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By Auteur inconnu

Dunque l'eccelsa, trionfal colonna,

Dell'Impero di Roma alto sostegno,

Gioseppe il grande Imperadore è morto!

La sovrana dell'Austria inclita Donna,

Vienna, si chiude in vedovili spoglie,

Toccando del dolor l'ultimo segno.

Tutto della Germania il pianto accoglie

L'Istro nell'onda bruna,

E per lo Ciel s'aduna

Folta nube di lutto e di sconforto.

Gioseppe il grande Imperadore è morto!

Io non credea serbar la cetra d'oro

A sì mest'uso, e dar piangente e greve

Tuono di doglia alle feroci corde.

Tessei su queste l'immortal lavoro

De' miei guerrieri risonanti carmi,

Onde portai sull'Etra ardito e lieve

Col regio nome le vittorie e l'armi.

Ed or con petto ansante,

Mano dubbia e tremante,

Dall'antica armonia tanto discorde,

Convien che te, Cetra infelice, accorde.

E poté tanto e tanto osò la morte,

Distruggitrice dell'Augusta vita

Della giovane età nel più bel fiore!

Perché troncar le non compiute e corte

Fila, o sempre crudeli, invide Parche?

Ma se la mente altissima infinita

Vuol che sian l'alme del lor frale scarche,

Quando a lei piace, è vano

Ogni lamento umano;

Ed è cruda pietà, folle dolore

Pianger chi sol per farsi eterno muore.

Onde stringendo il troppo lento freno

Al primo del dolor fervido moto,

Non piango lui, che nel gioir celeste

È forse, e posa a eternitade in seno;

Piango il vedovo Impero e 'l dubbio stato

D'Europa, e temo che rimandi il voto

Di Pace indietro, il Ciel col Mondo irato.

Vacando il maggior Trono,

Più strepitoso tuono

Pavento, e veggio da per tutto deste

Fremer nuove di guerra atre tempeste.

Ma stian le nere idee tutte in disparte:

Nel ridir di Gioseppe i sommi pregi,

Prenda lieto vigor l'oppressa mente,

E ponga in opra il fiero ingegno e l'arte.

Del Cristian Mondo alto Monarca augusto,

O Re tra i Grandi e Imperador fra i Regi,

Tu, luce aggiunta allo splendor vetusto,

Reggesti il sacro pondo

Dell'Impero secondo,

Sempre del primo Difensor possente,

Forte, trionfator, giusto, e clemente.

Ei nato appena, nel gentil sembiante

Raggio apparì di Maestà cortese,

E ne' vagiti un non so che di fiero

Esprimea tra le fasce il regio Infante:

Di quel feroce istinto indizio certo

Alla virtù delle guerriere imprese;

Ond'egli al sacro ereditario serto

Lauri di gloria accrebbe,

E 'l vanto a lui si debbe

D'aver serbato ne i gran' casi intero

L'onor supremo del Latino Impero.

Quanto la sua vivace Alma si dolse

Colla tenera ancor crescente destra

E con gl'indugi di natura! quando

L'invitto Padre il santo sdegno volse

Contra la rabbia dell'Odrisia Luna:

“Perché la mano in guerreggiar maestra

Non ho? perché sì tardi io venni in cuna?”

Mentre così dicea,

Col pensier combattea,

E, il suo genio guerrier preso il comando,

Erano i caldi voti il fuoco e 'l brando.

Ma poi l'età compiendo il giovanile

Lavoro de' robusti e fervidi anni,

Lume di senno folgorò sull'alma,

E in petto si destò forza virile:

E come generosa Aquila suole,

Battendo in alto gli animosi vanni,

Giunger vicina a vagheggiare il Sole,

Tal ei sulle grand'ale

Della fama immortale

Al Cielo di sua gloria eccelsa ed alma

Volò, mietendo non caduca palma.

Gran lode! l'esser generoso figlio

Di sì gran Padre, per pietà sì chiaro,

Domator del crudele, infido Trace.

Vanto maggior! nell'armi e nel consiglio

Salir più in alto del paterno esempio.

Ei stesso, alzando il poderoso acciaro,

Feo de' nemici memorando scempio;

Fra le delizie e gli agi

De' reali Palagi

Goder sdegnando neghittosa pace,

Portò fra le contese il petto audace.

La forte di Landò Città superba

Videlo pur sul gran destriero assiso

Cinger d'assedio le gagliarde mura,

Del quinto lustro nell'etade acerba.

E le perfette usando arti di guerra

Dar norma, or fiero, or mansueto in viso,

Al fulminar sull'oppugnata Terra;

Ed a rischio mortale

La vita espor reale,

In quell'impresa faticosa e dura,

Di lei lasciando al suo valor la cura.

Cadde l'altiera Rocca, e la sublime

Fama del vincitor diè gloria al vinto;

Poi l'armi mosse a racquistarla il Grande

Luigi, e v'inalzò l'insegne prime

De' sempre illustri antichi Gigli d'oro.

Ma il fier Gioseppe a nuovo assedio accinto

Vinsela, e ornossi del secondo alloro:

E nella doppia impresa,

Vincendo ogni difesa,

Mostrò che, ovunque le bandiere spande,

Cresce gloria al suo nome, al crin ghirlande.

Altri ora attende ch'io disponga in mostra

Dell'armi sue le tante inclite prove,

Che son per nuova maraviglia appena

Credute dall'età, che pure è nostra,

E la futura n'avrà dubbia fede.

Ma non mi lascia andar col plettro altrove

La mia dolente Musa, e al pianto riede;

Or che l'Austriaca Pianta,

Che tanti scetri vanta,

Il primo ramo, d'infeconda vena,

Ha perduto, d'orror, di doglia è piena.

Ma vi resta il secondo: al Cielo, al Cielo

Alzi l'Europa tutta augurj e voti,

E chieda il tanto desiato frutto

In degno premio alla virtude e al zelo

Della vetusta Imperial Famiglia.

Da i caldi prieghi e da i sospir' devoti

Mosso, Iddio volga le pietose ciglia

Sul bel ramo, che resta,

E di frutti il rivesta.

Fugga dal Tronco sterilezza e lutto;

Di frondi e fior' si rinnovelli tutto.