103

By Bernardo Tasso

Aure, ch' intorno mormorando andate,

e fra le verdi erbette e rugiadose

la dolce Primavera accompagnate,

ameni e verdi colli, piaggie ombrose,

rive, ch' adorne di fior bianchi e gialli

sete più d' altre vaghe e dilettose,

fiorite, sacre, e solitarie valli,

lascivi pesci, che scherzando gite

per questi puri e liquidi cristalli,

deh, le dolenti alte querele udite

taciti sì che 'n voi pietà si veggia

de le gravose mie doglie infinite.

S' alcun pastor con la sua amata greggia

è qui vicin, sotto qualch' ombra intento

prego ad udire i miei lamenti seggia,

e testimon del fero empio tormento,

di me gl' incresca, che sempre piangendo

invan d' amor mi doglio e mi lamento,

né per altro morire indugio prendo,

se non per far a tutto 'l mondo fede

che mal fin fa chi vive amando, ardendo.

Colui ha per lo Ciel rotato il piede

già dieci volte, per cui sempre piange

Peneo, ch' in fronde la sua figlia vede,

poi che prima arsi; né mai fuor del Gange

il chiaro giorno uscio, che ne la fronte

non veggia il duol ch' ognor mi crucia et ange;

o 'n piaggia aprica, o 'n chiusa selva o monte,

ovunque il travagliato piede volsi,

ho fatto di quest' occhi un vivo fonte;

né giamai alcun fiore o frutto colsi

del seme sparso de' miei lunghi guai,

come là su dove si puote vòlsi;

peregrinando un lustro integro andai

con lungo exilio, e sol di rimembranza

mi vivea degli amati e chiari rai;

né mai visse desio senza speranza

fuori che 'n me, così spietata sorte

mi dipinse nel cor l' alta sembianza.

La mia nemica, anzi pur dolce morte,

prendendo del mio strazio alto diletto

sempr' a' giusti desir chiuse le porte;

né per mostrarle un amoroso affetto,

né per sempre pregare e lagrimare,

destai pietà ne l' orgoglioso petto:

sallo il paese ove Cesar bagnare

fe' del gallico sangue mille spade,

che m' ha sovente udito sospirare;

sel vide Ibero, con l' ispane strade,

che correndo calcai co' piedi infermi,

e l' Occeano, e l' angliche contrade;

l' udiro i luoghi solitari et ermi

del Reno dal sinistro e destro corno,

ove sforzato fui spesso a dolermi;

e 'l nivoso Apennin, che d' ogn' intorno

ho cercato più volte, il Tevre e l' Arno,

e 'l Po, dove piangendo ognor ritorno,

che m' han veduto impallidito e scarno

chiamar la morte mille volte e mille

Amor pregando e la mia Donna indarno,

e sparger tante lagrimose stille

dal dì ch' io caddi a l' amoroso intoppo,

quante per Demofon versò mai Fille;

e ben ch' ella leggera e di galoppo

fuggisse i preghi miei qual veltro o damma,

i' l' ho seguita col piè lento e zoppo;

né per lo suo rigor una sol dramma

scemò del foco mio, anzi il fe' tale,

che con più forza ognor lasso m' enfiamma;

poi, come volse il mio destin fatale,

ritornai qui, dove già pria mi piacque

l' alta cagion del mio sì acerbo male,

e lungo le correnti e turbid' acque

che chiudon l' ossa del figliol d' Apollo

unqua la lingua mia da poi non tacque.

Così col duro e grave giogo al collo,

senz' aver ore mai serene o liete,

son già vicin di Morte al fero crollo;

né posso quei pensier tuffare in Lete,

rubelli al mio tranquillo e lieto stato,

né le voglie sì audaci et inquiete;

o l' amoroso ardor dentro celato

spenger col pianto, né saldar la piaga

che mi fece nel cor lo strale aurato:

forza di pietre, d' erbe, o d' arte maga,

tutto l' alto saper, vagliono nulla,

tanto del proprio error l' alma s' appaga;

e certo sin dal latte e da la culla

fui condennato a sempiterni danni

per due begli occhi ov' Amor si trastulla;

né spero uscir giamai di tanti affanni,

o gli omeri sottrarre al grave peso,

per volger di pianeta o corso d' anni;

che chi mi tien fra verdi rami preso

raddoppia i lacci, e così 'ntrica il nodo,

che perché io senta 'l cor dal duolo offeso,

più ch' io cerco di sciormi, e più m' annodo.