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By Giovanni Guidiccioni

Spirto gentile, che ne' tuoi verdi anni

prendesti verso il ciel l'ultimo volo,

e me lasciasti qui misero e solo

a lacrimar i miei più che i tuoi danni,

pon dal ciel mente in quanti amari affanni

sia la mia vita, assai peggio che morte;

mira qual dura sorte

vivo mi tien qua giù contro mia voglia,

acciò ch'io viva eternamente in doglia.

Ché, quando torna a la memoria, quando

torna per me quel sempre acerbo giorno

che salisti a l'eterno alto soggiorno,

tremo de la pietà, vo lacrimando

e tremo e agghiaccio, meco ripensando

come morte abbia que' duo lumi spenti,

che i miei lieti e contenti

fecero spesso, ed or, di piagner vaghi,

non hanno in tanto mal chi più gli appaghi.

Frate mio caro, senza te non voglio

più viver, né, volendo, ancor potrei;

ché, poi che ti celasti agli occhi miei,

uom non si dolse mai quant' io mi doglio:

la lingua al duol e gli occhi al pianto scioglio,

né credo però mai di piagner tanto

ch'io possa col mio pianto

far palese ad altrui quant' io t'amai,

ché le lacrime mie son meno assai.

Canzon, vedrai di ricche spoglie adorno

un bel marmo e d'intorno

errar lo spirto mio, che sempre chiama

l'amato nome e sol la morte brama.