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Poiché colui, che dalla terra sorse
Sotto le mani del Maestro eterno,
E il pomo a danno di natura morse,
Di là, dove non era estate o verno,
Fu discacciato dal suo errore, ond'ebbe
Morte sopra di noi l'alto governo,
Tanto membrando sull'angoscia crebbe,
Ch'a sé medesmo, ch'altri ancor non v'era,
Pur venne in ira e vergognando increbbe.
Ma vòlto alfine a quella, che primiera
Ruppe il divieto, e coll'esempio rese
La faccia dell'error men aspra e fiera:
"Questo è il saper, che dentro noi discese,
Donna," diceva", e questa è la scienza
Del ben, del mal, che i nostri cori accese?
Col ver c'ingannò il serpe, e la semenza
Di sue parole viziossi in noi,
Terren non culto dalla esperienza.
Conosco, ahi lasso, i veri sensi suoi
Nel mal, ch'io soffro per avanti ignoto,
E nel perduto ben, che veggio poi.
O me infelice, o Popolo remoto,
Nella posterità tu ancor sarai
Per la mia colpa d'innocenza vòto.
E questa è l'ampia eredità, che avrai
Dal primo Padre, ahi Padre afflitto e gramo,
Ch'altra ricchezza che di duol non hai!
Verranno i figli, ed io tal messe bramo,
Ma con dolor, però che parte il seme
Avvelenato nel fonte d'Adamo.
Miseri Figli, cui già caccia e preme
Sotto il flagello della gran vendetta
Il Padre istesso, e sé con loro insieme!
Misero Padre, che vedere aspetta
Giacer nel sangue i propri Figli estinti,
E morte sopra, che il lor fine affretta!
Ma nulla o poco è che noi siamo avvinti
A legge tal: ché morte è un'ombra, un nome,
Qual son gli oggetti in un ruscel dipinti.
Il peggio è quel, che ha nostre voglie dome,
Mentre l'uom vive, e ciò che venir sente,
Poiché deposte avrà le mortal some.
Signor, che sei nella pietà possente,
Come nella giustizia, e me creasti
Da principio immortal, santo, e prudente,
E poi nell'orto del piacer donasti
A lieta vita, e di cotanti frutti,
Che fiorian ivi, un sol me ne vietasti,
Ch'io gustar volli, e allora perdei tutti
I chiari pregi, e resi della mia
Prima immortalitate i fonti asciutti;
Signor, mira il mio pianto, e l'opra obblia,
Fatta dall'uomo, e quel ch'è tuo riponi
Nella speranza e nell'onor di pria.
Ma quai per entro l'alma odo sermoni
Non da me nati, né riserbo idea
Di loro in mente, ond'abbian sue ragioni?
Che veggio? Un Padre, ch'un sol figlio avea
Simile a sé fino dall'anno antico
Colà, dove sé stesso intende e bea,
Colla spoglia mortal d'uomo mendico,
Mandalo a sofferir la grave pena,
Che patir deve il suo più fier nimico.
Oh d'amor vera inesiccabil vena!
Oh gente, a cui sarà veder concesso
Sì chiare luci e faccia sì serena!
Oh Vecchierello, che ti porti appresso
Al sacrificio l'unico tuo Figlio,
Credendo pure a quel che t'è promesso,
Quanto saggio sarai nel tuo consiglio!
Oh s'avuta avess'io cotanta fede,
Or non andrei per sì penoso esiglio!
Dalla tua stirpe, e il mio pensier già il vede,
Verrà chi, tolto a noi l'immenso peso,
Pagherà quel che la giustizia chiede,
E sarà l'Uomo all'innocenza reso.