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By Giacomo Leopardi

Degli orientali Regi a umil cappanna

La venuta deh canta, o sacra Musa,

Che con celeste, armoniosa cetra

Estro divino inspiri, a cui non cinge

Passibil serto di caduchi allori

Nel favoloso Pindo il nobil capo;

Canta tu ancor de' miseri Bambini

L'orribile, e crudel barbaro eccidio:

Canta del sommo, onnipossente Nume

Fatto Fanciullo la rimota fuga,

E per deserte vie l'aspro cammino.

Vergine bella, e Immacolata Madre

De l'incarnato Verbo, e Dio superno,

Se le tue glorie, e del tuo Figlio i vanti

Arditamente a celebrare imprendor

Non ti sdegnare, ma benigna arridi

Al tuo servo fedel, che umil ti adora.

Il desiato sole, il dì bramato,

Dal mondo intero sospirato, e chiesto

Già co' suoi raggi illuminò la terra,

E nuova gioia le trasfuse in seno.

Esulta il cielo il Redentor mirando,

E gli aligeri spirti in terra scesi

Lieti fan corte a l'alto lor Signore.

Egli giace Bambino in vil cappanna

Su' poca paglia steso; il freddo soffio

Del gelido Aquilone entra pei fori

Del lacero tugurio il Divin volto

Mirasi impallidito, e d'aspro gelo

Compresse son le tenerelle membra.

Il Regnator de lo stellato Olimpo,

Che sempre vede sotto il piè sovrano

Ravvolgersi le sfere, ed i lucenti

Astri ruotarsi, e illuminar la terra

L'almo splendor del fulgido Pianeta

Ora in laceri panni avvolto, e stretto

Trema Bambino, e i suoi vagiti esprime.

Ma oh del sovrano Autor forza infinita

Tutto cangia in un punto, e già si cuopre

Di nuovo ammanto la terrestre mole;

Svanir le nevi, il praticello aprico

D'erbe olezzanti, e di purpurei fiori

Già si riveste, e già l'ameno colle

Verdeggia intorno, e tortuoso scorre

Con l'acque tremolanti il rio tranquillo

Non più sul minaccioso, oscuro cielo

L'atra tempesta, e le piovose nubi

Si veggono apparir, ma sgombro, e amico

Risplende, e in esso un tremulo fulgore

Spargon la luna, e insiem l'incerte stelle.

Ma qual da le celesti aeree sfere

Astro discende luminoso, e bello,

Che la chiara sua luce intorno spande!

Eccol non lungi da la terra apparso

D'oriente splende sopra gli ampj regni

Di meraviglia, e di timor riempie

Le genti tutte, e del portento ignoto

Invan la causa di saper si tenta.

Così talor la boreale aurora

Sorge su l'orizonte, e con il roseo

Carro trascorre per le vie de' venti,

E steso il vago suo purpureo manto

D'insolito colore il ciel dipinge:

Stupido resta il pastorel, che vede

Squarciato de la notte il fosco velo;

Dal pigro sonno i suoi compagni desta

Chiama i vicini, e ognun sorpreso ammira

La bella luce fiammeggiante, e rossa

Ma di ciò la cagion veder non sanno

Non altrimenti gli abitanti ignari

De l'amico portento a loro ignoto

Temon la stella nel mirar nè sanno

La ragione trovar di tal prodigio.

Già la veloce fama in su le penne

Equilibrata via trascorre, e ovunque

Il portento fa noto ognuno il piede

Volge a mirar l'astro non mai più visto.

Il timor, la sorpresa avvanza, e cresce

Ed entra ancor ne le dorate reggie

A tal portento ogni saper si offusca,

Varj i pareri son, si pensa, e parla,

Ma del ver la sorgente a ognun si occulta.

De' Regi Baldassar, Gaspar, Melchiorre

Scuotesi la sapienza, e sono anch'essi

Del fulgid'astro indagatori ansiosi:

Celeste lume a rintracciar li porta

Su le sacrate carte il ver nascosto;

Già vi passan le notti, e i giorni interi,

E omai son certi, che di un Dio fatt'uomo

In terra sceso sia cotesto un segno.

Son pronti, uniti, e nel pensier concordi

D'affidarsi a la stella, e ricchi doni

Offrir devoti al Bambinel Divino.

Mentre ne la lor reggia ognun rinchiuso

Pensa così, mille funesti inciampi

Pongono in dubbio le speranze amiche.

L'aspra stagion nevosa... il viaggio incerto...

Gli agi graditi... il patrio suolo... i Figli...

Tutto d'avanti a la lor mente esponsi

Così talor del pelago nel mezzo

Sassoso scoglio al fiero urto resiste

De gli austri furibondi, e de' spumanti

Rapidi flutti, e de l'Oceano intero.

Melchiorre il saggio, a cui bianca canizie

Ricuopre il capo, e che il possente scettro

Tiene del regno in ripostiglio argenteo

Oro ripone, e al Redentore in dono

D'arrecarlo destina, e già su l'alto

Cocchio egli assiso, da le amiche turme

Seguito muove fuor de l'ampie mura

A venerare il nato Infante il passo.

Quand'ecco s'ode un rumorìo confuso

E un calpestìo quadrupedante al suono

Misto di liete evviva; ognun s'arresta,

E immoto ad ascoltar l'orecchio tende.

Ed ecco alfin tra numerosa gente

Gasparre il Rege comparir si vede

Entro gemmato vaso il grato incenso

Offerta al Redentor lieto recando.

seco Baldassar di ricco manto

Cuoperto il tergo, coronato anch'egli,

Che l'olezzante mirra in dono porta

Al Dio Fanciullo, al Salvator Bambino.

Muovono il passo insiem, l'astro fulgente

Nel cammin li precede, e lor dimostra

Verso di Bettelem la via felice.