1° Giorno

By Torquato Tasso

Padre del cielo, e tu del Padre eterno

eterno Figlio, e non creata prole,

de l'immutabil mente unico parto,

divina imago, al tuo divino essempio

eguale, e lume pur di lume ardente;

e tu, che d'ambo spiri e d'ambo splendi,

o di gemina luce acceso Spirto,

che sei pur sacro lume e sacra fiamma,

quasi lucido rivo in chiaro fonte,

e vera imago ancor di vera imago,

in cui se stesso il primo essempio agguaglia

(se dir conviensi), e triplicato Sole,

che l'alme accendi e i puri ingegni illustri;

santo don, santo messo e santo nodo,

che tre sante Persone in un congiungi,

Dio non solingo, in cui s'aduna il tutto,

che 'n varie parti poi si scema e sparge;

termine d'infinito alto consiglio

e de l'ordine suo divino Amore;

tu dal Padre e dal Figlio in me discendi,

e nel mio core alberga, e quinci e quindi

porta le grazie, e inspira i sensi e i carmi,

perch'io canti quel primo alto lavoro,

ch'è da voi fatto, e fuor di voi risplende

maraviglioso, e 'l magistero adorno

di questo allor da voi creato mondo,

in sei giorni distinto. O tu l'insegni,

che 'n un sol punto chiudi i spazi e 'l corso,

che per oblique vie sempre rotando

con mille giri fa veloce il tempo.

Piacciati ancor che del tuo foco a l'aura

canti il settimo dì, soave e dolce

riposo eterno, in cui prometti e rendi

non pur sedi lucenti, e gioia e festa;

ma di breve, terrena, incerta guerra

alfin certe là sù corone e palme,

e trionfo celeste. O pure intanto

questa quiete, in cui m'attempo e piango

(se quiete è qua giù fra 'l pianto e l'ira),

somigli quella, a cui n'invita e chiama

d'infallibil promessa alta speranza,

ch'al suon d'eterna gloria il cor lusinga.

Tu le cagioni a me del novo mondo

rammenta omai, prima cagione eterna

de le cose create inanzi al giro

de' secoli volubili e correnti.

E qual pria mosse te, cui nulla move,

motor superno, a la mirabil opra,

già novissima, esterna, omai vetusta,

che tutto aduna e tutto accoglie in grembo,

e serba ancor le prime antiche leggi,

mentre risplende pur di luce e d'oro,

e di vari colori e varie forme

mirabilmente figurata a' sensi.

Dimmi qual opra allora o qual riposo

fosse nella divina e sacra mente

in quel d'eternità felice stato.

E 'n qual ignota parte e 'n qual Idea

era l'essempio tuo, celeste fabro,

quando facesti a te la reggia e 'l tempio.

Tu, che 'l sai, tu 'l rivela; e chiare e conte,

Signor, per me fa l'opre, i modi e l'arti.

Signor, tu sei la mano, io son la cetra,

la qual, mossa da te, con dolci tempre

di soave armonia risuona, e molce

d'adamantino smalto i duri affetti.

Signor, tu sei lo spirto, io roca tromba

son per me stesso a la tua gloria, e langue,

se non m'inspiri tu, la voce e 'l suono.

Tu le tue maraviglie in me rimbomba,

Signore, e fia tua grazia il novo canto:

perchè non pur s'ascolti in riva al Tebro,

al bel Sebeto, a l'Arno, al re dei fiumi,

al Mincio, al Brembo, al Ren gelato, a l'Istro,

ma dove il Nilo i suoi vicini assorda;

e quei, che fa più sordi errore e colpa,

desta per tempo o tardi a' sacri accenti.

Pria che facesse Dio la terra e 'l cielo,

non eran molti dei, nè molti regi

discordi al fabricar del novo mondo.

Nè solitario in un silenzio eterno

in tenebre viveasi il sommo Padre,

ma col suo Figlio e col divin suo Spirto

in se medesmo avea la sede e 'l regno,

de' suoi pensati mondi alto monarca:

perch'opra fu il pensier divina, interna.

Nè d'uopo a lui facean le schiere e l'armi,

nè teatro a la gloria, in cui risplende

solo a se stesso, e parte altrui s'involve.

