V

By Giambattista Giraldi Cinzio

Cosa non è, tra le mortali cose,

ch'a l'umana natura più disdica,

de le menti superbe ed orgogliose,

cui sia l'onesto e l'umiltà nemica;

miser chi sol ne la superbia pose

ogni cura, ogni studio, ogni fatica,

per acquistare impero, o acquistar stato,

o per esser tra gli altri il più pregiato.

Ch'una anima superba così incende

gli anim altrui, così gli stringe e sferza

ch'alfin nocendo a gli altri, anco sé offende;

e de l'offese altrui sente la ferza,

e se talora a stato eccelso ascende;

mentre lieta con lei fortuna scherza

dal sommo grado alfin cade a sì umile

ch'o morta giace, o più d'ogn'altra vile.

E fa chiaro veder che chi s'appiglia

a l'umano, dal qual l'uomo il nom'ave,

molto più saggiamente si consiglia

che chi in preda si dà a l'orgoglio grave,

la fortuna i superbi urta e scompiglia,

come in mar Borea travagliata nave;

né contra alcun più fiera ella s'adopra,

ché contra chi insolente a gli altri è sopra.

La superbia d'Ergin, quella di Odrino

che così altiera già i tebani assalse,

fé l'uno e l'altro d'essi alfin meschino;

e poco ad ambi il loro orgoglio valse,

che s'inasprò sì tosto il lor destino

che dal loco ove l'uno e l'altro salse;

caddero tosto ed il lor fine acerbo

passar gli fe' in essempio a ogni superbo.

Morti i tiranni, il gran figlio di Giove,

poi che tutte le cose ebbe ordinate,

e messi modi novi e leggi nove,

a le genti, in Tessaglia soggiogate

per goder de le sue onorate prove,

con le genti, che seco aveva armate,

carche di ricche spoglie, avute in guerra,

tornò vittorioso a la sua terra.

I tebani già tutti aveano inteso

che il re di Minia e il re de gli orcomeni,

erano uccisi ed il lor regno preso;

e ch'avea messi a gli altri Ercole i freni,

onde, col cor di vero affetto acceso,

di letizia incredibile ripieni,

deliberaro tutti incontro andargli

e segno di grato animo mostrargli.

Qual, cessata la grandine e la pioggia,

per lo sereno ciel canoro cigno

fendendo l'aria, lietamente poggia

senza punto temer caso maligno

tale i teban, con bella e nova foggia,

con core allegro ed animo benigno:

tolto loro il timor, ch'avean d'Ergino,

andaro ad incontrarlo nel camino.

Ivi dimostra ognun, con lieta faccia,

l'incredibil letizia c'ha nel core

chi gli tocca la mano e chi l'abbraccia,

chi de la patria il chiama difensore;

la plebe tra i più nobili si caccia

per fargli a suo potere anch'ella onore,

mostrando il me' che può, quant'abbia caro

che sia in Tebe nasciuto uomo sì raro.

Come talor poscia ch'a terra ha messo

tigre adirata il suo nemico forte,

vanno a la madre i pargoletti appresso;

e gioiscon con lei di quella morte,

e leccandole il grifo e l'unghie spesso

molli del sangue de le membra morte,

le fan, con dolci scherzi, intorno festa,

saltandole ora a i fianchi, ora a la testa.

Così verso Ercol la tebana gente

face, dopo quella onorata impresa,

Creonte, che sicuro esser si sente;

e libero, per Ercol, da ogni offesa,

vuol che 'n Tebe entre così orrevolmente

che pari a la virtù sia merce resa;

e de tessali vuol che si triomfi,

ch'agguagli quanti mai furon triomfi.

Come a Tebe dà gli Indi con vittoria

Bacco su un carro di pampini cinto,

venne, con onor tal con tanta gloria,

ch'anco non ha il suo nome il tempo estinto,

così perché restasse la memoria

d'Ercole eterna, poi ch'egli ebbe vinto,

e fusser sue virtuti ad ognun conte,

un carro apparecchiar gli fe' Creonte.

Tutto coperto di ben verde alloro

era il superbo carro e d'ogni intorno

fregiato d'oro, con nobil lavoro,

simile a quello, onde il sol mena il giorno;

non credo che mai fusse tra coloro

carro più ricco e più di pompa adorno,

il qual tiravan quattro destrier franchi

veloci al corso e più che neve bianchi.

Posto un seggio ivi fu con tutti i fregi,

dovuti a chi i nemici e fere e ancide;

poi più di cento cavalieri egregi

menaro fuori il carro al forte Alcide;

vist'egli gli onorati illustri pregi,

de l'onore gode, che far si vide,

gli offre il carro uno, avezzo a simili opre

e del re lor la mente a pien gli scopre.

