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Ecco che 'n oriente
incomincia a mostrarsi
co' capei d' oro sparsi
la madre di Memnon chiara e lucente,
e già nel cielo spente
l' accese faci, il mattutino raggio
co' begli occhi n' adduce,
e con la vaga sua purpurea luce
facendo a l' ombre oltraggio,
al sovrano pianeta apre il viaggio.
Vieni, candida Aurora,
e di pura rugiada
questa e quella contrada
rinfresca, e fa' tra noi dolce dimora;
o Dea cui 'l mondo onora,
che porti teco ne la fronte il giorno
e 'l ciel bianco e vermiglio
fai col sereno tuo tranquillo ciglio,
vedi che d' ogn' intorno
onorano i mortali il tuo ritorno.
A te amaranti e rose
et amomo odorato
con spirar dolce e grato
portano l' aure lievi et amorose;
le sorelle dogliose
ti salutan con lor soave canto
tra' più frondosi rami,
e par ch' ognuna ti disiri e chiami
acciò che 'l lume santo
tolga a la terra il tenebroso manto.
La figlia di Latona
al tuo vago apparire
incomincia a fuggire,
e i suoi destrieri a lieve corso sprona
seguendo la corona
de la bella Arianna, che partita
è con la notte oscura
per la strada del ciel tranquilla e pura,
e piange scolorita
con le stelle sua grave dipartita.
Già posto il ricco freno
a' corsieri d' Apollo
e l' aureo giogo al collo,
ti seguon l' Ore per l' aere sereno,
col sen di fiori pieno,
e qual adorna le tue chiome bionde
di gigli e di viole,
qual ti va inanzi, e qual invita il Sole,
che tardo ancor s' asconde,
a sorger teco omai fora de l' onde.
O moglie di Titone,
tu con la bella fronte
mostri al nostr' orizzonte
quanta vaghezza il cielo in te ripone;
dal sovrano balcone
del lucido oriente uscendo fuori,
di tenebre disgombri
la terra, e di splendor tutta l' ingombri,
e con soavi errori
depingi il mondo de' più bei colori.
Il Sonno pigro e grave,
compagno de la Morte,
ne le paterne porte
fugge leggier, ché di tua vista pave;
la sua spalmata nave
spingendo for del porto, il bon nocchiero
con l' ampie vele aperte
solca del mar l' onde fallaci e 'ncerte,
e con occhio cervero
vede il securo e suo miglior sentero.
Levasi il peregrino
da l' ozioso letto,
e dal desire astretto,
movendo con tua scorta al suo camino
i piè, nel mattutino
fresco raddoppia i passi, e 'l crine cinto
di verdi fronde, canta
sì come Ippomené vinse Atalanta,
come del labirinto
uscì Teseo, il fero mostro estinto.
Non volga il caro amante
che già per Procri ardea,
o bella e vaga Dea,
in altra parte le fugaci piante;
ma con umil sembiante,
sendo già 'l cor da tua beltà conquiso,
tutti i passati affanni
posti in oblio, ristori i gravi danni,
e nel tuo grembo assiso
or dal collo ti penda or dal bel viso.
Tosto (la tua mercede)
vedrò gli occhi sereni
di grazia e d' amor pieni
di lei che fe' del cor sì dolci prede,
dove Donna ancor siede
e tiene il fren de' miei pensieri in mano,
che vaga a maraviglia
a l' alta tua beltà sola simiglia,
il cui soave e piano
sguardo ogni amaro fa da sé lontano.