112
Diane Fortuna pur gli ampj tesori
Di Creso, e d'Alessandro il vasto Impero,
Dia le gemme d'Eritra e d'India gli ori,
Sazio Uom non fia però, ma ben più altero,
Ché, crescendo l'aver, l'ingorda brama
Crescerà insieme del suo van pensiero.
Per quel valor, che tanto il volgo acclama,
Da' gelidi Trioni al Mauro adusto
Voli d'invitto Eroe chiara la Fama;
Sia pur di palme e di trionfi onusto:
Sarà tra le provincie oppresse e dome
Tanto infelice più, quanto men giusto.
Inclita e bella Sapienza, oh come
A te sola benigno ha il Ciel concesso
Vera ricchezza, e non d'ombra e di nome!
Oh felice quell'Uom, cui vien permesso
Spiar l'alte cagioni, onde poi noto
Gli sia della natura ogni recesso!
Qual Astro in Ciel sovra il suo centro immoto
Giaccia, e qual vagabondo al Sole intorno
Giri e in sé stesso con perpetuo moto;
Come di Cintia e di Ciprigna il corno
Or cresca, or scemi, e l'Ocean sonante
Vada e là, onde partio, faccia ritorno;
Come nembi e tempeste in un istante
Ingombrin l'aria, e come spesso avventi
Fulmini incontr'al Ciel l'Etneo Gigante;
Come, commosso da contrarj venti,
Caggia il Mar nell'abisso e al Ciel sormonte,
Sfidando a guerra il Mondo e gli Elementi.
Calca il saggio col piè di Flegetonte
L'avaro Regno, e la palude inferna
Non paventa di Stige e d'Acheronte,
Poiché, da terra ergendo alla superna
Patria la mente, nell'eterno Bene
Fruir gli sembra alta dolcezza eterna;
E, mentre l'Alma in questo carcer tiene
Del Ciel l'incommutabile decreto,
Scarco d'ogni timor, fuor d'ogni spene,
Non mai torbido il cor, non mai inquieto,
Ogni cosa mortal tenendo a giuoco,
Vive ricco di sé, contento e lieto.
Or quindi a te questo mio canto roco,
Famosissimo Antonio, ecco io rivolgo;
E benché al merto ogn'altro encomio è poco,
Pur le tue glorie in brevi detti accolgo:
Tu quello sei, che i vani odj e disprezzi
Desii del cieco e sempre errante volgo,
E sol vera virtude ami e accarezzi.