E gli dice che poi ch'egli salute

dato ha, per sempre, al popolo tebano,

sì che dubbio non vi è che più la mute,

o fortuna, o destino, o caso strano;

Creonte, in testimon de la virtute

da lui mostrata e del valor sovrano,

vuol ch'entri con l'onor ne la cittade,

che si dé a chi l'ha messa in libertade.

Visto Ercole il suo re tanto cortese,

del benigno atto verso lui dimostro,

a lor, con grato cor, più grazie rese,

ch'io non posso spiegar con poco inchiostro;

e poscia il carro triomfale ascese,

vestito di superba veste d'ostro,

che 'n testimon de la sua virtute alma,

fregiata in ogni parte era di palma.

CH'avendo il crin cinto di verde lauro

come ad uom che triomfi, sì convenne,

sedea su il seggio ricamato d'auro,

sopra il cui capo d'or corona tenne

un servo che nat'era in Epidauro,

e a star con lui ne la Beozia venne;

e, come ne triomfi si solea,

uno anello di ferro in dito avea.

I soldati in bell'ordine, la preda

tolta in battaglia a le nemiche genti,

portangli innanzi, perché il popol veda

del duce loro, i fatti alti, eccellenti;

e quanto alla virtù, l'orgoglio ceda,

quanto a i cortesi cedan gli insolenti;

e come basta un'animo sicuro

a levar da la patria il giogo duro.

V'erano vasi d'or di molte sorti,

lavorati con vari magisteri,

ne' quali eran scolpiti i fatti forti

de i re antichi di Minia, illustri e altieri,

che sopposte avean l'altre a le lor corti;

e città soggiogate e regni e imperi,

onde veder potea sì quanto è varia

fortuna e come la sua ruota varia.

Vi si vedeva del superbo Ergino

e del misero Ippodamo l'imago

appresso loro era scolpito Odrino,

sdegnoso più che venenoso drago;

mille e mille venian col capo chino,

di lagrime versando un ampio lago,

i quali avean legati di catena

come servi, le man dietro alla schiena.

Seguian de le città, prese e distrutte.

L'imagini, in bell'ordine disposte,

e i fiumi tutti e le montagne tutte,

con artificio nobile composte;

e de le terre, in servitù ridutte,

tutte le deità vi erano poste;

e tra le genti triomfanti allegre,

parean mostrarsi dolorose ed egre.

V'erano tra costor chi gli stendardi

aveano in mano tolti a la Tessaglia,

altri i vinti corsier, destri e gagliardi

con gli usberghi nemici e con la maglia,

ch'aveva accolti Odrin, quantunque tardi,

quando tornò di novo a la battaglia,

i quali tristi eran, per dever servire

a chi avea i lor signor fatti morire.

Seguia costor su il carro triomfale

Ercole, assiso in gloriosa sede,

come chi per virtute in pregio sale;

e di gloria immortal si face erede,

ma perché in tanto onor, d'esser mortale

Ercol tenesse indubitata fede,

il servo gli dicea che si volgesse

indietro e se nat'uomo conoscesse.

Con questo ordine entraro i valorosi

ne la città, gridando: – Ercole viva,

viva Ercol, per cui più non siano rosi

da chi di libertà Tebe avea priva,

alcun non sia che più d'assalirne osi,

poi che tanta virtù da Ercol deriva,

questi, con l'aver morto il fier nemico

ha levato a i tebani il giogo antico. –

Così i vecchi dicean, le vecchiarelle,

ed i fanciulli sparsi per le strade,

le donne maritate e le donzelle,

e ogni ordine, ogni sesso ed ogni etade,

tal che n'andava insin sovra le stelle

d'Ercole il gran valor, l'alta bontade,

e sonava il suo nome tutta Tebe,

per le voci de i padri e de la plebe.

Così, signor, l'aventuroso giorno,

che lo scettro real vi fu in man dato,

e dato il signorile abito adorno,

conveniente a così eccelso stato,

per tutta la cittade d'ogni intorno

fu il vostro nome insino al cielo alzato:

chiamandovi, ogni vergine, ogni madre,

e tutto il popol de la patria, padre.

Giunto a la piazza il gran figlio di Giove,

del palagio reale uscì Creonte,

e gli andò incontro e de le altiere prove

si rallegrò con lui con lieta fronte;

presel per mano e andaro al tempio, dove

era un suggesto in guisa di un gran monte,

alzato al re del cielo, u' i sacerdoti

ardeano incensi e il popol porgea voti.

Ed ivi giunti, se n'entrar le schiere,

Ercol gridando nel sacrato tempio

ove l'arme nemiche e le bandiere,

tolte ad Ergino e tolte ad odrino empio,

sacraro a Giove e porsergli preghiere

ch'egli degnasse far ch'a quello essempio,

la gioventù tebana sì s'armasse

che nove spoglie a lui sempre portasse.

