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By Auteur inconnu

Non sempre i gigli, Alburnio mio, fioriscono:

Poiché per poche Lune i campi risero,

Di lappole e di spine inorridiscono.

A te lunga stagione i fati arrisero:

Non ti lagnar se con tenor contrario

Di felice, che fosti, or ti fan misero.

L'aspetto di fortuna è alterno e vario,

Or lieto, or mesto; è folle ben chi credesi

Lieto provarlo ognor senza divario.

Scevro d'affanni al Mondo uom raro vedesi;

Non però mai chi del figliuol di Venere

Lo spietato vessillo a seguir diedesi.

Per molli vie, con sue lusinghe tenere,

Seco ei ne tragge, ove dipoi ne carica

Del giogo, onde soggetto ha l'uman genere.

E chi di quel ben tosto non si scarica,

Come fece fra noi Mopso e Bachillide,

Invan, come fai tu, poi si rammarica.

Che avvinto già dal dolce amor di Fillide

Gioisti un tempo, ed or ti convien piangere

Pe 'l nodo, ch'al tuo cor stringe Amarillide.

Vicende son, ch'io posso ben compiangere

Teco, Pastor; ma non m'è già possibile

Del tuo destin l'aspra durezza frangere.

Pur s'egli è ver che altrui sia men sensibile

Il duol, quando nel duol compagni trovansi,

Col mio renderai forse il tuo soffribile.

Le pene in me co i giorni ognor rinnuovansi,

I singulti a i singulti ognor succedono,

Da' nati affanni nuovi affanni covansi.

Asciutti gli occhi miei mai non si vedono,

Sempre di pianto amaramente grondano,

Che indarno un cor di sasso ammollir credono.

Per quante selve i nostri mar' circondano,

Pastor non è di me più miserabile,

E pur di molti e poco lieti abbondano.

Tal divenni io dal dì, che il volto amabile

Pria mirai di Licoste, e d'esso accesimi,

Giorno per me funesto e deplorabile.

Non già perché il languir, né il morir pesimi

Per sì bella cagion, ché volontaria

Vittima all'Idol mio sùbito resimi;

Ma sol perché, quantunque assordi io l'aria

D'alti sospir', ch'a me pietade implorano,

Prego Caucasia rupe o selce Paria;

E quegli occhi crudei, che m'innamorano,

Di sdegno contra me saette avventano,

Che le speranze mie del verde sfiorano.

Quindi, Alburnio, addivien che più non sentano

Queste contrade i nostri usati cantici,

Di che molti Pastor' pur si lamentano.

Né più possibil fia ch'un verso io cantici,

Mentre per voci sol gemiti esalano

Del petto mio dagli affannati mantici;

Che dal sorger dell'Alba, infin che calano

Da i monti le notturne atre caligini,

Le mestizie dell'alma egri propalano;

E queste son le dolorose origini

Dell'insolito mio silenzio altissimo,

E d'altri mali miei le scaturigini;

Imperocché del gregge mio bianchissimo

Più non ho cura, e lascio andarlo erratico

De' lupi esposto al dente voracissimo;

La coltura dell'api or più non pratico;

All'arte d'innestar dato ho repudio,

Onde già l'orto mio reso è salvatico.

Tralasciato dell'erbe ho il caro studio;

Per fascino o velen non ho rimedio;

Né del turbin conosco alcun preludio.

Ciò, che un tempo allettommi, or mi dà tedio;

E per tormi di gioia ogni materia

Fuggo de' fidi amici il dolce assedio.

Che più? son tal, che la mia bella Esperia

Ben tosto piangerà chiuso in un tumulo

Coridon giunto all'ultima miseria.

Molte sventure in poche note accumulo,

Ma più ne passo ancor sotto silenzio,

Ché d'esse fora troppo grande il cumulo.

Non mai stilla di mèl fra tanto assenzio

Gustai, sicché da me quel giorno piangesi,

Che lasciai 'l fiume, ove morì Massenzio.

Troppo è ver che col Ciel la sorte cangesi;

Libero fui colà, schiavo qui trovomi,

Né la catena mia s'allenta o frangesi.

E pur dall'error mio nulla rimovomi,

Che cielo ricangiar non curo o medito,

Né da' ceppi spietati ad uscir provomi.

A soffrir tanti mali io son sì dedito,

Ch'in veder ciò Alfesibeo con Opico

Appena agli occhi lor posson dar credito.

Infin non arde sì l'aere Etiopico,

Quant'io d'amor; né cede il nostro incendio

A quante fiamme ha l'infocato tropico;

Ma pur con incredibil vilipendio

Nulla il cura Licoste, e nulla stimalo;

E di tante sciagure ecco il compendio.

Lo stato mio, senza ch'io meglio esprimalo

Giudica or tu, quant'è del tuo più flebile,

E quanto più crudel fortuna opprimalo.

Tu ardi, Alburnio, il so; ma lento e debile

È il fuoco tuo, ch'in un s'accende e ammorzasi,

Né cicatrice fa, che sia indelebile.

E se per Amarilli in te rinforzasi

Oltre l'usato, non sarà durevole;

Face, che langue, d'avvampar più sforzasi.

Per Filli pur d'amor grato e piacevole

Ardesti al par di quanti unqua n'ardessero,

E pure sì gran fiamma è in te manchevole.

Così l'altre saran, che le successero;

Credilo a me, Pastor, ché lo puoi credere;

So quel che in fronte tua questi occhi lessero.

Segui pur dunque inghirlandato d'edere

La nuova Musa tua con piè bucolico,

Senza giammai dal bel sentier recedere;

E lascia me, che per trofeo simbolico

Del rio servaggio, in cui mi posi incauto,

Al tiranno Signor sul lido Argolico

Muto ad un salce amaro appenda il flauto.