110 (Francesco da Canni)
Che farem, ser Matteo, di Pier Martini,
acciò che di lui resti qualche lume?
Egli è di zolfa pien sino al coccume,
e' suo colombi el sanno, e' botticini.
Albergo di gottosi e pellegrini,
Febo e le Muse supera d'acume,
benché le grasse tempie e 'l sucidume
toglin l'alloro a' suoi bisunti crini.
E lirici gli cedon, dice lui,
benché mi paia divisato mostro;
or oltre su cercheren di colui,
ché gl'incalca la musica nel rostro,
e tutti insieme a 'ncoronar costui
sarete in punto collo aiuto vostro.
Così dal lato nostro,
mistiando di merdocco certe ciocche,
una ghirlanda gli faren di nocche.
(E) poi, volte a lui le bocche,
vuolsi gridare a una voce sola:
- Viva il poeta nostro capacciuola! -
E benché tal parola
lo facci riputar per un capocchio,
gli è un pezzo di carne con un occhio.
Pur, sanza più, finocchio;
però 'n Befana non se gli die ispaccio:
coronerallo el dì di berlingaccio.