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By Antonio Tebaldeo

Dapoi che la mia sorte adversa e dura

non vòl che teco cum il corpo io stia,

mandoti, Timotheo, l'effigie mia,

simile a quella che mi fe' Natura.

Ma perché è cosa muta la pictura,

mi son sforzato trovar modo e via

di far che al vero più propinqua sia,

agiongendo la voce a la figura;

alligato ho cum lei certi fragmenti

che per Flavia già scrissi suspirando,

aciò me vedi e che parlar me senti.

Sì che di questo don che hora ti mando

prego, Timotheo mio, tu te contenti

sin ch'io ritorno a te, che non scio quando.