XLVII
O gentil Donna ornata di biltate,
che siedi col tuo sito
fra l'adriano lito,
per terra andando, e fra quel del Lione,
là dove Mars mostrò sua deitate
verso quello infinito
popol roman ardito,
e 'l fiesolano, e lor disensione,
deh, qual son nati i tuo' figli e persone
disimiglianti a' vertuosi e prodi,
sanza aver di lor modi,
e maggiormente que' che teco tieni,
che son di tanti vizi e frode pieni!
Alcun n'hai sparti per gli umani regni,
e questa è la tua fama,
ch'ogn'altra, donna chiama
te sopra tutte, per vertù di loro,
che han fatto i stran paesi di lor degni;
e per lor ciascun t'ama
con voglia ch'ancor brama
veder te, madre onde nacquer costoro.
Dunque color che fan teco dimoro,
per Dio, governa, e fa ch'ognun ti tema
e che vertù lor prema;
non perder per pietà giusto consiglio,
ché pia madre mal castiga il figlio.
Asempro piglia, in punir chi te trade,
dagli tuo' padri antichi,
che non furon mendichi
di regger la lor patria tanto grande:
insegna lor tagliar le nude spade
contra chi lor nimichi,
sì che niun si notrichi
con rubamento delle tue vivande;
e qual poder battaglia invèr te spande,
contra lui forza e tuo senno dimostra
con fatti, e non con mostra,
sì ch'ogni villanel te non scalcheggi,
come mi par che 'n giorno in giorno veggi.
Comincia e mostra, e non tardar, tua possa
incontro gli Alamanni,
rubator con inganni,
che 'l tuo distruggon, e l'altrui podere.
Ancor, per fare tua forza più grossa,
gli amici, sanza danni,
che mostrin gli alti scanni,
a te ritieni, e tue sorelle vere,
se non che tosto potresti vedere
quello che Roma vide per li Galli.
E chi soccorre a' falli?
Se questo aspetti inanzi a te, deh, dillo,
dove ritruovi un altro buon Camillo?
Dove ritroverai il baron caro
che di sua terra l'onte
disfece, con quel ponte
che a Porsenna donò pianto e doglia?
Dove ritroverai il buon riparo,
che Muzio con sua sponte
fece del cor suo monte,
ma' non mostrando a questo re sua voglia,
tanto che le sue fiere e grandi orgoglia
fecion venir inverso i Roman pace?
Ma te chi sotisface?
Qual Fabi o qual Corneli Scipioni,
ch'a la lor madre furon ta' campioni?
Saper tu déi che Cirro, re tant'alto,
con sua superbia smosse
per tutto 'l mondo posse,
e Tamerìs come gli diè la morte;
po' 'l figlio suo Cambise, il grave assalto
che 'nvèr Bettulia mosse,
fortuna ove percosse:
che nel suo cor Iudìt si fe' sì forte
verso Oloferne, che guidò ta' scorte,
che con inganno di lussuria il vinse,
là dove il sangue tinse
per la ricisa testa, che po' ritta
fu inanzi a' suo', quand'ebbon tal sconfitta.
Divien' dunque Argo e pesca in Elicona
e le Naiade aiuta,
sì che non sia perduta
e tolta lor la conceduta biada.
Saper tu déi ancor come si sona
sconfitta Dario avuta
da' Greci, e poi venuta
con Xerses vendicar sì gran masnada,
forse maggior che mai andasse o vada
in mare e 'n terra, con potenza tanta
ch'è forte a dirlo quanta;
e con che numer lui Lionidesse
sconfisse in terra, e 'n mar Temistoclesse.
Lascia gli sonni pigri e sta ben desta,
ché sono Attila re,
che sai quel che ti fe',
costor che vegnon per coglierti al sonno.
Fatti con la ragion tua prode e presta:
con teco il maggior è,
costor non han sua fé,
ché 'n contro a lui, sì come a te, già sonno.
Guarda 'l numer di gente ch'asembronno
con Senacribo l'asiriana schiatta,
a Gerusalem tratta,
dov'era Egezia, che richiamo fece
a Dio, che con sua possa gli disfece.
Non son costor numer di milioni,
né più che tua lor forza;
col cor dunque t'afforza
a lor conquider con fier'argomenti;
e se fai questo, li tuo' compagnoni
e' tuo' vicini a forza
con tutte loro sforza
a te si proferanno, e tutte genti,
perché lor tratti avrai da fier tormenti,
chiamando te di lor franca salute
e donna di vertute;
e dal Superno tu n'arai ta' laude,
che chi ti nomerà n'avrà gran gaude.
Vanne, canzon, e sveglia questa Donna,
àprile gli occhi, e te apra sua mano,
e 'l dir tuo non sia vano,
sì ch'ella sanza sogni pensi e veggia,
ché per dormir non monterà sua seggia.