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Il fronte, il viso, anzi Dïana e 'l sole,
fûr l'arco e le saette
che, disarmato il petto, il cor passâro.
Le sue vermiglie guance, anzi vïole,
e le sue trezze fûr catene elette
che sì süavemente il cor legâro.
Io non ebbi riparo
da' suoi dolci atti e gli amorosi stocchi
che spezzariano ogni più salda tempra.
Ella m'invola, ella m'infiamma e stempra
come a lei piace, e non mi val schermire,
ché leggiadro desire
par sempre in l'alma rinovelli e fiocchi.
Io guardo il lampeggiar de' lucenti occhi,
il suo puro mirare, un vago sdegno;
poi, quando un tanto segno
penso mortal, mi si sentilla un gelo
e dico: "È donna? Anzi beata in cielo!".
Questa mia palumbella ella è fenice,
di cui non sol la terra
si gloria possedere, e sì bel frutto.
Ben puoi, Firenze, omai te dir felice:
il sangue suo è 'l luogo ove si serra
il prezïoso don che i cieli han dutto;
questa è vena e condutto
dunde le lagrimette escon del core
ed entra ad ora ad or mille fiammelle;
questa è ninfa fra l'acque, e fra le stelle
Espero, Feba, e fra le muse Clio:
vedi l'atto giulìo,
onesto, pellegrino, e 'l suo splendore!
Qua non è conosciuto il suo valore:
come tardi virtù senza avversaro!
Così senza il contraro
mal si conoscerà che sia la luce;
ché spesso un picciol mal gran bene adduce.
Se tu conosci lei, cechissima urbe,
guardaci bene affiso:
ché ti lassi spogliar d'un tanto bene?
Lassaretela andare, ingrata turbe?
Voi ve ne batterete ancora il viso,
benché saranno mie le stratte pene.
Omè, è questa la spene?
Certo no, né il disio, né 'l mio conforto,
né quella gloria in me che tutte avanza.
Omè, lassarete ir la mia baldanza
e lo specchio seren della mia vita?
O amara partita,
ben mi lassi tapino in fragil porto!
Io pur mi sfogarò fin ch'io sia morto
di maladir chi più ci ha colpa o parte:
così possi disfarte
tu, se' prima cagione, a poco a poco,
come neve per caldo e stoppa in foco.
La terra ch'Antenòr costrusse e pose
si può pregiare omai
d'un lustro tal che suoi paduli scopre;
e le nostre bellezze or fieno ascose.
Ella s'accogliarà quei santi rai
che l'emisperio nostro adorna e opre;
poi quelle sacrate opre
della mia donna, il suo sermone e stile,
che mille volte demmi onesta pace.
Omè, questo è il martir che mi disface,
ch'io so ben che t'incresce, anima degna,
donde natura insegna
l'amato amar più sempre in cor gentile.
Per Dio, or sia costante al servo umìle,
ch'io t'ho scolpita a punte di diamanti!
Ahi, raffreniamo i pianti,
ché tardi fieno in noi gli umani ingegni
contra il poter degli amorosi regni!
Canzon, tu ne girai dalla mia donna,
con qualche lagrimetta,
mostrando quanto il suo partir m'è noia;
e di' che fermi una gentil colonna
in mezzo della mente, e fia perfetta
la gloria, la speranza, amore e gioia;
di' che innanzi ch'io moia
riveder spero quel che dentro alberga,
né cosa fia che m'erga
d'altra donna giamai, non sol merzede:
ch'è bello amar dov'è costanza e fede.