1.

By Ugo Foscolo

Perché, o mie luci, l'angoscioso pianto

Voi non cessate? et al suo cupo affanno

Non vi piace lasciar l'anima mesta?

Troppo voi siete a quella doglia inganno

Che m'è cara soffrir finché sia infranto

Lo stame a cui s'attien mia vita infesta,

Ben innanzi accadrà che si rivesta

Di verde e fiori il prato a mezzo verno

Pria che m'incresca di mie vive doglie,

E se il destin mi toglie

Chi era de giorni miei pace, e governo,

Almeno alle sue spoglie

Che ornai sotterra son cenere frale

Si dica sospirando un caldo vale.

L'Amico il Padre è morto: or qual mai speme

Fia che più resti alle mie brame afflitte

Sennon che la pietà m'apra la fossa?

Proffondamente nel mio sen stan scritte

Le sante dolci sue parole estreme

Onde sovente quest'anima è scossa.

Mi traggon elle a visitar quest'ossa

Sparger miei voti, e forse al sordo vento;

Ah ! che mai dissi? dall'Eterea sede

Ove beato ei siede

Non ode il suon del mio triste lamento?

E del dolor non vede

L'alta ferita? ah s'egli è ver cessate

Lugubri voci, ne più duol gli date.

Troppo ei mi amava in terra, e troppo forse

Se doglia provan de' beati i spirti

Ei s'addolora alla mia intensa pena.

Dunque spargiam sulla sua tomba mirti

E se fosca per lui mia vita scorse

Per lui ritorni ancor queta e serena.

Ben troncherassi un dì questa catena

Grave al mio spirto e goderò di lui

Ove luce di Dio su ognun si spande.

Ivi fia che domande

De' frati miei, de' dolci figli sui,

O lieto istante, o grande

Istante, a che ver me ratto non voli

Onde in braccio al mio Padre io mi consoli?

Perché m'adduci mai, folle desio,

A vaneggiar con tai speranze audaci

Credi che al mio buon Padre io m'assomigli?

Ivi egli posa in grembo a liete paci

Perché con sua saviezza il nembo rio

Seppe fuggir e del mondo i perigli.

Fuggir forse sapranli i lassi figli

Che nel mondo imboscati a mezza notte

Soli e confusi ad erme piagge ed erte

Volgon lor piante incerte

Ahi troppo giovanili, e troppo indotte?

Ma se fia che si morte

Un giusto grazie, ah! dal Signor dell'Etra

Consiglio e Grazie a tuoi pupilli impetra.

Luce chieggiam e chi l'accenda, o Padre,

Forse non v'è, forse non v'è chi porga

Acqua di chiaro fonte a nostra sete.

Se per te dunque un rio puro non sgorga

Se non diradi a noi quest'ombre sì adre

Chi fia che ci rischiari, e ci dissete?

Egra già fora in grembo a tua quiete

Ella che a noi fu Madre, a te fu Sposa;

Sennon che, lassa! ancor viver si vuole

Per sua tenera prole,

Ma del suo lacrimar unqua riposa

Anzi meco si duole

Dicendo o figlio, a te chiedo conforto

Poiché il mio Sposo il mio buon Sposo è morto.

E qual da me conforto? e quale io posso,

Padre, se il terzo lustro appena io varco,

Prestar sollievo a sua doglia cotanta?

Ahi che mal so di quel soave incarco

Gravar per anco il mio debile dosso

Che il tuo gravò per quasi anni quaranta.

Sol suonan pianto e muto orrore ammanta

Que' dolci lochi ov'io ti vidi un giorno

Porger a' tuoi figliuoli e baci e pane,

E in fogge care e strane

Saltellar essi a tue ginocchia intorno.

Ed or, ahi! che rimane

Altro che aver in grembo gli orfanelli

E alle lor grida lacrimar con elli?

O cupa notte! o tenebroso istante!

O tetra bara o feretro funebre

Ove il padre vidd'io la volta estrema!

Dal duolo avvolti e da vostre tenebre

Venite agli infelici ora d'innante

Onde ognun sopra voi sospiri e gema.

Qui mia suora innocente e guarda e trema

L'istupidita genitrice nostra

Ohe fitti ha gli occhi al suoi ne fiato manda;

Qui il fanciul che addomanda

«Che fu? che avvenne?» — e mesto indi si prostra

E al padre raccomanda

Quinci il ritorno; e un altro che col dito

Tergesi i lumi, e fa al suo pianto invito.

E a squallor tanto in mezzo io con la fronte

Dalle man sostennuta, i miei sospiri

Traggo più ardenti, e li rattengo invano.

Par che d'intorno a me l'ombra s'aggiri

E delle smorte luci il caldo fonte

Egli m'asciughi in atto dolce umano:

Rammento allora qual diemmi la mano

Qual me la strinse e qual mi benedisse

Coi sguardi ove manca vangli gli accenti!

Qual «miei figli innocenti»

Disse, «ti raccomando», e più non disse,

Qual di Angeli fulgenti

Sull'ale io vidi sgombra del suo velo

L'alma rapita a innamorare il Cielo.

Canzon tu oscura, dolorosa, e sola

Ove altri orfani stanno in pianto e in duolo

Drizza gemendo il volo

Et una amante vedova consola;

E siegui un figlio che alla mesta notte

E alla tacita luna

Fra lagrime dirotte

Narra le tempre di sua rea fortuna:

Ivi per l'aria bruna

T'innoltra, e digli in suon d'aura notturna;

Solo non piangi del tuo Padre all'urna.