IX
Maraviglioso Amor, mi fai sentire
la forza tua più ch'a null'altro amante
per quelle luci sante,
che mi fêr sottoposto al tuo valore,
per forma tal ch'omai non val fuggire,
né contro al tuo voler esser errante,
perché d'un dïamante
fu 'l nodo col qual m'alacciò il core
l'angelico splendore
di quella, che a te mi sottomise,
allor che me da me stesso divise.
Amor, già non mi duol l'esser subietto
a te per cosa tal, né mi dorrei
per ciò che a' sacri dei
saria tal subiezion solenne dono;
ma duolmi che conosco me imperfetto,
ché a tanta resistenzia non potrei
reggere i sensi miei,
perché sento l'ardor nel qual io sono,
per forma che abandono
speranza omai di mantenermi in vita,
se essa teco insieme non m'aita.
Degna cosa è ch'alto signor consenta
l'aiuto del suo umil e fedel servo;
dunque non star protervo
a me, tuo sì fedel, porger soccorso,
ché non sol una cosa mi tormenta,
ma molte son, perché con duol acervo
già tutto mi disnervo,
ch'assai si sa là dove son trascorso.
Sarò con ragion morso
da chi dirà, gabbandomi: «Costui
si muor per quel che riprendea sì altrui».
Dunque ritieni in parte, Amor, quel foco
che all'altrui menti mi può far palese;
siemi, signor, cortese.
Lieve t'è far la grazia ch'io domando;
deh, sì, ch'io mi consumo a poco a poco
per tema che le fiamme dentro accese
non sian di fuor comprese!
O signor caro, io mi ti racomando;
e se morire amando
pur mi convien, signor, ciò mi fia gioia,
se non si sa per cui languendo muoia!
Ahi, lasso a me, ché s'io sapessi ch'io
avessi conversato co' suoi stretti
per guastare i diletti,
che porgon gli occhi belli a chi gli mira
di quella me empié del gran disio
quando sì fiso a rimirar gli stetti,
fariensi a me sospetti
e sì ripien di ragionevol ira!
Omè, ché mi martira
più che alcun'altra pena questa tema,
sì che già per vergogna il cor mi trema!
La tua somma pietà or mi difenda,
glorïoso signor, da caso tale
se degno priego vale
nella divina tua somma potenza.
Deh, non voler ch'io bestial forma prenda
per adorare il tuo dorato strale!
O sire imperïale,
dimostra in me la tua somma eccellenza
con quella providenza
che sai adoperar, quando tu vuoi
giovare a quei che, qual io, si fan tuoi!
E tu, o sacra e veneranda dea,
per cui il mondo d'onestà si veste,
venuta dal celeste
per essemplo d'onore in forma umana,
volgi gli occhi pietosi alla mia rea
passion cruda, e le mie gran moleste
a te sien manifeste,
ch'io son nuovo Ateon, già per Dïana
consunto alla fontana,
per lo disio sfrenato che in me nacque,
allor che tua beltà tanto mi piacque.
Null'altra cosa mai mi piacque tanto
quanto l'adorno viso e quello sguardo,
onde l'acceso dardo
uscì, da te mandato nel mio core,
e l'onesto parlare accorto e santo,
la vaga leggiadria col gran riguardo.
Alma gentile, io ardo
se non mitighi in parte il gran calore,
ch'acceso ha in me Amore,
quando con forza della tua beltate
mi venne a trar della mia libertate.
Andrai, canzone, colà dove tu sai
che 'l mio disio continuo si posa,
e con voce pietosa
il foco in che mi truovo manifesta
a quella ninfa, i cui vaghi rai
e' mi raccendon di fiamma amorosa,
ché mai maravigliosa
cosa non fu nel mondo quanto questa.
E accorta e modesta
sarai a dirle: «Il vostro servo unìco
con fede v'ama assai più ch'io non dico».