1
Verde selve aspre e fere,
dove cambiò sembianti
lei che, d'umana, angelica m'apparse!
quando fra le fresche erbe e' celsi canti
degli uccelletti e le leggiadre schere
vidi dolci manere
d'un lëopardo a lei dinanzi sparse;
poi quanto adorna e pellegrina farse
mostrò, con l'arco d'oro una saetta
per trarre a una cervetta,
ché fra due arborscelli ella era ascosa:
"Ahi (con voce pietosa),
merzé, non trar, merzé, che scarchi invano!".
Vedendo l'atto strano,
voltossi inver Dïana e disse a quella:
"Or che vi par di ciò, cara sorella?".
Eran sue chiome d'oro
disciolte, e la dolce ôra
mostrava quanto è 'l capel biondo e 'l crino;
e sotto quelle, sparse ad ora ad ora,
il fronte, i lucenti occhi; e 'l sol con loro
per veder suo tesoro,
cui scorse già bagnarsi entro Tesino:
un sacro essemplo, un stile alto e divino
fra noi mortali un celico splendore;
un suave pudore,
donde per madre lei Pudica elesse.
Cantiamo omai pur desse
virtute immense e la beltà infinita:
ahi, rileviam sua vita
di fama vera, sì ch'eternin lei
che sola al mondo è pari in fra gli dei!
O dì mostro dal cielo,
che l'insensibil cose
si glorian di veder quest'alma diva,
dove l'insegna mia si fisse e pose,
vedendo lei sotto d'un albo velo
di cui l'ardente zelo
fe' d'ogni altro disio la mente priva!
Qual ninfa o dea fia mai che tante scriva
lustre faville al prezïoso viso?
Qual sarà paradiso,
da poi ch'è tanto adorno un corpo frale?
Ahi, Dio, fia mai mortale
questa tenera rosa e fior lucissimo?
Deh, non, Padre dolcissimo:
che fia poi il mondo? E forse al fin lei voli
per adornarne i cor, le stelle e i poli!
Se Amore e gentilezza
dotâr mia donna sola
d'ogni eccellenza, or puoi vedere il quanto.
Vedi lo spirto suo che varca e vola
il terzo cielo, e vedi sua bellezza
di cui lieta vaghezza
più punse il core, il dì celebre e santo
dove, cambiata allor di vesta e manto,
da me non conosciuti i dolci rai,
due volte inamorai
d'essa medesma e unica facella.
Odi dolci quadrella
da cui son posto a mira e al berzaglio!
Che s'io pur degno o vaglio,
non pinse mai lo scudo di Minerva
quanto al mio cor questa leggiadra cerva!
Benché non degni, canzonetta mia,
di sì solenne e glorïoso aspetto,
ch'a dir di tal concetto
altro che ingegno umano e stil vorria;
ma vergognosa e pia
t'inchina a lei, e di' che 'l gran fervore
m'ha mosso, e quello amore
da cui merzede spero a degna prova:
ché spesso in gentil cor pietà si trova!