III

By Antonio degli Agli

Per veder cose al mondo ignote e scure,

in alto mar con picciol legno entrato,

passai per acque perigliose e dure;

e subito dal vento trasportato,

nel sen dell'oceàn più alto entrai,

dove, da nuovi venti in ciel levato,

in luogo sì soave mi trovai,

sì lieto, luminoso, ameno e bello

che per somma dolcezza in me mancai.

E, come 'n sogno, con antico vello

m'aparve un vecchio reverendo e degno,

che su del ciel venìa leggiero e snello;

e subito col volto mi fé segno

ch'i' lo seguissi, ed io veloce e ratto

a lui m'aplìco come ellera al legno.

Ed ei, notando la paura e l'atto

mio, confortòmi e disse: «Figliuol caro,

tu se' d'ogni pericol quasi tratto.

Nel mar entrasti non siccome avaro

di falsa merce, ma per trovar l'oro,

ch'è sempre a ogni mal iusto riparo.

Onde, mosso ver te 'l celeste coro,

mandato son quaggiù, come tu vedi,

perché t'apra del vero ogni tesoro.

Andiamo adunque: i' so quel che tu chiedi

e di te meglio 'l tuo bisogno intendo,

ma le mie orme osservino e tuo piedi!»

Mossesi allora, ed io, retro seguendo,

e miei co' passi suoi ben temperava

ed a ogni sua voglia atto mi rendo.

Esso a un monte e suo pie' dirizzava,

vicino a noi d'una porta serrato,

che fiamme in ogni parte saettava.

Voltossi allor a me: «Or se' arrivato

dove sarà ogni tua macchia tolta,

po' che sarai per questa porta entrato».

Disse, e, rapito me con forza molta,

dietro alla fiamma pauroso e smorto

quivi mi trasse, ov'ell'era più folta.

E po' che molto lì m'ebbe rivolto

come ferro in fucina, oro o argento,

vidi mie membri e me distrutto e morto.

Chi si vivesse in me non so; ma spento

vedev'alcun se stesso, e li ossi bianchi

di stupor pien mirava e di spavento.

Della mia guida per li antichi fianchi

vidi chinare, e la cenere e l'ossa

ricoglier rotti, diminuiti e manchi;

e quelli e me rapiti in una fossa

alta sommerse e la terra ripose

calcata ove l'avea prima rimossa.

Io, benché morto, in me di me ta' cose

e strazi far vedea; incominciai

senz'occhi a pianger forte e senza vose,

e, di tristizia pien, le ciglia alzai

al crudo vecchio, e di tal tradimento,

come quivi potea, mi dolfi assai.

Mentre ch'i' era in tal pianto e lamento

più infiammato, con tremor s'aprìo

la terra e, diserrando ogni convento,

me con terribil man tosto scoprìo

e del fondo levommi, e 'n un bel prato

tra l'erba e' fior mi pose, al parer mio.

E poi ch'alquanto lì fu' dimorato,

vidi 'l mio duce in ver me sorridendo

venire, e disse: «Il tuo nome lodato

sia, o Rettor del mondo, alter, tremendo,

c'hai di tal forma e bellezza vestito

chi mo accusava me, se bene 'ntendo!»

Da poi ch'i' ebbi tal parlare udito,

mossi mie lumi, e 'ntorno mi guardai

per veder de' mie membri il modo e 'l sito.

Leon, vitello ed aquila trovai

me fatto, sì che l'umana figura

era più bella in me che l'altra assai;

anz'era tanto sopra sua natura

passata e sopra 'l modo de' mortali,

ch'i' non vedea del quanto la misura.

In me eran formate penne ed ali,

e d'ogni pondo liber mi parea

al ciel volare, uno e quattro animali;

de' quai la 'ntera forma si vedea

in uno, ed uno in quattro, sì composta

che, se nïente l'un l'altro impendea,

volando l'una, l'altra era disposta

delle facce a volare; e, raguardando

in una, ogn'altra si vedea ascosta.

