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Aure, ch' intorno mormorando andate,
e fra le verdi erbette e rugiadose
la dolce Primavera accompagnate,
ameni e verdi colli, piaggie ombrose,
rive, ch' adorne di fior bianchi e gialli
sete più d' altre vaghe e dilettose,
fiorite, sacre, e solitarie valli,
lascivi pesci, che scherzando gite
per questi puri e liquidi cristalli,
deh, le dolenti alte querele udite
taciti sì che 'n voi pietà si veggia
de le gravose mie doglie infinite.
S' alcun pastor con la sua amata greggia
è qui vicin, sotto qualch' ombra intento
prego ad udire i miei lamenti seggia,
e testimon del fero empio tormento,
di me gl' incresca, che sempre piangendo
invan d' amor mi doglio e mi lamento,
né per altro morire indugio prendo,
se non per far a tutto 'l mondo fede
che mal fin fa chi vive amando, ardendo.
Colui ha per lo Ciel rotato il piede
già dieci volte, per cui sempre piange
Peneo, ch' in fronde la sua figlia vede,
poi che prima arsi; né mai fuor del Gange
il chiaro giorno uscio, che ne la fronte
non veggia il duol ch' ognor mi crucia et ange;
o 'n piaggia aprica, o 'n chiusa selva o monte,
ovunque il travagliato piede volsi,
ho fatto di quest' occhi un vivo fonte;
né giamai alcun fiore o frutto colsi
del seme sparso de' miei lunghi guai,
come là su dove si puote vòlsi;
peregrinando un lustro integro andai
con lungo exilio, e sol di rimembranza
mi vivea degli amati e chiari rai;
né mai visse desio senza speranza
fuori che 'n me, così spietata sorte
mi dipinse nel cor l' alta sembianza.
La mia nemica, anzi pur dolce morte,
prendendo del mio strazio alto diletto
sempr' a' giusti desir chiuse le porte;
né per mostrarle un amoroso affetto,
né per sempre pregare e lagrimare,
destai pietà ne l' orgoglioso petto:
sallo il paese ove Cesar bagnare
fe' del gallico sangue mille spade,
che m' ha sovente udito sospirare;
sel vide Ibero, con l' ispane strade,
che correndo calcai co' piedi infermi,
e l' Occeano, e l' angliche contrade;
l' udiro i luoghi solitari et ermi
del Reno dal sinistro e destro corno,
ove sforzato fui spesso a dolermi;
e 'l nivoso Apennin, che d' ogn' intorno
ho cercato più volte, il Tevre e l' Arno,
e 'l Po, dove piangendo ognor ritorno,
che m' han veduto impallidito e scarno
chiamar la morte mille volte e mille
Amor pregando e la mia Donna indarno,
e sparger tante lagrimose stille
dal dì ch' io caddi a l' amoroso intoppo,
quante per Demofon versò mai Fille;
e ben ch' ella leggera e di galoppo
fuggisse i preghi miei qual veltro o damma,
i' l' ho seguita col piè lento e zoppo;
né per lo suo rigor una sol dramma
scemò del foco mio, anzi il fe' tale,
che con più forza ognor lasso m' enfiamma;
poi, come volse il mio destin fatale,
ritornai qui, dove già pria mi piacque
l' alta cagion del mio sì acerbo male,
e lungo le correnti e turbid' acque
che chiudon l' ossa del figliol d' Apollo
unqua la lingua mia da poi non tacque.
Così col duro e grave giogo al collo,
senz' aver ore mai serene o liete,
son già vicin di Morte al fero crollo;
né posso quei pensier tuffare in Lete,
rubelli al mio tranquillo e lieto stato,
né le voglie sì audaci et inquiete;
o l' amoroso ardor dentro celato
spenger col pianto, né saldar la piaga
che mi fece nel cor lo strale aurato:
forza di pietre, d' erbe, o d' arte maga,
tutto l' alto saper, vagliono nulla,
tanto del proprio error l' alma s' appaga;
e certo sin dal latte e da la culla
fui condennato a sempiterni danni
per due begli occhi ov' Amor si trastulla;
né spero uscir giamai di tanti affanni,
o gli omeri sottrarre al grave peso,
per volger di pianeta o corso d' anni;
che chi mi tien fra verdi rami preso
raddoppia i lacci, e così 'ntrica il nodo,
che perché io senta 'l cor dal duolo offeso,
più ch' io cerco di sciormi, e più m' annodo.