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By Auteur inconnu

La bella Ninfa, che fu moglie in Ida

Di lui, che portò in Frigia la ruina

Colla Consorte del minore Atrida,

Poiché ebbe lagrimando alla marina

Paride suo chiamato, che non sente,

Intento in Grecia alla fatal rapina,

Vide dall'onde salse uscir repente

Sovra un Delfino il vecchio Nereo assiso,

Ch'avea dinanzi a traverso il tridente,

Il qual, l'umido crin dall'ampio viso

Rimosso, e sopra l'una e l'altra orecchia

Tra l'alga verde colla man diviso,

Disse: "Oh quale vegg'io, che s'apparecchia

Armata in Argo! oh misera Cittade,

Misero Re, che per gastigo invecchia!

Oh Troia, oh quanto per le regie strade

Sangue correr vegg'io, che dalle vene

De' tuoi figli trarran l'Argive spade!

O Laomedonte, pagherai le pene

Un'altra volta del delitto antico

Col nuovo incendio, che da Grecia or viene.

Mira il Nepote tuo, che per l'aprico

Mare or sen fugge, e il porta seco in nave

Amante incauto ed ospite impudico;

E mira come men molesta e grave

Rende la tema, e dell'error si scorda,

Nel vago viso e nel guardo soave.

Oh come del suo sangue io veggio lorda

Del forte Ettorre la terribil faccia

Dietro il gran carro, che tutt'Ilio assorda!

Achille il guida, e al popol, che s'affaccia

Pallido al muro, Ettore ucciso addita,

E poscia il fuoco alla Città minaccia.

La Madre e la Consorte sbigottita

Empiono i letti marital' di pianto,

E Priamo accusa la soverchia vita.

Grida per tempo col fatal suo canto,

Ma invan, Cassandra, ché il destino avverso

Pon sull'orecchia altrui la man col manto.

Grida: 'Verranno da terren diverso

Ambo gli Aiaci: ah non v'è alcun che m'ode!

Invan la voce, invano il pianto io verso.

Tempo verrà quando la Greca frode

Uscir vedrassi dal Caval di legno,

E a me darete sospirando lode.

Ma indarno allora: ché l'antico Regno

Nelle ceneri sue vedrem sepolto,

E noi soggetti a vil servaggio indegno.

Allor, Paride, andrai col vago volto

A innamorar di Sparta le Donzelle,

E sarai dentro l'altrui letto accolto,

E potrai lieto tra le Dee più belle

Seder Giudice in Ida, e il pomo offrire

Alla più bella che vedrai fra quelle.

Giudice stolto, or va', disprezza l'ire

Di Giunon, di Minerva, e vanta il dono,

Che, per averlo, bisognò rapire.

La bella Greca troverà perdono

Dal suo Marito, e la vedrem Reina

Seder di nuovo sul primiero trono;

Ma non già Troia dalla sua ruina

Metterà fuora il capo polveroso

Un'altra volta: ch'altro il Ciel destina.'"

Nereo si tacque, e nel tacer s'ascose

Nel molle crin, che dalle tempia sciolse;

E piena il cor delle future cose,

L'abbandonata Enon dal mar si tolse.