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La rondinella garula e legera
era venuta, come venir suole,
ambasciatrice di la primavera
e già passava l'equinozio il sole
renovando a la terra il vago manto
recamato di rose e di vïole,
quando a una valle dilettosa tanto
quanto altra mai vedesse un giorno andai
per esallare un mio angoscioso pianto:
de pitti augelli gli amorosi lai
resonavan per tutto il loco ameno
tale armonia non udi' io già mai.
Intrato in questo sito tutto pieno
di pacifere olive, i' vidi un fonte
qual gli sorgea naturalmente in seno;
ma alzato poi un poco più la fronte,
vidi doi passegiare in un bel prato
il qual giacea fra la fontana e il monte,
e come vòlse il mio benigno fato,
poi ch'io fui fatto a questi dui vicino,
li recognobbi, e quanto fummi grato,
ch'uno era il dotto Curzio Lancino,
l'altro Bartolomeo il Simoneta,
non men greco erudito che latino.
Però, se vene la mia mente lieta,
non ti ammirar, ché la Natura raro
simili amici dare è consueta.
Erami il suo comerzio utile e caro,
ché il lor dolce parlar già molte volte
dal cor mi trasse ogni pensiero amaro;
e così doppo le accoglienze molte
insieme fatte, il terzio fui fra questi
a passegiar sotto quelle ombre folte.
Abiando di Fortuna sermon desti
fra noi, disse il Lancin: – Se alcun la mente
esercir vòl, convien col corpo resti,
ché l'alma, reposando, è più prudente;
però sediamo sotto l'olmo ombroso
qual sopra il fonte si apre sì patente,
perché sedendo sul bel prato erboso
potrem più pronti insieme conferire,
prendendo il corpo placido reposo;
e se, Fregoso mio, vorren seguire
il ragionar de l'impïa Fortuna,
ognun di noi più aconzio potrà dire –.
Venuti adonque tutti tre in quella una
parte dil delettoso e bel destretto
dove l'acqua parea per l'onda bruna,
io comenzava pieno de dispetto,
posto a sedere, a vomicare il tosco
multiplicato nel sdegnato petto,
e dissi: – O frati mei, chiaro cognosco
che in questo vago loco non conviene
parlar di tema tanto duro e fosco,
ma credo 'verrà a me ch'a infermo avviene,
che aeire mutando, spesso si resana,
poi che purgato il fisico l'ha bene.
Fortuna in la città sempre villana
mi è stata, e forse in questi lochi aprici
trovato ho l'aria e medicina sana:
qui solitudin grata e fidi amici
vedo, donque altro certo non mi resta
se non scoprirvi i casi mei infelici.
Quanto Fortuna a me sia stata infesta
se esprimerlo saprò, non fia già poco
e sua importunità far manifesta,
ché da ch'io nacqui stato sempre un gioco
sono di lei, e più che mai ancora
la iniqua mi persegue in ogni loco;
e se mi lassa pur possar talora,
fa perché al parangon di quel reposo
para magior la pena che mi accora,
ché uno assueto al vivere noioso
più facilmente assai tollera un male
che quel che alcuna volta fu gioioso.
E questo è pegio, che mia pena è tale,
che esprimer non la posso, e un mal secreto
a la fin spesse volte è poi mortale.
Cercato ho sempre mai viver quïeto,
cercato ha sempre quella la mia vita
tenere in guerra e in amaro fleto,
e una piaga a pena in me è guarita,
che questa aparechiata è in uno istante
per far nel petto mio nova ferita:
ma vechie cicatrice sono tante
in me che loco sano più non trova
dal capo infelicissimo a le piante,
né più può farmi una percossa nova;
però ogni giorno a me cresce il dolore,
ché bene il sa, chi l'ha provato o il prova,
che colpo sopra a colpo è duol magiore –.