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Io sono Alba, o Signor, madre e nimica
Della sovrana mia Roma vicina.
Povera, mesta, desolata, antica,
Pur si prostra al tuo piede una Reina.
I figli miei con rustica fatica
Traggon da vil sudore esca meschina,
Ed il vomere loro urta e s'implica
Ne' sepolti trofei di mia ruina.
China un guardo pietoso al mio cordoglio,
E vedi come supplice t'adora
Questa reliquia umil del prisco orgoglio.
Ma che? m'era la Fede ignota allora;
Ed or che nel mio sen Tu le alzi il soglio,
Più ch'Alba io sono e più che Roma ancora.