L'accolser pronti i sacerdoti e poi,

in testimon di quella alta vittoria,

le poser d'una, in una, a luochi suoi

a Dio di fatto tal dando la gloria;

come signor invitto già fra noi

il padre vostro ad immortal memoria,

vittorioso al maggior tempio appese

le insegne e i rostri de le galee prese.

Ch'armate avea contra la patria nostra

l'aligero leon che in Adria freme,

e sì feroce tra l'onde si mostra

che par ch'al suo ruggir tutto il mar treme;

or così amico a l'eccellenza vostra

ché l'un da l'altro più guerra non teme,

ché de l'un brama l'altro la quiete,

e di voler concorde ambidue sete.

Ciò fatto, insieme nel palagio entraro,

e poi ch'alquanti dì fur riposati,

il re, cui più d'ognuno era Ercol caro

e 'n lui avea tutti i pensier firmati,

mostrarsi verso lui non volse avaro

di quel che soglion far gli animi grati,

onde il fece chiamare a sé e gli espose

le voglie che tenea nel petto ascose.

Dicendogli: – Tanto è figlio, il tuo merto,

e tanto quel che ti debbo, che s'io

non ti mostro il mio cor, co'fatti, aperto,

mi pare assai mancar del dever mio;

però, per darti testimonio certo,

di che cor son ver te, quanto i'desio

che tu il conosca a segni manifesti,

e de l'animo mio pago ti resti.

Quando le tue conformi a le mie voglie

siano, come esser deon, voglio che sia

la mia figliuola a te fidata moglie,

in testimonio de la mente mia;

ed oltre quel c'hai de le ostili spoglie,

tal, qual tu la vorrai la dote fia,

che non bramo altro più che contentarti,

euguale il guiderdone a l'opre darti.

Visto il cor di Creonte, Ercole disse

che molto gli piacea ciò ch'avea detto,

né per lui resteria che non seguisse,

di quel che divisato avea l'effetto;

e che più di lui lieto uomo non visse

poi che per gener lo si aveva eletto,

ma che di dote egli non vuol parlare,

ché tal l'avrà, qual gliele vorrà dare.

Ch'a lui bastava aver, per vera dote,

la progenie real, l'alte maniere

de la sua figlia e l'altre rare dote,

ch'un sol fra l'altre la facean tenere,

perché non vuol giamai che 'n lui si note

che cercato abbia, i'prender moglie, avere

cosa in dote che sia di nulla stima,

a chi, con ver giudizio, il dritto stima.

Questa d'avere insaziabil fame,

c'ha intorno a i cori altrui spron sì pungenti,

non empia allor di quelle ardenti brame,

di ch'oggi empite ella ha le umane menti;,

ch'ove or par che lo stuol mortal sol brame

rubin, perle, zafiri, oro ed argenti,

era ne' cori allor solo scolpita

la donna, il sangue e la lodevol vita.

E molto meglio era stimato allora

una giovane aver gentile in gonna,

ché come molti de' nostri fanno ora,

cercar l'argento e l'or più che la donna,

la virtù, l'onestà, il costume indora

le vergini e il desio che 'n lor s'indonna,

ché il lor marito sia lieto per loro,

prevale a ogni ricchezza, a ogni tesoro.

Felice quegli al qual cortese diede

semplice verginella in dote il core,

umiltà vera ed inviolabil fede,

timor d'infamia e sol desio d'onore;

ché pur ver dir, costui solo possiede,

in donna tal quel ch'è di più valore;

ed atto via più a far l'uomo giocondo,

che quante furon mai ricchezze al mondo.

Le quali spesso fan che non han mai

riposo alcun moglie e marito insieme,

ove senza provar pene, né guai,

vivon quegli altri, insino a l'ore estreme,

menando la lor vita in giorni gai,

tra felici desii, tra dolce speme,

come che 'n ambi sia una voglia impressa,

e vita ad ambi lor dia un'alma istessa.

Deh tor potessi io sì del tutto via

quest'uso, tanto reo, da i nostri tempi,

ch'ognun, lasciata la mal presa via,

sì desse a seguitar gli antichi essempi;

ma poi che 'n van questo oggi si desia,

(tanto il mondo pieno è di costumi empi)

lasciando che stia ognun nel suo pensiero,

farò ritorno al mio parlar primiero.

Megara allor chiamar fece Creonte,

(ché de la figlia sua tale il nome era);

venne ella a lui, con vergognosa fronte,

accompagnata da modestia vera;

giunta al padre, gli chiede che le co te

la cagion, per la quale egli la chera,

la baciò il padre affettuosamente;

e così poi l'espose la sua mente.

