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Astri fieri,
Che severi
Sempre a me vibrate i rai,
Finirà, finirà mai
Quel rigore,
Quel sì perfido e sì crudo
Aspro duol, di pietà nudo?
Ission sempre il mio cuore
Fu degli empi vostri giri
Sulla ruota de' martiri.
Chiedo pace
Alla face
Del furor, che v'arde in seno:
Pace chiedo, o tregua almeno.
Tutta lassa
Di soffrir, senza aver calma,
Già vacilla, ohimè, quest'alma,
Già languisce e già sen passa:
Ogni cosa è qui mutabile;
Il mio duolo è sempre stabile.
Presso 'l Gange
L'Alba piange
Sul mattin gravida e stanca,
E nel parto sviene e manca;
Ma dipoi
Mira intorno e perle e fiori,
E ristora i suoi dolori:
Sorge il Sol da' lidi Eoi,
E con lei scherza e gioisce,
E 'l martir tosto finisce.
Anche Flora
S'addolora,
E si schianta il biondo crine,
Perch'il giel crude rapine
Fé de' fiori;
Ma sen riede April festoso,
E con stuol nuovo odoroso
Vegetabili tesori
A lei dona, ond'ella acqueta
L'aspra doglia, e torna lieta.
Corre e batte
Via di latte
Con piè d'or di Delfo il Nume.
Alfin poi, com'ha costume,
Fatto stanco,
Per posarsi, il manto vago
Spoglia, e 'l getta in grembo al Tago;
Stringe il crine, adagia il fianco,
Chiude i lumi, e dolci e lieti
Sonni dorme in seno a Teti.
Il Mar solo
Sempre in duolo,
Sempre in duol, sempre agitato,
Mai non posa sventurato.
I naufragi,
Che di Borea son delitti,
Sono a lui, misero, ascritti;
Quant'ei dà di pregio e d'agi
Non s'apprezza, e copron l'onde
Quei Tesor', ch'in seno asconde.
Sorte uguale,
Per mio male,
Il destin mi porse in cuna:
“Come ha 'l Mar, sia sua fortuna”,
Disse; e diede
Anco 'l nome a me del Mare,
Perché note così chiare
De' miei guai facesser fede.
Sarà dunque in fiere tempre
Il mio cuor misero sempre.
Or se pure,
Con sì dure
Leggi, il Cielo ha sol prescritto
Che il mio seno ognor trafitto
Sino a morte
Sia da duolo acerbo e rio,
Senz'udire il pianto mio,
Soffrirò costante e forte;
E del Fato il fiero orgoglio
Vincerò con cuor di scoglio.