Ma narrar non si può, nè 'n spazio angusto

cape de l'intelletto umano e tardo,

come 'n se stesso e di se stesso il verbo

generasse ab eterno; e 'l sacro modo

di sua progenie; e l'inefabil parto

del suo Figliuol, che in maestà sublime

a se medesmo adegua assiso a destra.

Taccia l'antica omai Grecia bugiarda

la progenie di Celo e di Saturno,

e de' cacciati dei le tronche parti;

e i Giganti e i Titani al fondo avinti

de la tartarea e tenebrosa notte;

e gli usurpati seggi, e 'l figlio ingiusto

contaminato dal paterno oltraggio;

e quella, che dal capo ei fuor produsse,

dea favolosa, con lo scudo e l'asta;

e con Osiri e co 'l latrante Anubi

taccia i suoi mostri il tenebroso Egitto,

che d'antiche menzogne il vero adombra.

O, se n'è degno, il chiaro suono ascolti

di lei, ch'uscio dalla divina bocca

de l'altissimo Padre inanzi al tempo

de le cose create; e seco alberga

d'antica eternità gli eccelsi monti:

primogenita sua ne l'alta luce,

a cui la mente umana aspira indarno.

Questa, nata di lui, figliola eterna

sempre fu seco; e 'l raggirar de' lustri

non l'è vicino o 'l variar de gli anni.

E non erano ancor gli oscuri abissi,

nè rotto avean la terra i primi fonti,

quando fu conceputa, e l'erto giogo

non alzavano ancor Pirene ed Alpe,

Ossa, Pelio ed Olimpo e 'l duro Atlante,

o gli altri monti, o da l'aperto fianco

non correano ondeggiando al mare i fiumi

da le quattro del mondo avverse parti,

quando lei partoriva il sommo Padre.

Seco era allor ch'ai ciechi abissi intorno

egli facea l'oscuro cerchio e 'l vallo.

Seco era allor che 'n ciel le stelle affisse,

e l'acque sue, librando, appese in alto.

Seco era allor ch'a l'ocean profondo

termine pose, e diè sue leggi a l'onde;

e quando ei collocò de l'ampia terra

i fondamenti, era pur seco a l'opre.

Seco 'l tutto formò di giorno in giorno

quasi scherzando, e fu l'oprar diletto.

Ma questo fatto avea l'aurato albergo

di chiare stelle, e d'oro adorno e sparso,

a la creata sapienza, e 'n parte

lei de l'eternità felice e lieta.

Ma quello albergo in disusate tempre

per sua natura si trasmuta e cangia;

e nel suo variar già quasi algente

pur diverrebbe ottenebrata in parte,

e qual caduca e ruinosa mole

vacillar già potria: però s'appressa,

e giunge a lui, che gli è sostegno, e 'l folce,

e tutto del suo amor l'illustra e 'nfiamma,

tal che non si dissolve, e non paventa

morte o ruina mai, nè caso o crollo

per vicenda di tempo o per rivolta,

benchè pur d'Ission la ruota, e 'l pondo

del Mauritano stanco altri racconti.

Ma in lui s'acqueta, e 'n contemplar s'eterna

la celeste magion, che 'n sè n'accoglie,

e quella dal principio a Dio presente,

pria ch'ei facesse il suo lavoro adorno,

seco era nel principio, allor che ei volle

formar co' detti le mirabili opre.

È buono Iddio, tranquillo e chiaro fonte,

anzi mar di bontà profondo e largo,

che per invidia non si scema o turba.

Ma quel, ch'è buono e 'n sè perfetto a pieno,

la sua bontate altrui comparte e versa.

Dunque ei, di sua bontà fecondo e colmo,

la sparse, quasi un mar, che l'onde sparge;

la spiegò come un sol che spiega i raggi,

e volere e natura in un congiunse.

E quinci fur quasi germogli o parti

le cose poi create, in cui si scorge

più e men chiaramente, e da l'eccelse

in fin a l'ime ancor riluce e splende.

E 'n tutte il creatore alto vestigio

di lei c'impresse, e figurolle a dentro.

Ma della sua bontà la vera imago

in altre appare, e con sembianza illustre

son degne d'inalzare al ciel la fronte,

di sua divinità parte mostrando.

Anzi non è sì vil di pregio, o 'n vista,

cosa fra le create; o sì lontana

da le pure del ciel lucenti forme

per faticosa via non move o serpe;

o non s'appiglia 'n terra; o 'n dura pietra,

che bagni il mar, non si rimira affissa;

o non giace in palude, o in ima valle,

in cui non si ritrovi e non si mostri

mirabil arte del suo mastro eterno,

che fè di nulla il magistero e l'opre.

