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By Auteur inconnu

Prendi il fucile, e dalla viva selce

Nell'esca arida accogli, Aurisco, il fuoco,

E appiccal tosto a quel fastel di felce.

Odi, e di là dond'esce a poco a poco

Togli dell'acqua, pria che tocchi il fianco

Della spelonca: or segna bene il loco,

Mentr'io le trecce sciolgomi, e del manco

Piede traggo il coturno. Or c'hai tu stolto,

Che tremi, e il viso hai più che marmo bianco?

Tu sgridi me, c'ho lo spavento accolto

Sopra le ciglia, e tu non vedi c'hai

Sanguigni gli occhi, e pien di macchie il volto.

Sul tuo coraggio, Fille, io mi lasciai

Condur qui teco, che per gran promessa

Venuto al certo non sareivi mai.

Orribil tanto or la paura impressa

Rende il tuo viso, che non credo sia

Orribil tanto la paura istessa.

Accusa or me, se nella fronte mia

Esce nuovo timor, che se non era

Dal tuo timor chiamato, ei non v'uscia.

E poi, dimmi, e non siam presso la sera

In questa selva tenebrosa, in cui

Orma d'uomo io non veggio, orma di fera?

E presso la spelonca e gli antri bui,

Tremo al pensar, dell'iracondo Pane

E della turba de' seguaci sui?

E presso l'ara e presso le fontane

Sacre alle Ninfe, che son tutte cose

Negate a noi, che siam genti profane?

E non sai tu, nell'alte notti ombrose,

Quei, che passan per caso al bosco accanto,

Quali veggiono larve paurose?

E qual roco susurro e mesto canto

Odono uscir da' rozzi tronchi fuore,

E dalle grotte lagrimevol pianto?

Quètati, Aurisco; col tuo van timore

L'ordine rompi degli orrendi carmi,

E la quiete delle tacit'ore.

Recami il fuoco, ché d'udir già parmi

I tre latrati del mastin d'Averno,

Ch'escon dal mezzo di quei rotti marmi.

Segno ch'Ecate fuor del pianto eterno

Sorge gridando, ed ha cent'ombre seco.

È dessa, e al suon de' piedi io la discerno.

Saperne altro non vo', ché il sozzo e bieco

Mostro vegg'io, ch'apre tre gole orrende,

Tre gole orrende là nel cupo speco.

Ve' che pon fuora un de' tre capi, e prende

Tutt'il van della grotta, e dal suo dente

Pien di velen la nera morte pende!

Tanto farai col tuo parlar sovente,

Pastor da nulla, e colla tua paura,

Che i sacri versi mi usciran di mente.

Ben sarei per lasciarti in quest'oscura

Selva senza compagno e senza guida

Soletto errar, finché la notte dura,

Ché allor potresti a tuo piacer le strida

Metter fuor della bocca spaventata,

E non turbar chi il tuo periglio affida.

Ninfa, ho sentito più d'una fiata

Narrar d'Alessi, che l'istorie ha pronte,

La gran vendetta, che fé Cintia irata

Di lui, che ignuda la mirò nel fonte,

E fuggir fu veduto alla foresta

Mutato in Cervo colle corna in fronte,

E seguitarne i di lui Can' la pesta,

E raggiunto squarciarlo a brani a brani

Dal fesso piede alla ramosa testa.

E Alessi soggiungeva: "In questi strani

Boschi cosa vid'io, ch'ebbi timore

D'esser mangiato da' miei proprj Cani,

Però che un giorno in sulle fervid'ore

Vidi il Dio Pan, che coll'adunco labbro

Scorrea le sette sue canne sonore,

E vidi ancor che tinte di cinabbro

Ardean le gote, e rara barba e nera

Cadea dal mento rilevato e scabbro.

Pensa tu allor come l'immagin fiera

Del caso d'Atteon mi si volgesse

Per entro l'alma, che colpevol era;

E tal timore nel mio seno impresse,

Ch'io mi cercai le corna tra i capelli,

E mi guardai le piante s'eran fesse.

E per la via chiedeva a questi e a quelli:

'Son pure Alessi, od ho cangiato aspetto?

Mi conoscete, amici Pastorelli?'

Rideano tutti, e si prendean diletto

Di me, credendo scherzo lo spavento,

Che m'avea il sangue congelato in petto."

Sì disse Alessi, e il medesm'io rammento

A Fille ed a me stesso: ah se Diana

O Pan qui fosse a goder l'ombre o il vento,

Che di noi fora, che per opra vana

Dentro i sacri recessi or siamo entrati

Col piede incauto e colla mente insana?

Mi convien secondarti, ch'obbliati

Ho tutti i sacri detti, e il rito santo,

Che vuol silenzio in luoghi inabitati.

Partiamo pur, ché non puoi darti vanto

Del mio timor, ch'io già non partirei,

Se non vedessi interrotto l'incanto.

Oh che labil memoria! io mi darei

De' pugni in viso, e dalle tempia il crine

Colle mie stesse man' mi svellerei.

Or datti pace: il mal sta sul confine

Del timor, della rabbia. Andiam, ma pria

Vo' supplice placar l'ire divine.

Io lodo Pane, e la tua Musa dia

Lode alla forte Vergin cacciatrice,

Che di rado o non mai suoi torti obblia.

O sorella del Sol, Vergine altera,

Che la man fiera hai sempre in mezzo all'arco,

E porti carco di veloci dardi,

Vie più che i guardi, l'òmero d'argento;

Me, ch'ora tento di lodarti, mira,

Placata l'ira; ed alle crude belve

Per l'alte selve, per le valli ombrose,

Per le ventose cime de' gran' monti,

Rechino pronti i tuoi veloci strali

Morte sull'ali. Io poscia le tue lodi

In lieti modi nel solenne giorno

Condurrò intorno, e ben udrai ridire

Senza finire de i Pastor' la schiera:

O sorella del Sol, Vergine altera.

O Nume degli armenti e de i Pastori,

Che i lieti cori delle Ninfe amiche

E per l'apriche e per l'ombrose valli

Conduci a i balli, strepitoso Amante,

Me, che le sante tue spelonche entrai,

Non mirar mai, se il naso hai rubicondo,

Ma quando al fondo del tuo cor sedata

L'ira è tornata, e ti sovvenga il riso,

Che col tuo viso in bocca a' Numi apristi,

Quando apparisti alteramente informe

Per tante forme. Io poscia i rozzi altari

Di doni rari colmerò sovente,

E udrai la gente dir divisa in cori:

O Nume degli armenti e de i Pastori.