11 (RVF 53)
Iesu, che ne l'umane membra reggi
il mondo e ciò ch'in lui vive ed alberga,
e solo valoroso, accorto e saggio,
tenendo in mano l'onorata verga,
gli uomini erranti con pietà correggi
e li richiami al propio lor viaggio;
or porge, prego, di tua grazia il raggio,
però ch'ogni virtute al mondo è spenta,
quando in mal far nullo è che si vergogni,
che s'aspetti non so, né che s'agogni
la mortal gente, che non par che senta
suoi guai, cotanto è lenta:
in ozio dorme, e chi fia che la svegli?
La man tua sola, avolta entro ai capegli.
Se ciò non fia, giamai dal pigro sonno
non spero che sollevi l'uom la faccia,
sì gravemente è oppresso e di tal soma,
ma pur svegliato al mal, ch'ogn'un le braccia
estende al peggio, n'al contrario ponno
ridur gli essempi d'Aquilegia e Roma,
e d'altre assai città, c'hanno la chioma
squarciata e le sue treccie ogniuna sparte
per gran flagelli, perché in luto e fango
sono vivute, ond'io qui grido e piango
l'offese fatte al ciel, ch'ogni uom la parte
segue di Bacco o Marte.
Tutti hanno al propio onor intenti gli occhi,
e di tua gloria a nullo par che tocchi.
Quanto si duole chi t'onora ed ama,
Signor mio dolce, quando si rimembra
del tempo andato, e in dietro si rivolve
a quei ch'a mille pene le lor membra
posero per tuo amor: de' quai la fama
non mancherà (se pria non si dissolve
il mondo, ch'a ruina ognior s'involve),
perché forte via più contra ogni vizio,
e molto più che Scipioni e Bruto,
tuoi martiri, il cui nome a noi è venuto,
furon fideli, e pronti ad ogni offizio
degno del buon Fabrizio.
Ma ad or la chiesa tua (o ria novella)
quanto ven brutta, ch'era pria sì bella.
Vero è che solo in te lor studio e cura
han l'alme, che del ciel son cittadine
eternalmente elette, e queste in terra
del lungo essilio ti pregano il fine,
ché qui la vita ben non s'assecura,
ove 'l camin del ciel spesso si serra,
perché da spirti, che per farci guerra
quasi in spelunca rei ladron son fatti,
la via d'ogni ben far si vieta e chiude,
quando che mal accorte e statue ignude
son l'anime, né appar che ben si tratti
tra i lor pensieri ed atti,
però che allor prevale il fiero assalto
de l'adversario, che cascò giù d'alto.
Oh come vile è fatto il vulgo inerme,
privo d'ogni virtù: par che sian stanchi
gli uomini ancor ne la più fresca vita,
e i neri fraticelli e i bigi e i bianchi,
con l'altre schiere travagliate e 'nferme
a contrastar a' vizii. Aita, aita,
Signor, così vil gente e sbigottita:
ché benché siano i modi più di mille
da te concessi a l'uom, a farsi pio,
angelico, divino e quasi un Dio,
s'indegno egli si fa di tue faville,
che mai non son tranquille
le voglie de l'ardor propio infiammate,
onde sue opre in ciel non son laudate.
Da l'aquilone e borea i novi serpi
suscitati fan guerra a la colonna
de l'alma fede tua e a sé danno.
Di costor piange quella gentil donna,
c'hai disponsata, aciò che di lei sterpi
le male piante, che fiorir non sanno.
Passato è già più che 'l millesim'anno
ch'in lei mancar quell'anime leggiadre,
che locata l'avean là dov'ella era.
Ahi nova gente, oltra misura altera,
irreverente a tale e tanta madre.
Solo dunque a te, padre,
sposo rimasto, la tua sposa attende,
contra cui l'eresia crudel contende.
Ma benché a le divine ed alte imprese
il peccator rebel sempre contrasti,
ch'a' tuoi precetti molto mal s'accorda,
poi che nel mondo per gli erranti intrasti,
vogli a quei perdonar le gravi offese.
E perché il senso spesso si discorda
da la ragion, e raro si ricorda
l'uomo mortal ch'aperta abbia la via
ond'egli al ciel si possa far eterno.
però, Signor (s'io ben il ver discerno),
salvar la cristiana monarchia,
grande gloria ti fia,
che pur se' 'l Pelican pietoso e forte,
che per salvarla tolerasti morte.
Sopra l'empireo ciel, canzon, vedrai
il gran Signor, che tutto 'l mondo onora,
digli: un ch'è più di te, che di se stesso,
pensoso e di vederti ben da presso
per sola tua memoria s'innamora,
prego che guardi ogniora
la Chiesa tua, ch'in pianto ha gli occhi molli,
fin che fia giunta a quegli eterni colli.