Questa fu l'una del creato mondo

alta cagion, ch'i vari effetti adempie

di se medesma; ed infinita avanza;

e non mai de' suoi doni avara o parca

sua largità comparte. A questa arroge

la gloria sua che star non debbe occulta.

Ma come in ciel fra gli stellanti chiostri,

in quel sacro al suo nome eterno tempio

è chi l'adori, e con perpetuo suono

d'alta voce immortale il lodi e canti:

sì che de l'onor suo lieto rimbomba

l'Orto, l'Occaso e l'Aquilone e l'Austro;

e de l'eternità gli antichi monti

risuonan tutti a l'armonia superna;

così debbe qua giuso aver la terra

adoratori, e chi in sonoro carme

sacrificio di laude a Dio consacri.

Perchè quanto adempiè suprema ed alta

bontà divina, ancor sua gloria adempia;

e colmi il tutto; e co' suoi raggi illustri

per le parti di mezzo e per l'estreme.

Già di quel ch'ab eterno in sè prescrisse

Dio, ch'è senza principio e senza fine,

era giunto il principio, e giunto il tempo

co 'l principio del tempo. E qual di gorgo

o di pelago pur tranquillo ed alto,

che senza 'l moto e l'onde e posi e stagni,

esce talvolta il rapido torrente:

tal da l'eternità che 'n sè raccolta

si gira, e di se stessa è sfera e centro,

omai prendeva il tempo il moto e 'l corso;

quando il suo creator lo spazio al passo,

e la misura diè, lo stato eterno.

Gl'invisibili oggetti a pena intesi

(se lece dire avanti) erano avanti;

e l'origin de gli altri esposti a' sensi.

Già cominciava allor che 'l sommo Padre

(che 'l suo Figlio e 'l suo Spirto a l'opre esterne

e communi fra lor non lascia a dietro)

diè 'l pensato principio al novo mondo,

più d'ogni creatura antico e prisco,

il sommo ciel creando e l'ima terra.

Ma come di sublime e chiaro albergo,

che pareggi le cime a gli erti colli,

e gli aurei tetti infra le nubi asconda,

il principio, che 'n lui si loca e fonda,

non è l'albergo ancora, e 'n calle obliquo

non è 'l principio suo l'istesso calle:

così lo stabil punto, onde si volge

il tempo in sè, non è il suo spazio o 'l tempo,

che parte dal principio e 'n lui ritorna.

Dio fece nel principio il cerchio estremo;

e quella, ch'a noi par costante e salda

sede, pur fece in mezzo a l'ampio giro;

nè fu del suo poter, che sia disgiunto

da l'eterno volere, ombrato effetto:

come talor del corpo opaco e denso

è l'ombra, e del lucente il lume e 'l raggio.

E 'l voler fu poter, ed opra eletta.

Ma sì come di creta in Lesbo o 'n Samo

mille vasi compone, e 'n mille guise

il suo buon mastro gli colora e pinge,

nè consuma il poter con l'arte insieme,

l'arte infinita, onde pon fine a l'opre:

così del mondo il fabro, eguale a un mondo

non ha la possa, chè soverchia il tutto;

e mille mondi e l'infinito eccede.

Quel che ne' vari e smisurati campi,

in cui trovar non lece il sommo o l'imo,

nè 'l manco ivi segnar, nè 'l lato destro,

dal vago incontro di minuti corpi

commossi a caso e 'n lungo error volanti,

simili a quei, ch'ove risplende il sole,

talor veggiamo in varia turba e mista,

fa vari mondi, e gli riforma e guasta,

e di sito diversi e di figura,

mentre egli insieme gli congiunge o parte,

tela forma d'Aracne e fral contesto,

che leggiermente poi disperde o solve

de la fortuna errante il soffio e l'aura

o 'l dubbio respirar del corso incerto.

Ma queste (se dir lece) alte colonne

ferma in ben salda base, e 'n lor s'appoggia,

come a lui piace, la profonda terra;

e crollar non la può tempesta o turbo,

ma solo il suo voler la move, e scote

il suo voler, che d'infiniti abissi

ha tenebrose, oscure, alte latebre.

