117r
Non l'infimo mio ingegno atro e ridiculo
chiama el sonetto tuo, ma l'audazia
del sacro e gran dottor nato in Dalmazia,
fonte e fior d'eloquenzia, umile Aniculo.
Qual forza ha in sé nostro basso versiculo?
Che val la mente oggi, in cui non si spazia
l'acridalio liquor? Bene è in disgrazia
chi solca el mar (como io) in debil naviculo.
Tremo, ardo, aghiaccio e poi nel fin corrusico
a tal risposta, ché 'l vigor confondere
s'ingegna onne umor, vil, freddo e malifice.
Lo stil, ch'è immite più ch'acro lambrusico,
vorebbe volentier se stesso ascondere,
ma vuol seguir tue rime alte e magnifice,
ché 'l perfetto aurifice
lapillos ornat car più che ligustre;
non sona me' mia fistula palustre.