A tal termine son giunti i tuoi giorni,

ch'uopo è che di marito i'ti provegga;

e tra quanti oggi son di virtù adorni,

un, ch'a costumi tuoi convenga, elegga;

e perché alcun non ha in questi contorni

né fuori, che di te più degno i'vegga

del gran figlio di Giove, Ercole il forte

scielto tra tutti i' l'ho per tuo consorte.

E di ciò molto contentar ti dei,

sì per mostrarti al mio voler conforme,

il quale ho volti tutti i pensier miei

a darti ad uom ch'a te non sia diforme,

sì perché del re figlio è de gli Dei;

e segue in guisa di virtuti l'orme,

ché congiunta ad uom tal, viver non puoi,

se non lieta e felice i giorni tuoi.

Come ancor che desii la verginella,

esser giunta con uom che la compiaccia,

né cerchi di apparer per altro bella,

quantunque celi il suo pensiero e taccia

pur di ciò mai con lei non si favella;

ché nel viso vermiglia non si faccia,

e non stia, pria che risponda, sospesa

come da cosa tal restasse offesa.

Così costei, poi che il padre ebbe detto

che volea ch'ella d'Ercol fusse sposa,

subito tal divenne ne l'aspetto,

qual suol mostrarsi matutina rosa;

poi non facendo al padre suo disdetto,

timidetta rispose e vergognosa,

ch'ella già nel suo cor disposto avea,

ché di lei fusse quel ch'a lui parea.

Ché poi che il cielo e la madre natura

voluto avean che fusse di lui nata,

pensava che n'avesse quella cura,

che padre di figlia ha, che gli sia grata,

e ch'ella non seria mai così dura,

né gli si mostreria mai così ingrata,

ch'aver per fermo e ratto non volesse

tutto quel che di lei far gli piacesse.

Lodò la figlia il padre e fe' chiamare

Ercole il forte, e un sacerdote pio,

cui fece quelle ceremonie fare,

che soleano allor farsi a onor di Dio;

e fatto ciò fe' ad Ercole sposare

Megara, come avuto avea desio,

e tanto fu il piacer ch'ebbe e la gioia,

che pensò, per ciò, mai non sentir noia.

Si videro le grazie e Imeneo insieme

per ciò far festa e amore e Citerea,

e col nobil desir la viva speme

dar segno del piacer, che 'n sé chiudea;

sola Giunon di tal connubio geme,

più sdegnosa che mai più che mai rea;

e pensa far che sì converta tutto

il costor matrimonio in doglia e 'n lutto.

Andar gli sposi a tutti quanti i tempi,

arsero incensi a tutti i sacri altari,

gli Dei pregando, che da infortuni empi

lor liberassero e da affanni amari,

sì che lieti vivessero i lor tempi;

e lor fussero l'ore e i giorni chiari,

ma non guardò Giunon prego, né incenso,

tanto avea a danni lor l'animo accenso.

Ai quanto seran corti i vostri canti?

Quanto seran le vostre gioie brevi?

Come si muteranno in gravi pianti

le feste vostre? E come seran lievi

a darvi assalto dur, per tutti i canti,

doglie, affanni, martiri, angoscie grevi?

E come il vostro dolce tutto in fele

si muterà per questa dea crudele?

Veggio ondeggiar per queste stanze il sangue,

ed udir parmi le dolenti grida

de la infelice Megara che langue,

veggendo il padre che i suoi figli uccida;

poi veggo anch'ella rimaner essangue

ne le giovar che sia al marito fida,

e questa or così vaga e lieta corte,

sol d'ira ragionar veggo e di morte.

E passar sino ad or l'alma mi sento

da la pietà, ch'or ho de i danni vostri;

ma non voglio ora in doglia ed in lamento

stile occupar, pensier, penne ed inchiostri;

le gioie ora dirò, poscia il tormento

mostrerò allor che sia mestier che il mostri,

poi che veder vuol tanta crudeltade

la dea, ch'è verso voi tutta impietade.

Creonte, che al presente mira e pensa,

né sa che danno porti l'avenire,

ogni pensiero suo pone e dispensa

in far gli sposi e la città gioire;

e tutto pieno di letizia immensa,

i cavalier teban fece venire,

e diede il modo a ognun di lor d'armarsi

ed a festevol giostra apparecchiarsi.

Ché i re soli in que' tempi avean serrate

l'arme ne i tempi sacri e nelle corti,

e poche sen vedean ne le private

case, se vi eran bene uomini forti;

tosto dunque che furo apparecchiate

l'arme in palagio, fur le indugie corte,

ché quanti ad armeggiare ivi atti foro,

s'armaro per piacere al signor loro.

