tu suoi.

Talor, madonna, infra me stesso godo

di chi m'ha preso, e amor mi lusinga,

ed io, attento e tutto alegro, lodo.

Or vuol che più avanti a dir mi spinga,

a l'alma aflitta dando gran baldezza,

prima che morte il suo albergo estinga.

Deh, piacciati d'udir, vaga bellezza,

se ben la mia nazion non è uguale,

quanto afariesi alla tua gentilezza!

Tu se' pur, sì com'io, cosa mortale

e di natura umana, sì com'io

ho forma d'uomo e non d'altro animale.

Se più formosa te ha fatta Iddio

che non ha me, ringrazia la natura,

che per te ringraziarla io non oblio.

Ma, se riguardi ben la mia figura,

tu vedrai ch'io non son tigre né orso,

stando col qual dovessi aver paura,

o animal protervo, che col morso

mai maculassi le tue membra belle,

diliberando tu darmi soccorso.

Non pur sol tanto tua lucente pelle

ardirei toccar, ch'io mi credessi

un pel tôr dove più legger si svelle.

Che credi, o cara luce, ch'io facessi,

trovandomi coperto teco e nudo?

Per certo i' tel dirò, se m'ancidessi!

Fra te e me non essendo altro scudo,

tutto tremante a te verria pian piano;

e, perché non mostrassi il volto crudo,

in prima piglieria tua bianca mano

e stretta fra le mie me la terrei,

standoti per temenza ancor lontano.

Asicurato alquanto poi verrei

umile verso te, e come muto

per gran dolcezza so non parlerei.

Poi, avendo mio senso rïavuto,

con boce rotta dopo un gran sospiro

direi: «Tempo aspetatto or è venuto;

or ho con meco quel che più disiro:

ell'è con meco quella ed io con essa,

che m'ha già dato sì crudel martiro.»

E poi direi: «Oh, può ell'esser dessa?»

stando in dubio pel disïato bene.

Beato a chi tal gloria è impromessa!

«O dolce mio governo, o cara spene,

o albergo di tutti i miei pensieri,

perché cagion m'hai date tante pene?»

E, detto questo, un bacio assai leggieri

con un soave e tremulo abracciare

darei al tuo bel primo messaggeri;

quell'occhio vago, che d'innamorare

mi fu cagione e de' mie gran dolori,

or l'ho con meco, e aver non mel pare.

Poi, volendo gustare altri sapori,

m'inchinerei a baciar la tua bocca,

che fa spirar mille soavi odori.

Poi, dove l'un con l'altro cor si tocca,

riposerei le già umide ciglia,

sotto le quali ogni dolor trabocca.

Dove il primo liquore il fantin piglia,

sul bianco sen, ti lasceria per segno

con ciascun bacio una rosa vermiglia.

E, fatto poi di tanta gioia degno,

verrei alla dolcezza che avanza

tutti i diletti del terresto regno.

Dato fine a questa ultima speranza,

in sul tuo sen rimarria tramortito

per gran soavità e dilettanza.

Ma, poi ch'io fossi alquanto risentito,

dalla cima persino alla radice

ti conteria mie pene a dito a dito;

e, chiamandoti ladra e traditrice,

ti conteria gli oltraggi che m'hai fatti,

sì come fa chi d'amore è felice.

E tu, ridendo con piacevoli atti,

so che diresti: «Può egli esser questo,

ch'io tanto avessi a me tuo sensi tratti?»

Ed io risponderei allegro e presto:

«Per certo sì», faccendo tanti giuri

che 'l creder poi non ti saria molesto.

Io so che tu lo sai e non ti curi

di me, cui tua bellezza tanto accora,

ch'io mi distruggo, e tu vie più t'induri.

Se di tua grazia mi ritrovo fora,

posso te riputar mortal nimica,

ché per te non riman ch'io non mi mora.

Vedi che tua speranza mi notrica:

vogli pel servo tuo, gentile e bella,

cangiar proposta e farti a lui amica!

Da te spero d'aver lieta novella,

scrivendoti il mio dir con tanto effetto

che, scrivendo, mi pare essere a quella.

Della tua gioventù prendi diletto,

perch'ogni giorno la biltà si fugge

e sotto 'l capel can cangia suggetto.

Chi ben riguarda, bellezza si strugge

sugli uman corpi come neve al sole,

stando scoperta sanza avere altr'ugge.

Le più olenti e tenere vïole

perdon più tosto e vie più si disfanno

che non fan l'altre. E nota mie parole:

se ti lasci invecchiar con questo inganno,

tu piangerai per quel che tanto t'ama

aver tenuto lui in tanto affanno;

mentre ch'è 'l frutto su la verde rama,

dà di prenderne al servo libertate,

che sopra tutto quel disia e brama,

gridando a te: «Piatà, piatà, piatate!»