In cui s'aperti avesse i ciechi lumi

quel, ch'i termini tolse al vasto mondo,

le fiammeggianti mura a terra sparse,

e 'l vano immenso col pensier trascorse,

non avria dato a dea fallace ed orba

de la terra e del ciel lo scettro e 'l regno.

Folle, che non conobbe il modo e l'arte,

per cui creato è il mondo al primo essempio,

che 'l divino architetto in sè dipinse,

maggior de l'opra assai, che poscia offerse

quasi da contemplar oggetto a' sensi.

Ma qual mastro terren scolpisce e forma

di preziosa gemma in giro angusto

il cielo, e i suoi lucenti e vaghi segni:

tal il fabro immortal in queste impresse

sparse di varie luci erranti sfere,

l'interna idea, cui non è pari il mondo;

e da lei stanca è la materia, e perde.

La qual creata fu dal primo mastro,

che fece l'opra, e non eletta altronde:

ch'altra origine a lei si cerca indarno.

Ella al suo creator si volge e veste

vaga di sua beltade, e 'n rozzo grembo

mille forme colora, e mille lumi

da la sua luce in varie guise accende.

Chi pone i due princìpi e 'l doppio fonte,

e quinci i beni sol deriva, e quindi

origina di mali ampi torrenti;

o divide l'imperio, o 'n due l'adegua,

e di tenebre un re si finge ed orna,

e fa di sua malizia a lui corona.

E, se ciò fusse, in contrastar rubella

la materia sarebbe, o schiva e tarda

si mostreria sotto il contrario manto

a quel che l'invaghì pur dianzi, e piacque.

Ma noi veggiam ch'ella bramosa e pronta

le forme accoglie e le trasmuta e varia,

come piace a colui che sì l'adorna;

forse ne le più belle è più costante,

ed in guisa di lor sue brame adempie,

che spogliar se 'n ricusa, anzi che 'l mondo

ruinoso vaccilli, e 'l corso obliquo

cessi del sole e de l'erranti stelle.

Ma sia pur questa in ciel materia, od altra

d'altra ragion, d'eternità superba

la materia non vada; e non s'agguagli,

per antica vecchiezza e veneranda,

a quel de gli altri, e suo, vetusto Padre,

e vetusto Signore e Dio vetusto.

Dunque lo spirto suo non poscia od ante,

ma con le forme la creò spirando;

e di bellezza e di bontà divina

spirolle al seno un desiderio interno,

un vago instinto, anzi un leggiadro amore,

ch'a la natia diè fine orrida guerra:

per cui ritrosa e fella e ribellante

era a se stessa in suo furor discorde,

se dir si può che mai la terra al foco

fosse confusa in quella orribil mischia.

Nè foco era, nè terra, e l'aria e l'onda

si distruggean ne le contrarie tempre.

E ciascuna di lor nel dubbio acquisto

se medesma perdeva, e fiera morte

era la sua vittoria; e l'imo al sommo

male adeguato e mal confuso appresso.

Onde quella incomposta e rozza mole

nè tutto era, nè nulla, e nulla apparve.

Fu questa forse immaginata guerra

e d'altra guerra pure imago ed ombra.

E simolacro di tenzon maligna,

che fè natura al suo fattore avversa.

Ma l'alto Dio creò quasi repente

la materia e le forme; e qual sia prima,

o queste, o quella, io non mi glorio e vanto

già di provare in periglioso arringo,

da l'Academia uscito e dal Liceo.

Ma pur l'arte divina è prima, e vince

l'altre per dignitate, e vince il tempo.

Ma l'arte umana pargoleggia e sembra

ne gli scherzi fanciulla a l'opre intorno.

Prima vestia le mansuete agnelle

la bianca lana, e poi la tesse e tinge

il buon testore; e 'n rugiadosa conca

porpora coglie pur Sidone e Tiro,

quasi marini fiori. E l'alto pino

pria con acute foglie in verde monte

frondeggia, o pur l'abete o l'orno o 'l cerro,

poscia l'arte ne fa le navi e l'aste.

Prima nell'ampio sen la terra avara

nasconde il ferro, e quinci il tragge e forma

l'industria umana o spada o lucido elmo,

od innocente a duri campi aratro.

