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Dimmi, Torralbo mio, poiché nell'onde
Omai sepolto è il Sole insino al petto
E zefiro gentil più non s'asconde:
Perché in questo a i Cantor' poggio diletto
Meco non siedi al rezzo di quel faggio
A un bel riposo, e a dolci carmi eletto?
Amico, ohimè il fatal passato raggio
Così turbommi i sensi e l'alma,
Ch'io sembro a me medesmo un uom selvaggio.
E qual affanno in quell'illustre ed alma
Luce, che parve a' desir' miei sì lieta,
Poté involarti al cor la dolce calma?
Il grande Euganio, l'immortal Poeta,
Supremo onor delle campagne Tosche,
Ahi del bel viver suo giunto è alla meta.
Vid'io d'Arcadia sconsolate e fosche
Le vaghe Ninfe solo a pianger volte
Le già chiare speranze, or vane e losche.
Vid'io le mandre, che per gioia stolte
Scherzavan pria coll'amoroso corno,
Timide e insieme strettamente accolte;
In somma vidi tutto intorno intorno
Pianger, i rivi, le campagne e i monti,
E ricondurne il Sol men chiaro il giorno.
Eritro mio di lagrime duo fonti
Versando, poi ch'io nel richiesi, il fato
Di lui e i nostri danni a me fé conti.
Quindi all'acerbo colpo ed al turbato
Volto d'Arcadia ripensando ognora,
Un eterno dolore al cor m'è nato.
Me ancor d'Euganio il rio destino accora:
Ma ben sciocco è colui, che l'aspra legge
Del comun fato eternamente plora.
Men doglioso io sarei, se tutto il gregge
Andarne in bocca a' Lupi avess'io scorto;
Ma a così grave peso il cor non regge.
Ei fu, che col suo dir leggiadro e scorto,
Rendendo a Arcadia il suo primiero vanto,
Sparse sua fama dall'Occaso all'Orto.
Dunque, o Pastore, all'aspro duolo intanto
Dà' tregua, e all'Alma, che dal Ciel n'ascolta,
Meco rivolgi alternamente il canto.
Colla sampogna tua sì saggia e colta
Tu comincia, o Miralbo, e tu rischiara
La mente mia nel duol tenace involta.
La vena tua, ch'al proprio merto è avara,
Quale per entro a i fior' sorge la rosa,
Tal risuona fra l'altre adorna e chiara.
Io veggio là fra' verdi rami ascosa
La santa Pale, ch'a' tuoi carmi intesa
Tra Fauni e Ninfe lieta si riposa.
Deh fra noi cessi sì gentil contesa;
E tu, gran Dio de' boschi, ascolta e intendi
I duo Pastori accinti all'alta impresa.
Apollo, omai dal sacro poggio scendi,
E dal tuo collo l'aurea cetra sciogli,
Onde i Pastori a ben cantare accendi.
Le già sparte semente a i campi togli,
Ch'estinto Euganio, lice sperar solo
Sterili avene ed infelici logli.
Tu piangi Arcadia, e di più forte duolo
Dipinga il volto, e poi negli antri fugga
De' più saggi Pastor' l'illustre stuolo.
Già par che i dolci paschi intorno strugga
Morte, ed i fonti attoschi, onde poi schivo
L'amare linfe il gregge infermo sugga.
Euganio fu, che su destriero Argivo
In Pindo ascese, e alle sue tempie attorse
Degli antichi Pastor' ben degno ulivo.
Euganio fu, che, di salute in forse
Mirando Arcadia, colla saggia mano
Sul chiaro antico almo sentier la scorse.
Per lui leggiadramente in manto estrano
Si vider le Virtuti altere e belle
Empier de' suoi splendori il monte e 'l piano.
Le Tosche Muse un tempo a' Dei rubelle,
Con eccelsi di gloria inni festosi
Ei ritornolle a i sacri Tempj ancelle.
Ei sotto velo boschereccio ascosi
D'onore i veri pregj altrui svelando,
Destò i Pastori al ben oprar ritrosi.
Mercé d'Euganio io vo talora errando
Per le selve beate e 'l dolce loco,
Onde scaccionne il lagrimevol bando.
Mercé d'Euganio ... Ma qual nuovo foco
A poco a poco sì m'avvampa e strugge?
Il foco fugge, e la sua Cetra al collo
Mi getta Appollo, e poi mi dice: “Canta
Quel che con santa memorabil palma
Vinse la salma, d'ogni piacer schivo”;
Intanto io scrivo in sempiterni marmi
Eterni carmi; acciocché in umil tomba
Quel, che rimbomba, così chiaro suono,
Qual lampo o tuono od aura, in un momento
Non resti spento: ivi si legga inciso:
“Qui dentro ucciso d'aspra invidiosa
Morte riposa Euganio, a cui concesso
Sol fu in Permesso còrre il terzo alloro.”
Io veggio d'oro vagamente e d'ostro
Nel divin chiostro il grand'Euganio adorno
Vincere il giorno col celeste lume.
O santo Nume, che poc'anzi in queste
Orbe foreste i giorni tuoi traesti,
Le Ninfe e i mesti tuoi Pastor' rimira,
E del Ciel l'ira tien da noi lontano:
Di gioia insano par che il bosco ondeggi,
E i nostri greggi van pel molle prato
Oltre l'usato baldanzosi e lieti;
Gli antri segreti e ogni riposto speco
Fanno un bell'eco a quel ch'intorno spande
D'Euganio il grande glorioso grido,
Il monte e 'l lido, tal ch'ogni Pastore
Fia che l'adore fra gli eccelsi Numi.
Fra spine e dumi spunteranno i fiori,
Onde poi Tirsi al tenero agnellino
Ne' sacrificj tuoi le corna infiori.
Di caldo latte e generoso vino
Ampie tazze versarti ognor vedrassi
Il Toscano Pastore ed il Latino.
Ma fosco intorno e tenebroso fassi
Il Cielo, e già pon fine a' nostri accenti.
Sorgi, Miralbo, e là volgiamo i passi,
Ove stanchi sen vanno i nostri armenti.