S'i' ammirai, lettor, non ir cercando,

ché né tu creder né io dir potrei

con umane parole o stil parlando.

Paruto uomo e non uomo allor sarei

e quelli ancora e non quelli animali,

che me in me miravan li occhi miei.

Mentre ch'io 'n su movea volando l'ali,

vidi Minerva e nel suo seno Amore

nel sol seder fra d'oro e lievi strali;

vidi la vita in lor, vidi l'ardore

delle saette sì forte e acuto

ch'are' vinto e soluto ogni rigore.

Io, per grande stupor, fatt'era muto

e volea domandar, e non ardìa,

pel caso ch'era inanzi intervenuto.

Allora 'l vecchio, della mente mia

intendendo l'ardor, disse: «O figliolo,

ecco che già dei ciel prendi la via!

Già senti salutare essere 'l duolo

dell'ampla fiamma e quella sepultura

che te nel grembo suo ricevé solo,

poi ampliò mutando tua figura

in modo che già puoi qua su salire,

dov'uom non salse mai per sua natura.

Or vorresti da me più oltre udire

ch'ancor veder non puoi, ed io t'aviso

che, se colei non aiuta 'l mio dire

la quale or vedi ed or raguardi fiso,

i' non saprei però che tu se' giunto

nel luogo da noi detto paradiso.

Qui è quel senza cerchio ubique punto,

quell'è la Sapïenza e quello Amore,

nel sacro sen sempr'unito e coniunto».

«O padre mio — diss'io — duce e signore,

del qual, non conoscendo, assai mi dolsi

sotterra pria e poi nel gran calore,

ma l'alma, el petto e 'l cor tutto rivolsi

tosto chi' vidi 'l mio fallo e 'l tuo volto

tal verso me, qual io richiesi e volsi!

Or che la fiamma e 'l mio error più molto

mi duole, e priego te, caro mio duce,

che sia in me da te ogn'odio sciolto;

e dimmi perché là in quella luce,

dov'arde Amor nella sua donna acceso,

l'Amicizia lor cara non vi luce.

I' ho più volte cercando conteso

di veder di costei la mente e 'l petto,

e del cercar non mai soffersi 'l peso».

Ed egli allora a me: «Com'io t'ho detto,

non senza l'alma donna puoi sapere

quel ch'ora accende e strigne 'l tuo affetto».

E, volto a lei: «Tu puo' chiaro vedere,

o rettrice del mondo, il nostro core

e l'ardor che ci tien di te udire!

Costui, mutato già dal tuo decore,

per dubiosi cammini è qui salito

per udir te parlar del sacro amore,

over de l'amicizia, e l'infinito

lume spiegar che l'uno e l'altro accende,

sì che 'l mondo non vede ogni lor rito»

Disse; e la donna allor, come chi 'ntende,

me che non seppe dir chi domandava,

volt' a noi, tali e ta' parole rende:

- Veggendo voi qui star, meco pensava

di prevenire al vostro domandare,

mentre che questi ardea e dubitava.

Qui si convien di carità parlare,

la qual è d'amicizia in la fornace

fabbricata d'amore, en quell'altare

nel quale Aron suo olocausto face.

Niun'amicizia è vera se non quella

che nella carità si siede e giace,

anz'è di lei figliuola over sorella

o, come sopra dissi, è caritate,

vita d'ogni virtù, àncora e stella.

L'obietto suo è essa bonitate,

e, per quell'ottener, volt'a' mortali,

ciascun prossimo chiama amico e frate;

saetta ancora e suo più caldi strali

agl'inimici, e, con libero petto,

fa li suo moti a tutte cose equali,

sé ordinando, e tutto 'l suo diletto

è nell'amar, benché non truovi amore

ciascun come 'l suo puro e più perfetto.