Con varie foggie ivi ciascun divisa

se gli è benigno amor, se gli è crudele,

se la donna, onde l'alma ave conquisa,

gli tien ne l'amor fede, o gli è infedele;

altri mostra alla insegna con che guisa

abbia eterna cagion d'alte querele,

così celatamente, che il comprende

colei sola, che cruda gli si rende.

Vi era chi su lo scudo e su l'elmetto

avea fortuna con le vele accolte,

chi co'crini rivolti verso il petto,

chi con le chiome verso il tergo volte,

una sirena altri vi avea, che stretto

tenea tra nodi amore e fra le molte

catene, vi era un motto, che dicea

tanto e non più, né altro vi si leggea.

In un secco cupresso altri avea scritto,

speme alcuna non vi è più di conforto,

vi era chi in segno del suo gran despitto,

una barca vi avea sommersa in porto,

portava altri tra l'erbe un toro afflitto;

e vi avea, poco ho andare ad esser morto,

alcun, tenendo in fiamma al collo un giogo,

mostrava in servitù viver nel fogo.

Dipinto in grembo a Leda altri avea un cigno,

con motto che dicea più non bramai,

chi mostrar volse il suo caso maligno,

scritto in un tasso avea;nol credea mai,

vi fu chi tenea intorno a un cor sanguigno

per troppo amare altrui me stesso odiai;

altri avea involto intorno un verde mirto,

di carne, od ossa, o vero ignudo spirto.

Alcun portava in mezzo l'asta un velo,

ché copria dianzi il petto a la sua donna;

vi era, chi, per mostrare un fermo zelo,

tenea tra rose e mirti una colonna,

chi per dar segno di mortifer gelo,

tra nevi un vecchio avea senza la gonna;

in bianca veste altri vi avea la fede,

con breve che dicea merta mercede.

Né l'elmo e né lo scudo altri ha una serpe,

involta intorno ad un pallido olivo,

ché per lo tronco su la cima serpe,

e ne l'arbor scritto ha morendo vivo;

altri ha su l'elmo una squallida sterpe,

d'un lauro ed un che di baldanza privo

par che piangendo dica: – Non mi adombra

chi a me faceva e a sé medesima ombra. –

Un vago giovanetto, una fenice

dipinta avea su una frondosa palma,

con motto che dicea: – Sino a qui lice

a un nobil core, ad una ben nata alma,

ne lo scudo un che si tenea felice,

un mar che 'n tremolar tutto era e 'n calma,

nel qual sen già a diporto un picciol legno

con breve che dicea fortuna sdegno.

Un che non so se volea far dispetto

a la crudel, che già l'avea distrutto,

o mostrar pur volesse che 'n effetto,

da la fiamma era incenerito tutto,

o ver dar certo segno con tal detto,

a la sua donna d'incredibil lutto,

sotto i pié avea d'una fugace damma,

or cenere è chi già fu viva fiamma.

Altri una tigre chiusa in una gabbia

su l'elmo avea co'cani irati intorno,

ch'arder mostravan di focosa rabbia,

per tor la fiera fuor di quel soggiorno;

ed ella irata e con schiumose labbia,

parea, piena di furia e di gran scorno,

cercar d'uscirne e scritto in fronte avea,

degna mercede ad una voglia rea.

Altri un cedro portava in loco alpino

con le radici al cielo e a terra i rami

per far chiaro veder ch'alto destino

ad ottimi successi ognora il chiami;

e ché non pure egli era al ben vicino,

per mai non sentire ore, o giorni grami,

ma ch'avevan gli dei del suo ben cura,

e che venia dal ciel la sua ventura.

Altri una pianta che con verde chioma

sorgeva altiera in un ben colto piano,

co i rami carchi di dorate poma,

a cui non potea porre uom mortal mano,

ché una leonessa, che non era doma,

con terribile viso, da ogni insano,

le custodiva e aveva al collo intorno

per non soffrir giamai danno, né scorno.

Mentre s'armano in corte i cavalieri,

tutto a la piazza il popolo s'aduna

per veder qual di que vaghi guerrieri

ha destrezza maggior, miglior fortuna,

sì mostrar tutte in portamenti altieri

le donne da i balconi ad una, ad una,

altre con vere, altre con finte viste,

vaghe di vedere altri e d'esser viste.

A coppia, a coppia i cavalieri armati

vengono in piazza in bell'ordine, insieme;

e poi ch'al campo son tutti arrivati,

altri sprona il corsiero ad altri il preme,

non altramente ch'essi sian spronati

dal desio ardente e da l'accesa speme,

o tocchi dal timor che gli flagelle

per quelle, ond'han nel cor vive facelle.

Mentre ch'ognun di sé fa in piazza mostra

e a mirar la sua donna ha l'occhio intento,

de le donne lo stuol lieto si mostra,

e del suo lodan tutte il guarnimento;

gli armati cavalier chiama a la giostra

chi a sonori auricalchi ha dato il vento,

onde tutti si adattan su il cavallo

i giovani guarniti di metallo.

