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By Giacomo Leopardi

Già nasce il dì, la rubiconda aurora

Spunta dal Gange e col suo cocchio splendido

Gli ameni colli, e gli alti monti indora.

Al vivido fulgor lucido, e vago

Il fatidico canto odesi sciogliere

L'ali battendo il lieto augel presago.

Quando Catone dal notturno letto

Con agitato cuor, dubbioso, e tacito

Inquieto sorge in minacciante aspetto.

L'acciaro afferra quell'acciar funesto,

Che la sua man ruotò, che al fiero esercito

Fu de' nemici un dì cotanto infesto.

Lo snuda a un tratto, e di tai voci il suono,

Fuoco spirando da la torva faccia,

Udir ci fa, con alto, orribil tuono.

Roma infelice, sventurata Roma,

Dunque il capo dovrai piegar da un empio,

Da un perverso tiranno oppressa, e doma?

Dunque vinta cadrai, dunque il tuo soglio

Calpesterà con fermo piede immobile

D'un ribelle infedele il fiero orgoglio?

Te, che de' Galli il popol contumace

Sconfigger già potesti, e la Numidica

Intrepida atterrar nazione audace;

Te, per cui cadde estinto il fier Sannita,

Cui nel campo cedè l'alter Macedone,

E de l'Assirio Rè la turba ardita;

Te, che su' d'aureo trono alto, e sublime

Sedesti un dì, te dunque i lacci stringono,

Ed un giogo servile atterra, e opprime?

E mirarti io potrò sotto l'altero

Scettro di tua ruina infausto indizio

Il crinito piegar nobil cimiero?

E la fulminea tua spada raggiante,

E il serto aurato, e l'asta, e l'armi lucide

Sul suol deporre ad un tiranno innante?

Ah nò! simil orror da gli occhi miei

Esser lungi dovrà; tue leggi io venero;

La mia Signora, alta città, tu sei.

Se cade il tuo poter, cadere insieme

Quegli dovrà, che a te fedel conservasi,

E che di morte il crudo acciar non teme.

Dunque... si muora, ed alla tua ruina

Quella si unisca di Catone, e vedasi

“Spirar con me la libertà latina”.

Disse, ed il brando volse al forte petto,

E su' d'esso fermò la punta ferrea

Con ciglio immoto, e con feroce aspetto.

Quindi nel sen l'immerge; orrido scende

Il ferro micidial, cade, ed aggirasi

Caton feroce, e sovra il suol si stende.

Così talor da villereccio stuolo

Recisa altera quercia, o annoso platano

De la vasta sua mole ingombra il suolo.

Torser lo sguardo innorridito i Numi:

Di già spirò l'invitto Eroe Romuleo,

Spirò del Lazio il Duce, e chiuse i lumi.