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Il gentil, vago fioretto,
Cui di schietto
Latte asperge sull'Eoa
Spiaggia l'Alba, in quei giardini
Pellegrini,
Ond'Europa ha invidia a Goa;
Picciol fiore, e fior Gigante,
Qual Diamante,
Che mal grado il debil senso,
Ov'ei passi la misura,
Che natura
Gli prescrisse, è tosto immenso;
Tu non sei che un Gelsomino,
Poverino:
Di Siringa un picciol figlio;
E pur picciol come sei,
Son pigmei
Appo te la Rosa e 'l Giglio.
Tu talor fin di trecento,
Tutte argento,
Formidabil' foglie armato,
Or con Clizia, or con Narciso,
Viso a viso
Scendi a batterti in steccato:
Ché 'l respiro del tuo seno
È veleno
Alla gloria d'ogni fiore,
Come a un tempo egli è gioire,
È elisire
A i deliquj d'ogni core.
Tu colà, dov'hai 'l tuo nido
Caro e fido,
Viva, ricca, alma pastiglia,
Di quell'aria in su gli ardori
Spiri odori
A quel Sol, di cui se' figlia.
Né qui fia che 'l giel ti sfiore.
Da un Cantore
Qui calor, qui luce avrai,
Se, qual suol, da terra ei s'erga,
E t'asperga
Del diluvio de' suoi rai.
Già da quel, che mai non perde,
Ricco verde
Delle tue vermene intatte
Si distilla ne' tuoi fiori
D'almi odori
Profumato il tuo bel latte.
Né vo' già che all'Arno in riva
Sol tu viva.
Fàtti ardito, e passa il Mare:
Dico 'l Mar, che col Tamigi
Ha litigj
Di chi l'onde abbia più chiare.
Ivi ancor su quella foce
È una voce,
Che qualor si scioglie in rima,
L'aria allor, che se n'accende,
Eco rende
Alle vampe del tuo clima.
Quinci a Cosmo, ad Anna quindi,
Qual tra gl'Indi,
Aure spiri elette e sole.
Dimmi or tu, qual fia più egregio,
Più bel pregio,
Incensare o questi o 'l Sole?