E perché non si giostra pregio alcuno,

ma ciò si fa per solazzevol festa,

in due parti si partono e ciascuno

un dopo l'altro la sua lancia arresta;

e si vanno a trovare uno per uno,

e tutti ferir cercano a la testa;

e quanto più ognun può, leggiadramente

mostra quanto destro è, quanto è possente.

Continuò la giostra sino a sera,

poi tutti insieme se n'andaro in corte,

ove di donne un nobil drapello era,

da potere infiammar l'anime morte,

le quali in ballo entrar con loro in schiera

con bei sembianti e con maniere accorte,

ivi celato amor vola tra loro

e scocca or stral di piombo, ora stral d'oro.

Qui l'uno a l'altro narra il suo gran foco,

e chiede refrigerio al grave ardore;

quel dice che si strugge a poco, a poco,

quel c'ha trafisso in mille parti il core,

quell'altro, che mercé chiedendo è roco,

né però sente ancor doglia minore,

stringe a la donna quel la bella mano

e prega che il pregar suo non sia vano.

Poi che finita fu la bella danza,

se n'andar tutti a coppia, a coppia a cena

in una ricca ed onorata stanza

di reali ornamenti tutta piena,

Creonte in onorare Ercol s'avanza;

ed in sé cape per letizia a pena,

e fa che largamente si dispensa

tutto quel che conviene a real mensa.

Poi ch'ebbero finito di mangiare

e fu del valore d'Ercol molto detto,

il re Creonte fe' Psalte chiamare

per porgere ad ognun grato diletto,

il qual non meno dotto nel sonare,

era, che fusse tra i cantor perfetto,

e venuto gl'impose che dicesse

sonando cosa che piacer potesse.

Presa ch'ebbe costui la cetra aurata,

dopo un bel ricercar cominciò a dire

come Semele fu da Giove amata

come ella di vederlo ebbe desire,

(essendo da Giunone empia ingannata)

in quella istessa forma a lei venire

con cui si solea giunger con la moglie,

pieno di calde e di amorose voglie.

E che Giove perché giurato aveva

darle quel che da lei gli fusse chiesto,

benché vedesse che morir deveva,

(se a l'infelice concedeva questo)

ne la forma che 'n ciel tonar soleva,

sen venne a lei, ma assai meno rubesto,

pur non giovò che tosto che le apparse,

nol poté ella soffrire e subito arse.

E ch'essendo ella gravida, le trasse

del ventre il figlio e poselsi a la coscia

fin ch'al punto del nascere arrivasse;

e dettol Bacco a Nisa il mandò poscia

ad una bella nimfa che il lattasse,

perché Giunone, vinta da l'angoscia,

fanciul, come volea, non l'uccidesse,

perché tra gli dei loco ei non avesse.

Ma ch'egli crebbe in sì rara bellezza,

ch'ogni nimfa per lui d'amore ardea,

né men che di beltade, di fortezza

tra tutti gli altri, il maggior pregio avea;

e l'alma sì a giovare a ognuno avezza

ché per qualunque loco discorrea,

intento dare a ognun pace e salute,

lasciava segno de la sua virtute.

Or levando di terra i mostri gravi,

or le corna premendo a i fier tiranni,

or da l'une traendo que' suavi

licori ch'a l'uom tolgono gli affanni,

or facendo gittarsi da le navi,

chi apparecchiava a lui vergogne e danni,

or gli iniqui premendo ed ora gli empi,

or città edificando ed ora tempi.

Poi che la madre e le sorelle diero

(credendolo un cenghiale) a Penteo morte

sì cruda che giamai per fin più fiero,

non discese uomo a le tartaree porte;

e che ciò fa perché il tiranno altiero

uccider fea quanti ne la sua corte

si mostravan di Bacco esser divoti,

e gli ardevano incensi e porgean voti.

E poi che molte cose ebbe cantato

di Bacco e detto assai de le sue imprese,

cominciò a dire: – O quanto lieto il fato

avesti, Ariadna, poscia che ti prese

per moglie questo Dio, quando l'ingrato

tanto (contra ragion) Teseo ti offese,

ch'a Nasso ti lasciò, già detta Dia,

piena di duol piena d'ambascia ria.

Se il crudel Teseo ti mancò di fede,

se de la tua beltà nulla curossi,

se ti dié di ben far strana mercede,

se contra te di crudeltà le armossi,

se volse che di te facesser prede

le fiere e ti rodesser sino a gli ossi,

tal frutto avesti da sì fatto inganno,

ché fu l'util maggiore assai, che il danno.

