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By Giacomo Leopardi

In quella parte dov'amor mi sprona,

Conven ch'io volga le dogliose rime,

Che son seguaci della mente afflitta.

Quai fien ultime, lasso, e qua' fien prime?

Colui che del mio mal meco ragiona,

Mi lascia in dubbio; sì confuso ditta.

Ma pur quanto l'istoria trovo scritta

In mezzo 'l cor, che sì spesso rincorro,

Con la sua propria man, de' miei martiri,

Dirò; perchè i sospiri,

Parlando, han triegua, ed al dolor soccorro.

Dico che, perch'io miri

Mille cose diverse attento e fiso,

Sol una donna veggio e 'l suo bel viso.

Poi che la dispietata mia ventura

M'ha dilungato dal maggior mio bene,

Noiosa, inesorabile e superba;

Amor col rimembrar sol mi mantene:

Onde s'io veggio in giovenil figura

Incominciarsi 'l mondo a vestir d'erba,

Parmi veder in quella etate acerba

La bella giovenetta, ch'ora è donna:

Poi che sormonta riscaldando il sole,

Parmi qual esser sole

Fiamma d'amor che 'n cor alto s'indonna:

Ma quando il dì si dole

Di lui che passo passo addietro torni,

Veggio lei giunta a' suoi perfetti giorni.

In ramo fronde, ovver viole in terra

Mirando alla stagion che 'l freddo perde,

E le stelle migliori acquistan forza;

Negli occhi ho pur le violette e 'l verde

Di ch'era nel principio di mia guerra

Amor armatò sì ch'ancor mi sforza,

E quella dolce leggiadretta scorza

Che ricopria le pargolette membra

Dov'oggi alberga l'anima gentile

Ch'ogni altro piacer vile

Sembrar mi fa; sì forte mi rimembra

Del portamento umile,

Ch'allor fioriva, e poi crebbe anzi gli anni,

Cagion sola e riposo de' mie' affanni.

Qualor tenera neve per li colli

Dal Sol percossa veggio di lontano,

Come 'l Sol neve mi governa Amore,

Pensando nel bel viso più che umano,

Che può da lunge gli occhi miei far molli,

Ma da presso gli abbaglia, e vince il core;

Ove, fra 'l bianco e l'aureo colore,

Sempre si mostra quel che mai non vide

Occhio mortal, ch'io creda, altro che 'l mio;

E del caldo desio,

Ch'è quando, i' sospirando, ella sorride,

M'infiamma sì, che obblio

Niente apprezza, ma diventa eterno;

Nè state il cangia, nè lo spegne il verno.

Non vidi mai dopo notturna pioggia

Gir per l'aere sereno stelle erranti,

E fiammeggiar fra la rugiada e 'l gelo,

Ch'i' non avessi i begli occhi davanti,

Ove la stanca mia vita s'appoggia,

Qual'io gli vidi all'ombra d'un bel velo:

E siccome di lor bellezze il cielo

Splendea quel dì, così, bagnati ancora,

Li veggio sfavillar: ond'io sempr'ardo.

Se 'l Sol levarsi sguardo,

Sento il lume apparir che m'innamora;

Se tramontarsi al tardo,

Parmel veder quando si volge altrove,

Lassando tenebroso onde si move.

Se mai candide rose con vermiglie

In vasel d'oro vider gli occhi miei,

Allor allor da vergine man colte;

Veder pensaro il viso di colei

Ch'avanza tutte l'altre maraviglie

Con tre belle eccellenzie in lui raccolte;

Le bionde trecce sopra 'l collo sciolte,

Ov'ogni latte perderia sua prova;

E le guance, ch'adorna un dolce foco.

Ma pur che l'ora un poco

Fior bianchi e gialli per le piagge mova,

Torna alla mente il loco

E 'l primo dì ch'i' vidi a l'aura sparsi

I capei d'oro; ond'io sì subit'arsi.

Ad una ad una annoverar le stelle,

E 'n picciol vetro chiuder tutte l'acque

Forse credea quando in sì poca carta

Novo pensier di ricontar mi nacque

In quante parti il fior dell'altre belle,

Stando in se stessa, ha la sua luce sparta,

Acciocchè mai da lei non mi diparta:

Nè farò io; e se pur talor fuggo,

In cielo e 'n terra m'ha racchiusi i passi;

Perchè agli occhi miei lassi

Sempre è presente, ond'io tutto mi struggo;

E così meco stassi,

Ch'altra non veggio mai, nè veder bramo,

Nè 'l nome d'altra ne' sospir miei chiamo.

Ben sai, Canzon, che quant'io parlo è nulla

Al celato amoroso mio pensero,

Che dì e notte nella mente porto;

Solo per cui conforto

In così lunga guerra anco non pero:

Che ben m'avria già morto

La lontananza del mio cor, piangendo;

Ma quinci dalla morte indugio prendo.