IX

By Giosue Carducci

Sorgono e in agili file dilungano

gl'immani ed ardui steli marmorei,

e ne la tenebra sacra somigliano

di giganti un esercito

che guerra mediti con l'invisibile:

le arcate salgono chete, si slanciano

quindi a vol rapide, poi si riabbracciano

prone per l'alto e pendule.

Ne la discordia così de gli uomini

di fra i barbarici tumulti salgono

a Dio gli aneliti di solinghe anime

che in lui si ricongiungono.

Io non Dio chieggovi, steli marmorei,

arcate aeree: tremo, ma vigile

al suon d'un cognito passo che piccolo

i solenni echi suscita.

È Lidia, e volgesi: lente nel volgersi

le chiome lucide mi si disegnano,

e amore e il pallido viso fuggevoli

tra il nero velo arridono.

Anch'ei, tra 'l dubbio giorno d'un gotico

tempio avvolgendosi, l'Alighier, trepido

cercò l'imagine di Dio nel gemmeo

pallore d'una femina.

Sott'esso il candido vel, de la vergine

la fronte limpida fulgea ne l'estasi,

mentre fra nuvoli d'incenso fervide

le litanie saliano;

salian co' murmuri molli, co' fremiti

lieti saliano d'un vol di tortore,

e poi con l'ululo di turbe misere

che al ciel le braccia tendono.

Mandava l'organo pe' cupi spazii

sospiri e strepiti: da l'arche candide

parea che l'anime de' consanguinei

sotterra rispondessero.

Ma da le mitiche vette di Fiesole

tra le pie storie pe' vetri roseo

guardava Apolline: su l'altar massimo

impallidiano i cerei.

E Dante ascendere tra inni d'angeli

la tósca vergine transfigurantesi

vedea, sentiasi sotto i piè ruggere

rossi d'inferno i baratri.

Non io le angeliche glorie né i dèmoni,

io veggo un fievole baglior che tremola

per l'umid'aere: freddo crepuscolo

fascia di tedio l'anima.

Addio, semitico nume! Continua

ne' tuoi misterii la morte domina.

O inaccessibile re de gli spiriti,

tuoi templi il sole escludono.

Cruciato martire tu cruci gli uomini,

tu di tristizia l'aer contamini:

ma i cieli splendono, ma i campi ridono,

ma d'amore lampeggiano

gli occhi di Lidia. Vederti, o Lidia,

vorrei tra un candido coro di vergini

danzando cingere l'ara d'Apolline

alta ne' rosei vesperi

raggiante in pario marmo tra i lauri,

versare anemoni da le man, gioia

da gli occhi fulgidi, dal labbro armonico

un inno di Bacchilide.