Ma quella inanzi al tempo e inanzi al mondo

arte divina, fè la terra e 'l cielo;

ed intiero ciascun, nè parte adietro

lasciò, ma riempì gli estremi e 'l mezzo,

e 'n lor dispose il foco e l'aria e l'onda,

ch'a la terra, gravosa e ferma sede,

stese le braccia mormorando intorno;

vaga instabil, ma grave; e 'n giro cinta

fu da l'aria più vaga e più leggiera.

E levissimo il foco a lei corona

fece, e vicino al ciel suo loco scelse.

Così l'arte divina insieme avinse,

quasi catena inanellata e salda,

gli elementi fra lor vari e discordi.

E fra gli estremi, per natura avversi,

pose in parte contrari, in parte amici,

i duo di mezzo; e fè constante e fermo

in questa guisa e 'ndissolubil nodo.

Invisibile ancor la nuda terra

era dianzi creata, e non adorna,

quasi novo teatro, e voto i seggi

in cui non sia chi miri, o pur contenda:

chè nati ancora i miseri mortali

non erano a vederla; e vasta ed erma

solitudine inculta i campi e i monti

empiea d'orrore, e le deserte arene.

Non spiegavano ancor l'ombrosa chioma

gli alberi eccelsi, e di lor fronde e d'ombra

non facean vaga scena a' verdi colli.

Non fiorivano ancor rose e ligustri,

e i giacinti e i narcisi e gli altri fiori,

nè dipingeano il seno a' prati erbosi,

nè fean lieta ghirlanda a' chiari fonti.

Era quasi coperta ancor de l'acque,

chè parea tenebroso e fosco il velo

onde ascosa tenea l'orrida faccia,

e le squallide membra e 'l rozzo grembo,

quasi attonita ancor l'antica madre.

E 'l ciel sublime ancor non era adorno,

nè 'l mirabil lavoro in lui distinto

splendea d'un bel sereno e d'aurei fregi

e di segni lucenti. E 'l sol, rotando,

non scotea l'immortale ardente lampa.

Nè la candida luna in colmo giro

gli s'opponeva, o con argentee corna

per distorto camin volgeva il corso.

Mancavan le carole e 'l suono e i cori,

e delle fisse stelle e de l'erranti

lui non cingeano ancor l'alte corone.

Nè creata era ancor la vaga luce,

ma su la faccia de gli oscuri abissi

eran tenebre oscure. In tale aspetto

nascendo ancor non si vedeva il mondo.

Ma quai fur (se spiarlo a noi conviene)

quelle tenebre antiche e quelli abissi?

Quando non anco il sole ad altre genti

portando il giorno, a noi la notte e l'ombra

algente uscia del grembo opaco e denso

de la terra, e giungeva insino al cielo?

Nè già molte potenze incontra opposte

gli abissi fur, com'altri estima a torto.

Nè le tenebre furo al bene avverse,

e di gran forza podestà maligna,

perchè se fosse pari al bene il male

di possa e di valor, perpetua guerra

saria fra loro, anzi perpetua morte,

morendo insieme i vincitori e i vinti.

Ma se 'l ben di potere avanza e vince,

perchè non si distrugge il male e sterpa?

Deh sarà mai che senza mali il mondo

solo di beni abondi? e parte o loco

più non si lasci a l'importuna morte?

Ma trionfi la vita, e morte ancida

ne la vittoria; e de l'antica fraude

non rimanga fra noi vestigio od orma?

Or non ardisca ingiuriosa lingua,

che si rivolge in Dio profana e lorda,

e le bestemmie in lui saetta e vibra;

non ardisca affermar che 'l mal derivi

generato da lui, ch'è largo fonte

ond'ogni bene a noi si sparge e spande.

Perchè niun contrario (omai distingui)

si genera da l'altro o si produce,

benchè, se cade l'uno in terra estinto,

pur l'altro dopo lui risorge e vive.

E dal simìle anzi è prodotto e nasce

il suo simìl, come dal foco il foco.

Ma da la chiara luce indarno uom tenta

dar principio alle tenebre maligne,

e da la morte originar la vita,

o pur da' morbi la salute a gli egri

e miseri mortali. Or non c'inganni

falsa di verità sembianza e larva.

Non è natura il mal, non vera essenza,

nè di lui ricercar lontane parti,

nè pur d'intorno a te risguarda o fuori,

come sia cosa in sè fondata e salda;

ma in te stesso il ritrova, e 'n mezzo a l'alma

rimira lui, pur quasi macchia od ombra

di volontaria colpa e di gradita.