Di chi ingrato è per sé nessun dolore

sente, ma sol di color si contrista

che dell'amar non sentono 'l dolzore.

Questa nïente ha suo, nïente acquista

se non comun; questa, per aver tutto,

se stessa presta alle sue cose mista;

questa inferma allo 'nfermo e piange al lutto

e maggior pena che 'l penato sente,

questa nel perder suo truova gran frutto,

quest'ha l'amico suo sempre presente;

magnifica, benigna, larga e pronta

consola, aiuta e soccorre la gente.

Questa suo beneficî mai non conta,

questa ciascun dell'amor debitrice

sé crede, e, amando, suo debiti sconta;

questa non ha timor, quest'è felice

nella calamità, e l'alma pone

per non perder amor, com'alcun dice;

questa ogni suo fatto, ogni sermone

accende nella fiamma di Colui

che di virtù celeste armò Sansone;

questa nel grembo mio sempre costui

abraccia, en modo che 'ntender non puoi

se esso è giunto a lei o essa a lui.

E questo inanzi 'ngannò li occhi tuoi,

perché duo credev'esser quel ch'è uno,

come nel petto mio già veder puoi.

I' son colei che la meno a ciascuno

ov'è l'obietto amabil, che l'Amore

muove ed accende dov'è lo prim'Uno.

I' son colei che la forma e 'l decore

per sé bellezza mostrò donde nasce

e 'l vero amor nel generoso core.

Chi al mio petto si nutrica e pasce

vede dell'amicizia il santo nodo

avanzar ciò che 'n terra vale o nasce;

vede sua nobiltà, vede 'n che modo

questa in sé poss'un di molti fare

e con vincol legar tenace e sodo;

vede ogni felicità è nell'amare,

e per amor, quand'ha se stesso dato

con tutto 'l suo, già niente gli pare.

Non cerca tale amor fruir l'amato,

ma per amor gli è dolce ogni tormento,

se di divin furore è 'nebrïato.

Alterno amor non cerca 'l suo contento,

ma per amor dell'amato si priva,

purché di quel poss'empiere 'l talento.

Nella morte vedrai l'anima viva

del verace amatore, e nella vita

quella vedrai di vita e luce priva.

Vedrai, vegghiando, lei maner sopita,

el riso vedrai misto al duro pianto

e nella retta via come smarrita;

vedrai 'l corso star, piangere 'l canto,

ardere 'l ghiaccio e congelare 'l fuoco,

e nïente quant'è già esser tanto;

quel che grand'era vedra' fatto poco,

la sapienza stolta, e depravata

l'alma virtù e privato di loco

alcun locale e la luce oscurata

e per astri contrarî ammirerai

e 'nsieme forse misera e beata

l'alma gentile e nobile dirai

e col superno Amor tutto abracciare

e tal far qual altrui non fece mai,

e quella sopra 'l mondo e te volare

en ciel salendo, nell'inferno scesa,

ed alta e bassa in un momento stare.

Con ozio all'operar veloce è 'ntesa,

mobile più che fiamma e che 'l pianeta

che 'n un dì gira 'l ciel senza contesa.

Questa già mai star non può quieta

perch'amor la combatte, e quinci avviene

che a nullo già mai se stessa vieta.

Chiama ciascuno amico, e ciascun tiene

un altro sé, e, come per sé face,

fa per ciascuno; e, se noterai bene,

vedrai l'amico ver non aver pace

nell'altrui guerra, colpa over tristizia,

quand'a se stesso, overo al ciel, dispiace.

Quinci 'l vedrai orar per la milizia

e, per la colpa altrui, con pianto e lutto

e grave duolo e paura e mestizia

consigliare, amonire infin che 'l frutto

colga del suo amore e al divino

precetto ubidir possa in parte o tutto.

Per quel vede ogni amore esser meschino

che non vòle in altrui quei che 'n sé volle,

quando si fé amando a Dio vicino.

