XLI
Se 'l magno Iddio immortal mi concedessi
di illustrar tanto il mio debile ingegno,
di sol pensare a quello io fusse degno,
qual sempre in mio refugio afflitto elessi.
E i mie' pensier più degni a quel rimessi,
or con pianto or con gauldio sempre vegno,
né sprimer posso col mie spirto indegno
un fra più infiniti angeli suoi messi.
L'alma che sol gli vede e poi si tace,
e pien di speme aflitto il corpo lascia,
dicendo:–Presso è 'l dì della tua pace.
Di terra fusti e dentro in terra accascia;
l'alma al ciel sal che dalla immortal face
s'accese, e torna a quel, da te si sfascia–.