A te medesmo sei perpetuo fabro

de' propi mali, e gli colori ed orni;

e invaghito di lor, con vano affetto,

pur com'idoli amati, in te gli adori.

Ma la vergogna e l'infelice essiglio,

e l'odiosa povertate e quella,

che tanto ne spaventa, orrida morte,

veri mali non sono (or cessi, o lunge

vada il timor!), ma i veri beni indarno

ne' contrari qua giù ricerchi o speri,

benchè sia mal, quando più i beni agogni,

l'esser privo di lor. Il loco adunque,

che privato è del bene, il male adombra,

e le tenebre furo (o ch'io vaneggio)

ne l'aria che di luce è priva e cieca,

qualitate od affetto antico o novo.

Ma se più antiche fur del novo parto

de l'universo, il male è prisco e veglio;

ma non convien che sia più vecchio il peggio.

Dunque era luce eterna inanzi al mondo,

e le tenebre esterne ond'egli è cinto,

luce, che luce a le beate menti,

a' sensi no, ma quel ch'i sensi illustra.

E questa a' sensi esposta adorna mole,

visibil lume, è sol di luce imago:

imago, che s'adorna al primo essempio:

essempio, da cui lunge il sole è raggio,

che si perturba spesso in nube e 'n ombra.

Era luce increata avanti al mondo,

forse, e creata luce; e mille e mille

lustri non solo e secoli volanti

erano inanzi a lui rivolti in giro.

Ma quasi eternità (se dir conviensi)

precedevano ancora il mondo e 'l tempo,

da che furon creati al primo lume

i secondi splendori Angeli santi.

Nè già deveano i Principi celesti,

le Dignitati e le Virtù sublimi,

tante armate là sù d'oro e d'elettro,

gloriose, immortali, elette schiere,

tanti esserciti suoi, vita sì lunga

in tenebre menare oscura e fosca.

S'eran dunque primier create menti,

era creata luce; e' n festa e 'n canto

elle già si vivean lucida vita,

a sembianza di lui, ch'è vita e luce,

facendo i sacri balli e i lieti cori,

e i sacrifici di sovrana laude

a lo splendor de la sua gloria eterna

in quel sereno e luminoso tempio.

E questa luce da gli antichi Padri

fu già promessa a i giusti; e i giusti avranno

sempre luce immortal, sortiti a parte

de la luce de' Santi. Avranno incontra

pene in tenebre esterne iniqui spirti.

Ne le tenebre allor de' ciechi abissi

lo spirito divino, e sovra l'acque

era portato, e l'umida natura

già preparava. Anch'ei presente a l'opra

spirando già forza e virtute a l'onda,

d'uccello in guisa, che da frale scorza

col suo caldo vital covata e piena,

trae non pennato il figlio, e quasi informe.

E disse: "Fatta sia la luce", ed opra

fu il detto, al comandar del Padre eterno.

Ma 'l suo parlar, suon di snodata lingua,

nè percossa fu già che l'aria imprima

di se medesma e di sua voce informi,

ma del santo voler, ch'a l'opre inchina,

quell'inchinarsi è la parola interna.

Così la prima voce e 'l primo impero

del gran Padre del ciel criò repente

la chiarissima pura e bella luce,

che fu prima raccolta, e poi divisa

e 'n più lumi distinta il quarto giorno.

Sgombrò l'orror, le tenebre disperse,

illustrò da più lati il cieco mondo,

manifestò del cielo il dolce aspetto,

rivelò con serena, alma sembianza

l'altre forme leggiadre; e d'ogni parte

egli indusse la cara e lieta vista,

gioia de la natura, almo diletto

de la terra e del ciel, piacere e gloria

de la mente e del senso, e quasi a prova

de le cose mortali e de l'eterne.

Ed in un punto l'Aquilone e l'Austro,

e parimente ancor l'Occaso e l'Orto,

tutto irrigato fu dall'aurea luce.

E rapido sembrò mirabil carro,

via più del tempo e del pensier veloce,

che divina virtù cosparga e porte.

E qual carro più bello e più veloce,

o bellissima luce, o luce amica

de la natura e de la mente umana,

de la divinità serena imago,

che ne consoli e ne richiami al cielo,

potea intorno portar virtuti e doni

celesti in terra a' miseri mortali

da quei tesori e da quei regni eterni,

ch'a noi dispensa con sì larga mano

de' lumi il Padre, e 'l donator fecondo?