Chi 'l core e l'alma e la mente non tolle

tutt'al suo Dio ed a lui non la dona

dall'amicizia 'l suo principio tolle.

L'obietto è l'atto e l'abito corona

della sua nobiltà, onde l'amore

locato 'n Dio essalta ogni persona,

tanto quanto dell'atto fa 'l vigore.

Sì che niun più felice è di colui

ch'a Dio dona sé con tutto 'l core;

e chi crede l'amico un altro lui,

sì che com'a se stesso a lui vuol bene,

non altro o men che sé amando in lui;

chi questa legge osserva, abraccia e tiene

e cerca 'n altrui eccitar quell'amore

che fa beato ognun ch'ad esso viene.

Chi di tal fondament'è posto fore

su' amicizia fa simil a quella

che 'n sé del suo amor volge 'l tenore.

Se d'amicizia dunque alcun favella

senza questo principio, non intende

quel ch'è benevolenza, o vera o fella;

il perché quella e questi e me offende

chi sé dispone amando in altro modo;

è chi non ben questa legge comprende,

s'i' l'uno amore e l'amicizia lodo,

cose a' quali ogn'altro è sottoposto,

che 'n sé non ha mendacio, inganno o frodo.

Il perché de' ciascuno esser disposto

per sé amare Dio e per Dio tutto,

dov'è d'amore 'l vero obietto posto.

Quindi del retto amor si coglie 'l frutto,

quindi la forma, regola e misura,

e l'ordin dell'amor s'impara tutto,

perch'è indegna la nostra natura

per sé essere amata: al suo Fattore

volger si de' l'amor di sua fattura.

E perché tanto è più nobil l'amore

locato in creatura quant'è quello

che 'l tempera a più luce e più vigore,

prima si debbe el pè in fiamma d'ello

e quindi all'amicizia por la mano,

se confonder non vuoi l'ordine bello.

Ciò dico perch'a nullo paia strano

se amicizia e carità coniungo

e al divino amor sempre l'umano.

I' dire' d'esto più, ma sare' lungo

veder come procede e quanto e dove,

e com' dall'altro l'un talor disiungo.

Bastiti dunque se alcune nove

lode desta virtù saranno assunte,

dond'a noi ogni vero e luce piove.

La fiamma d'esto amore ha le sue punte

nel foco del mio petto asottigliate,

sì ch'al debil veder paion consunte;

ma son sì e 'n tal modo temperate

che di ferro e di pietra ogni rigore

risolvon, quando son ben saettate.

Quinci del fido amico il vero amore

conoscer puossi, però che 'nfiammato

quindi sempre ferisce e fende 'l core.

E questo avvien però ch'è stimolato

da tanto amor che tutto si trasforma,

tutto s'infonde e muta nell'amato.

Quinci vedrai, vestiti della norma

del caldo affetto, gesti, atti e parlari

come saette imprimer la lor orma;

quinci vedrai mutar molti suo cari

per la potenza dell'amor, che finge

e forma atti e parole e gesti vari;

quinci Pier pescator parlando stringe

degli uditor sì 'l petto che 'n brev'ora

molte migliaia al suo Cristo compinge;

quinci l'ardor di Paolo inamora

chi l'urna non avea spezzat'al fonte,

quinci 'l mondo si muta, arde e divora;

quinci accese le genti ardite e pronte

con letizia a' tormenti, all'aspra morte

corron con gaudio e festa e lieta fronte.

Fedel fu l'amicizia e vera e forte,

che, per giovare al mondo che peria,

correr face li santi in ogni corte».

Questi e altri parlar la donna pia

faccendo, non so come i' mi trovai

quel che già fu quando persi tal via;

e, 'n terra posto, già tardo notai

quell'alma visïon ch'ogn'alto stile,

ogni 'ngegno, ogni lingua avanza assai

e che scrivendo quella abietta e 'nvile.