Ai dispietato Teseo, ai infedele,

o di Ariadna trista che si lagna,

o di che dice, che l'è men crudele

il lupo, l'orso e l'aquila grifagna,

di te ch'ella tenea così fedele

ché d'esserti pensò sempre compagna,

ramentati che tu saresti estinto

senza l'aiuto suo nel laberinto.

Tale non ti mostrasti, quando fuori

de l'intricate case ella ti trasse;

ti trasse, dico, fuor di quegli errori,

onde non uscì alcun mai che v'entrasse,

volse ella che i mortali aspri dolori

il minotauro più tosto provasse,

il minotauro che fratello l'era,

ché veder te condutto a morte fiera.

U'sono or le lusinghe, u'sono i preghi?

U'le promesse fatte a la meschina?

S'a tanta crudeltade ora ti pieghi,

ch'a le fiere la lasci per rapina?

E a lei di dare alcun soccorso neghi,

solcando tuttavia l'onda marina,

né più ti curi del suo gran cordoglio,

ché si curi de l'onda il duro scoglio.

Piega le vele e non esser sì ingrato

del dono che da lei ricevuto hai,

vedi, che di pianto ha il viso bagnato;

e de gli occhi volt'ha gli umidi rai

a le vele, onde fuggi e te spietato

dice e le stelle e il ciel, poscia che l'hai

abbandonata e par che l'esca l'alma,

chiamandoti e battendo palma, a palma.

Odi ch'a te la flebil voce invia

facendo oltraggio a i crini e al real viso,

e ad alto grido dice che vorria

che quella mazza, c'ha il fratello ucciso,

anzi a lei data avesse morte ria,

ché visto avesse te da lei diviso,

di cui, veggendosi or rimaner priva,

si conosce restar sepolta viva.

Sei tu forse più crudo che non sono

di quel loco le grotte aspre e sassose?

Rispondono elle al lagrimevol suono,

de le misere sue voci dogliose,

tu ch'avuto hai da lei la vita in dono,

non odi le querele lagrimose,

vedi che più non parla, o move passo,

ma par muta su il lito un duro sasso.

Vedi le chiome d'or disciolte al vento,

vedi che appeso ha sovra l'asta un velo,

e poscia che non odi il suo lamento,

così indicio ti dà del suo gran zelo;

né più del zelo che del gran spavento,

ché tutto il sangue l'ha converso in gelo,

te solo la meschina desia e brama,

e poi ch'altro non può, così ti chiama.

Deh piega, Teseo omai, piega le vele,

ché tutto il numer suo non ha la nave;

deh non ti dimostrar così crudele,

a lei, de la cui vita hai tu la chiave,

e se pur vuoi che si anga e si querele

sì che per te l'ancida il dolor grave

volta la nave almen perché tu possa,

morta ch'ella serà, raccoglier l'ossa.

Di ciò ti prega, con languida voce,

l'abbandonata tua moglie, infelice,

la quale amor per te strugge anco e cuoce,

sì che di non amarti non le lice;

ve' che il suo ben volerti sol le nuoce,

perché stata seria troppo felice

la sua vita, or sì misera e inquieta,

se non giungean mai le tue navi in Creta.

Tu crudo sei, ma avrà pietade Giove

de la meschina e te 'n darà la pena;

ve' che vien Bacco pien di fiamme nove,

e su il pampineo carro, al ciel la mena,

ma doglia per ciò avrai tu a tutte prove,

quando aver penserai vita serena,

ché non torrai da l'arbor le vele adre,

e vedrai per ciò morto in mare il padre.

E per colei, per cui ne l'isoletta

lasci Ariadna, indegnamente offesa;

per colei ch'al tuo figlio avevi eletta

ed or per lo maggior tuo ben l'hai presa,

farà di questa ingiuria tal vendetta

il ciel che lei ritroverai tu impesa,

poi ch'a torto ti avrà il figlio accusato,

e Nettun per te morte gli avrà dato.

Ma tu, Ariadna, in sorte dolce e chiara

(malgrado del crudel) ti viverai

col tuo Bacco nel ciel, cui doglia amara,

unqua non preme, od angosciosi guai;

però che da lui sol vita alma e cara

tutto il mondo ave e giorni lieti e gai,

il qual prego ch'a noi la vita tempre

in guisa, che per lui siam liete, sempre.

A queste ultime voci, il buon Creonte

e gli altri, con divoto mormorio,

assentir con cor lieto e lieta fronte;

e tutti insieme porser preghi a Dio

che fosse che le stelle fusser pronte

a secondare il lor giusto desio,

e favorir sì i duo novelli sposi,

ché nulla disturbasse i lor riposi.

Ma che giova al ciel porger preghi caldi,

se chiusi a i preghi ave Giunon gli orecchi;

e par che più ch'ognun di voi si scaldi

a pregarla, più crescan gli odi vecchi;

e più si adiri ognor, più si riscaldi,

e maggior danno sempre vi apparecchi?

