110 (Francesco da Canni)

By Filippo Scarlatti

Che farem, ser Matteo, di Pier Martini,

acciò che di lui resti qualche lume?

Egli è di zolfa pien sino al coccume,

e' suo colombi el sanno, e' botticini.

Albergo di gottosi e pellegrini,

Febo e le Muse supera d'acume,

benché le grasse tempie e 'l sucidume

toglin l'alloro a' suoi bisunti crini.

E lirici gli cedon, dice lui,

benché mi paia divisato mostro;

or oltre su cercheren di colui,

ché gl'incalca la musica nel rostro,

e tutti insieme a 'ncoronar costui

sarete in punto collo aiuto vostro.

Così dal lato nostro,

mistiando di merdocco certe ciocche,

una ghirlanda gli faren di nocche.

(E) poi, volte a lui le bocche,

vuolsi gridare a una voce sola:

- Viva il poeta nostro capacciuola! -

E benché tal parola

lo facci riputar per un capocchio,

gli è un pezzo di carne con un occhio.

Pur, sanza più, finocchio;

però 'n Befana non se gli die ispaccio:

coronerallo el dì di berlingaccio.