Come possente re di Persi o d'Indi

dal grembo oscuro de l'avara terra

preziosi metalli insieme accoglie,

e da l'arene pur d'oro cosparte,

e dal profondo mar le perle e gli ostri

aduna, e i bei rubini a questi aggiunge,

e i bei smeraldi e i lucidi giacinti,

e qual pregiata più s'indura e 'mpetra

ne l'oriente luminosa gemma;

così de l'universo il Re superno

nel cielo empireo ascosto a' vaghi sensi,

e ignoto al contemplar de gli alti ingegni

che misurar de gli astri i giri e 'l corso,

ha di luce divina eterni ed ampi

tesori, e quinci poi gli parte o serba.

Anzi l'istesso cielo è pura luce,

in cui nulla giamai si turba o mesce.

Luce è 'l suo tempio adorno e l'alta reggia;

e son di luce le corone e l'armi,

onde gli eletti suoi circonda e veste.

Ma veggendo qua giù creata luce,

disse ch'è buona; e 'l testimonio aggiunse

de la sua voce, anzi il giudicio espresso.

E perchè è buona e bella, e non si vanti

per bellezza di parti aggiunte insieme,

e con giusta misura in un composte

la natura terrena, o la sublime;

nè ricerchi in frondosa ed ima valle

di mal cauto pastor giudicio errante

e fallace sentenza. Espero in cielo,

Espero miri in ciel lascivo sguardo,

che Lucifero è poi recando il giorno,

e la sua desiata e chiara luce,

e di sua puritate i sensi appaghi,

perchè ascenda la mente a' primi oggetti.

Però Dio separò la chiara luce

da le tenebre oscure; e i nomi impose,

queste notte chiamando, e giorno quella.

E fece solo un dì da mane a sera,

fra tenebrosi e lucidi confini

quinci e quindi ristretto, a cui rotando

il sol non stabilì l'eccelsa meta,

mentre in se stesso pur ritorna e gira,

chè non aveva ancor la forma o 'l corso.

Ma quel che fu del tempo eterno fabro,

gli diè lo spazio e la misura e i segni;

e col quattro e col tre rivolse in giro

le sue misure, e riempiè d'un giorno,

che sette volte in sè si volge e riede,

con tal numero pur lo spazio intiero.

Questa figura ha in sè principio e fine,

ed a l'eternità, non solo al tempo

conviensi, anzi del tempo è quasi un capo:

però d'esser primiera ancor si sdegna,

perchè il suo creator scacciata e scura

la scompagnò da l'altre, e quasi impresse

de la sua nota, onde se 'n va solinga.

Questa è dì del Signor, da lui s'appella,

chè nomarsi dal sole a sdegno prende;

e da sè scaccia i miseri profani

intenti a l'opre fatigose e 'ndegne.

Questa è dì del Signor, grande ed illustre;

alfin, quando che sia, sarà disgiunta

dal numero de' giorni, anzi de gli anni,

e de' lustri e de' secoli correnti;

ned altra a lui sarà seconda o terza.

Ma voi, che del Signor cercate il giorno,

deh non seguite i sogni antichi, e l'ombre

di questo dì ne l'orrida tenebra.

Seguite omai, ch'a voi riluce e splende,

la chiara de l'ottava e nova luce;

la qual non corre faticosa al vespro,

non ha sera o confin di fosco e d'ombra;

ned altro a lei succede in giro alterno

giorno finito da nimica notte;

e costante sarà felice stato

alfine, e resterà solinga ed una.

Giorno, o secolo sia, che pur s'eterni.

Questo a voi dimostrò ne' primi tempi

del profetico spirto il chiaro suono.

Questo poi dimostrò, quando risorse

in guisa di leone, il Re celeste,

e trionfò del tenebroso inferno.

E quella, che per lui guerreggia e vince,

santa Chiesa di Roma a voi l'insegna,

e la celebra in sacri accenti, ed orna

di ben mille sacrate ed auree spoglie.

E d'altissimo seggio, in cui s'adora,

pur anco a voi la benedice e segna

quegli, al cui sacro regno in cielo e 'n terra

non è confine o meta. E ben conviensi

che l'ottavo Clemente il giorno ottavo

de la divina luce i cori illustre,

e i rozzi, tenebrosi e tardi ingegni.