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By Antonio Fileremo Fregoso

La rondinella garula e legera

era venuta, come venir suole,

ambasciatrice di la primavera

e già passava l'equinozio il sole

renovando a la terra il vago manto

recamato di rose e di vïole,

quando a una valle dilettosa tanto

quanto altra mai vedesse un giorno andai

per esallare un mio angoscioso pianto:

de pitti augelli gli amorosi lai

resonavan per tutto il loco ameno

tale armonia non udi' io già mai.

Intrato in questo sito tutto pieno

di pacifere olive, i' vidi un fonte

qual gli sorgea naturalmente in seno;

ma alzato poi un poco più la fronte,

vidi doi passegiare in un bel prato

il qual giacea fra la fontana e il monte,

e come vòlse il mio benigno fato,

poi ch'io fui fatto a questi dui vicino,

li recognobbi, e quanto fummi grato,

ch'uno era il dotto Curzio Lancino,

l'altro Bartolomeo il Simoneta,

non men greco erudito che latino.

Però, se vene la mia mente lieta,

non ti ammirar, ché la Natura raro

simili amici dare è consueta.

Erami il suo comerzio utile e caro,

ché il lor dolce parlar già molte volte

dal cor mi trasse ogni pensiero amaro;

e così doppo le accoglienze molte

insieme fatte, il terzio fui fra questi

a passegiar sotto quelle ombre folte.

Abiando di Fortuna sermon desti

fra noi, disse il Lancin: – Se alcun la mente

esercir vòl, convien col corpo resti,

ché l'alma, reposando, è più prudente;

però sediamo sotto l'olmo ombroso

qual sopra il fonte si apre sì patente,

perché sedendo sul bel prato erboso

potrem più pronti insieme conferire,

prendendo il corpo placido reposo;

e se, Fregoso mio, vorren seguire

il ragionar de l'impïa Fortuna,

ognun di noi più aconzio potrà dire –.

Venuti adonque tutti tre in quella una

parte dil delettoso e bel destretto

dove l'acqua parea per l'onda bruna,

io comenzava pieno de dispetto,

posto a sedere, a vomicare il tosco

multiplicato nel sdegnato petto,

e dissi: – O frati mei, chiaro cognosco

che in questo vago loco non conviene

parlar di tema tanto duro e fosco,

ma credo 'verrà a me ch'a infermo avviene,

che aeire mutando, spesso si resana,

poi che purgato il fisico l'ha bene.

Fortuna in la città sempre villana

mi è stata, e forse in questi lochi aprici

trovato ho l'aria e medicina sana:

qui solitudin grata e fidi amici

vedo, donque altro certo non mi resta

se non scoprirvi i casi mei infelici.

Quanto Fortuna a me sia stata infesta

se esprimerlo saprò, non fia già poco

e sua importunità far manifesta,

ché da ch'io nacqui stato sempre un gioco

sono di lei, e più che mai ancora

la iniqua mi persegue in ogni loco;

e se mi lassa pur possar talora,

fa perché al parangon di quel reposo

para magior la pena che mi accora,

ché uno assueto al vivere noioso

più facilmente assai tollera un male

che quel che alcuna volta fu gioioso.

E questo è pegio, che mia pena è tale,

che esprimer non la posso, e un mal secreto

a la fin spesse volte è poi mortale.

Cercato ho sempre mai viver quïeto,

cercato ha sempre quella la mia vita

tenere in guerra e in amaro fleto,

e una piaga a pena in me è guarita,

che questa aparechiata è in uno istante

per far nel petto mio nova ferita:

ma vechie cicatrice sono tante

in me che loco sano più non trova

dal capo infelicissimo a le piante,

né più può farmi una percossa nova;

però ogni giorno a me cresce il dolore,

ché bene il sa, chi l'ha provato o il prova,

che colpo sopra a colpo è duol magiore –.