Ben colui miser si può dir, cui prema

di qualche Dio possente l'ira estrema.

Finite ch'ebbe le canzoni psalte

incominciando già a calar le stelle,

s'udir per lo palagio andar voci alte,

ché chiamaro ciascuno a le sue celle;

Megara al loco, ove Ercole l'assalte,

condusser molte donne oneste e belle,

poscia le più mature in ricco letto

la poser, piena d'amoroso affetto.

Poco poi vi si pose a lato Alcide,

ché non era lontan da quella stanza;

Vener, che i lor congiungimenti vide,

gli colmò di desir e di speranza;

amor non pria da l'un l'altro divide,

ché Megara riman lassata in danza,

al marito restando ne le braccia

tutta smarrita e languidetta in faccia.

Dopo lungo travaglio occupa gli occhi

sonno dolce e suave ad ambi loro;,

non può restar Giunon, ch'ella non scocchi

nel sonno, anco il furor contra costoro,

vuol che nel suo dormir sì gran duol tocchi

Megara, che non pensi aver ristoro

del crudo danno, che d'aver le parve,

mentre dormia, sotto mentite larve.

Esser parve a la misera in un prato

di color varii e di bei fior dipinto;

e due cavrioli aver vezzosi a lato,

ché il dorso avean di varie macchie tinto

e che loro assalisse uno arrabbiato

lupo, né mai cessasse, fin ch'estinto

non ebbe un dopo l'altro acerbamente,

ferendogli or con l'unghia, ora col dente.

Pareva che la madre addolorata

per gli figli difesa far volesse,

ed a la crudel bestia e dispietata,

quantunque paurosa, si opponesse;

ma ch'ella anco non men fusse squarciata,

ed insieme con lor morta cadesse;

e poscia il ciel che sereno era e puro,

nubiloso venisse a un tratto e oscuro.

E ché si udisser tuoni spaventosi,

dopo lo sfavillar d'aspri baleni,

e fulmini cadessero focosi,

non men d'orrore che di fiamma pieni;

il che turbò sì a Megara i riposi,

le fe' sì oscuri i suoi pensier sereni,

che si risvegliò tutta isbigotita,

dubbiosa s'era morta o s'era in vita.

Qual fanciul suol, se forse a l'improviso,

esce mastin sdegnoso ne la via,

con cor tremante e con dolente viso

a traverso abbracciar la madre pia;

e temendo non esserne conquiso,

lagrimando pregarla che gli dia

contra il feroce can qualche soccorso,

ché contra lui così orgoglioso è corso.

Tal lagrimosa e conturbata in vista

Megara, piena di pensier pungente,

poi che la visione, ond'era trista,

fuggi al marito s'appigliò repente,

cerca egli che sia quel che la contrista,

la cagion gli dice ella, onde pavente,

e sponendogli il sogno, il buono Alcide,

ché vano il crede, de la moglie ride.

E dice che sciocco è chi a sogni crede,

che con lor rado han mai parte di vero,

e però ch'ella non dee prestar fede

a sogno sì terribile e sì fiero;

e dice che di grazia egli le chiede,

che da lei scacci il turbido pensiero;

finse acquetarsi Megara, ma il core

sempre ebbe pien d'ambascia e di dolore.

Come chi di sinistro caso teme,

ed il timor non vuol mostrar palese,

ché sempre nel suo cor tacito geme,

tremebondo aspettando ingiurie e offese;

così paura assidua afflige e preme,

Megara, ancor ch'altrui non la palese,

e quanto di celarla più cura ave,

tanto maggior divien, tanto più grave.

Godea Giunon crudel, quanto più mesta

vedea la donna misera e dolente,

e se non le parea che poco questa

pena fusse a saziar l'irata mente,

a darle morte seria stata presta,

quantunque senza colpa ed innocente;

ma per aver più ove sfogar lo sdegno,

a maggior crudeltà volse lo ingegno.

Qual velenosa serpe ch'ave al sole

lasciate allegra le invecchiate spoglie,

che gonfiata via più, ch'esser non suole,

sì liscia e il velen tutto in uno accoglie;

tal Giunone lo sdegno, onde si duole

per veder sazie le sue ingorde voglie,

aduna a un colpo solo e il tempo aspetta,

onde a lo sdegno ugual faccia vendetta.

Megara intanto gravida si vide,

ed in capo a due anni ebbe due figli;

Ercol, che del futur mai non s'avide,

mirò i fanciulli con allegri cigli;

ma Megara il gran duol così conquide

che non lascia, ch'a gaudio ella si appigli;

ma per non mescolar col lieto i guai

io porrò fine a questo canto omai.