VIII
Andrà pur sempre mai co' venti aversi
mio tempestato legno,
carco di pianto, di sospiri e duoli,
sanz'albero o timon, co' remi spersi,
sanz'alcun fido segno,
turbato contro a me le stelle e' poli.
O faretrato arcier, che alto voli
co' tuoi pungenti strali,
piegando or questo or quel, come ti piace,
dara'me tu mai pace?
non sarai tu mai sazio de' miei mali?
fia in te per me pietate spenta e morta?
Tu ne' ripidi scogli aspri e mortali,
anzi bene infernali,
conducermi se' capo, guida e scorta;
tu per via torta — m'hai ridotto in parte
che a scampo non ho forza, ingegno o arte.
Le continüe mie dolenti voci,
già tanto tempo invano
sparse a chiamare a te, signor, soccorso,
in terribili stridi, aspri e feroci,
fuor d'ogni suono umano
converse sono; e nullo ho più ricorso
se non Morte pregar ch'affretti il corso
di sì misera vita,
che mi converte in paventoso mostro,
perché del signor nostro,
o veri amanti, mai fede schernita
non fu quanto la mia, né sì perfetta.
E Morte contro a me pare adolcita,
ma ella è incrudelita,
ché, contro a mio voler, più tempo aspetta:
nullo è in dispetta — e più penosa sorte,
ch'a cui fa vita amara dolce morte.
E ben ch'io sia privato di speranza
del mai trovar salute
non vo' però perir qual vile in campo,
ma per disperazion pigliar baldanza,
ché 'n battaglie perdute
già vinti acquistâr gloria, se non scampo.
Dunque, o mia dea, per cui nel ghiaccio avampo
e nelle fiamme tremo
gelido più che qual più fredda neve,
questa mia pena greve,
per cui morir m'agrada e viver temo,
siemi da te, che puoi, per grazia tolta.
Deh, mercé, deh, pietate in tanto estremo!
Tu d'infimo suppremo
sola puoi farmi, onde, per dio, ascolta
mia fede molta, — ch'al fervente servo
il buon giusto signor mai non fu acervo.
Se ti se' data a contemplare in tutto
il sommo Giove eterno
per farti a lui con l'opere conforme,
deh, qual operazion di maggior frutto
che scampar dallo inferno
me, che rüino alle dannate torme?
Deh, piacciati ridurmi al seguir l'orme
delli tuoi santi piedi,
che fanno ciò che priemon già beato!
E qual maggior peccato
che, potendo salvar chi perder vedi,
per crudeltà lasciarlo in abandono
de il prossimo, qual te d'amar concedi,
se a quel gran Signor credi,
che' ciel dà per precetto santo e buono?
E non ragiono — qui d'Amor lascivo,
ché tua santa onestate in me l'ha privo.
Adunque, ahi lasso a me, da qual ragione
se' tu stata costretta
mostrarti contro a me così turbata?
ché 'l nostro Redentor non sol dispone
che non facciàn vendetta,
ma che' nimici amiam ci ha legge data.
Come dunque odierai, essendo amata?
Pensa che contra fai
al cielo, a moral vivere e a natura
e a santa scrittura,
che con tal divozion seguendo vai
che fai maravigliar chi ti produsse.
Deh, se contro a dover mi lascerai
perire in tanti guai,
non creder, né pensar che onor ti fusse!
Così chi 'ndusse — te contro a me tale,
pruovi a vendetta de' miei tanti un male.
Né creder, né pensar ch'a Dio dispiaccia
che gli occhi splendienti
e 'l bel tuo viso angelico si miri.
La folle e grossa opinion discaccia:
deridon gl'intendenti,
ch'esso per tal cagion con noi s'adiri
però ch'ei cria negli uman disiri
che le sue cose belle
ci piaccino e, piacendo, disïamo,
e che noi le miriamo
con onesto cercar posseder quelle
e far lor del piacerti grate e liete.
Or come adunque le tue sante stelle
vuoi far da me ribelle,
se 'l dover vuol ch'elle — mi sien quiete?
Ohimè, la sete — di Tantalo è mia,
ché sempre ha presso il ben che 'l suo mal cria.
Da ogni parte omai certa esser puoi
ch'ogni ragion difende
me, cui sommerge sol crudel Fortuna,
che prende forza da li sdegni tuoi,
con che tanto m'offende
che pena sopra pena ognor m'aduna.
Deh, non pensar che sia sotto la luna
chi d'impietà ti lodi,
se non chi invidia porti all'altrui bene,
ché sai se 'l si conviene!
Deh, rompi omai di pertinacia e nodi,
ch'ogni mio mal può tôrmi un sol tuo sguardo!
E, come hai preso a far, di Dio ti godi,
ché me con questi modi
tirerai teco al ciel, dov'esser ardo.
Ma non sia tardo — il chiesto aiuto onesto,
ché doppio è il don ch'è dato grato e presto.
Ricordati la pura e vera fede
che fin ne' tenneri anni
ti portai sempre e non può venir meno.
Abbi mercé, se vuoi trovar mercede;
guardati dalli inganni
d'ipocresia, che passa ogni veleno:
il mondo è di fallacia e fraude pieno,
e tai son detti santi
che 'l fin gli apruova peggio che' demoni.
Deh, credi a me che' buoni
sono i veri e fedeli e puri amanti,
de' quali un sopra ogni altro esser m'appello!
Né credo che tu creda ch'io millanti,
né per boria mi vanti,
ma perché 'l ver soccorra al mio flagello.
Se non, rebello — io son, ché in aspro assedio
non truovo accordo e non ho più rimedio.
Alma gentil real, s'andrai, qual dei,
ben ripensando a questo
ver ch'i' ti narro, appien, com'io disio,
le lagrime, e tormenti e' sospir miei
si partiranno, e presto
stato felice fia più d'altri il mio.
Or tu, canzon, a piè del sommo Iddio
priega umil reverente
che i devoti mie giusti onesti prieghi
essaudir non mi nieghi
quella che può far lieta e star dolente
il cor del servo suo, tutto a lei dato,
né per pena o martìr sen duole o pente.
E, s'ella al ver consente,
mi rivedrai più che colui beato,
cui grande stato — e buon perduto artista
e sperso e fuor di speme lo racquista.