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By Auteur inconnu

Perché, Teone, ora che ride il Maggio,

Così dolente al praticel ti stai,

Tu, ch'eri prima un Pastor lieto e saggio?

La Pastorella tua, che al Sole i rai

Oscura, è forse a te crudel? per questa

Forse tu vivi in dolorosi lai?

Giuro, Sinesio mio, per l'aurea testa

Di quel capro gentil, sacro ad Apollo,

Che per Filli non ho l'alma sì mesta.

Altre cure alla gioia or dànno il crollo,

Cure, che affliggon tanto il mesto core,

Che di lagrime sol vive satollo.

Narrami, se pur m'ami, il tuo dolore,

Ché men pungente è il duol che si palesa,

E celandosi il mal si fa peggiore.

Senza più teco fare altra contesa,

Il duol ti scoprirò sì crudo e rio,

Giacc'hai sì l'alma di saperlo accesa.

Ed io ti donerò del gregge mio

La più gentile e la più pingue agnella,

Quella, che là riposa al vicin rio.

Oh quant'ella è mai bianca! oh quanto è bella!

Ma non mi alletta il sottil vello bianco,

Ché l'alma mia non è de' doni ancella.

Ascolta: or mentre io poco prima il fianco

Qua posava, chiudendo al sonno i lumi,

Un Uom m'apparve tutto lasso e stanco,

Che disse: “O tu, che di saper presumi,

Porgi le orecchie alle parole altrui,

Che inspirate nel cor vengon da' Numi.

Ascolta, ascolta: un gran Pastor, che i sui

Alti natali del Danubio in riva

Trasse, e ogni bene il Ciel restrinse in lui,

Con Clori, tra le Ninfe eccelsa Diva,

Sant'Imeneo congiunse; e allor fastosa

Natura io rimirai tutta giuliva.

Allora il giglio, il gelsomin, la rosa

Vid'io spuntar più freschi e più ridenti

Per coronar Coppia così vezzosa.

Allora io vidi i mansueti armenti

Lieti pe' campi, e tra l'erbette e i fiori

Spirar per gioia innamorati i venti;

E a folte schiere gl'innocenti Amori

Volar per l'aria, e d'onestà ripieni

Posarsi or ne' begli occhi, or ne' bei cori;

E farsi i prati più verdi ed ameni,

Più robusta la quercia, il suol più bello,

E gli astri più lucenti e più sereni.

Ognun credeva che da questa e quello

Nascer dovesse il più bel Germe al Mondo,

Domator d'ogni Mostro empio e rubello;

Ma immersi or siamo in un dolor profondo,

Poiché in tanti anni non si vede ancora

Il sen di Clori divenir fecondo.

Quindi è ch'ogni Pastor più si addolora,

Perché all'Arcada nostra amabil terra

Mancan gli Eroi, che tutto il Mondo onora.

Oh quanti Lupi con terribil guerra

Assalteranno il gregge! Ah, ch'io vorrei,

Per non mirar le stragi, irne sotterra.

Ahi, che saran da' mostri iniqui e rei

Sparse le mandre; e giustamente or io

Piango il danno di tutti e i danni miei.

Piangon tanta sventura il fonte e il rio,

Mesti spirano i venti, e gli arboscelli

Giaccion spogliati al verde suol natio.

Lascian le irsute mamme i bianchi agnelli,

Né s'odon più sul verde bosco ameno

Dolcemente cantar musici augelli.”

Sì diss'egli; ed al par d'ombra o baleno

Da me tosto disparve, ed io mi desto

Tutto d'acerbo duolo il cor ripieno;

E tra me dico: “E qual fantasma infesto

Turba dormendo del mio cor la pace?

Oh sogno a desir' miei troppo funesto!

Perché, o sogno crudel, vano e fallace

Infecondo palesi il sen di Clori,

Se fecondo il cantò fama verace!

Va', torna pure in quei profondi orrori,

Onde uscisti, infernal furia; deh torna,

Tu, che avveleni anco i più lieti cori.”

Così lo scaccio, e pure in me ritorna

Quel reo fantasma a lacerarmi il seno,

E il mio lungo gridar non lo distorna.

Son sogni i sogni alfin: rieda il diletto,

Fugga ogni duol, poiché da Clori è nato

Il sospirato e vago Pargoletto.

S'è pur cortese il Ciel con noi mostrato,

E la ria tema del vicin flagello

Più non ci toglie il bel piacere usato.

Oh qual contento al cor nasce novello

Pel sì felice annunzio, che mi dài,

Che rende il giorno a me più grato e bello.

Dimmi, tra tanta gioia e che farai?

Vedrò se si conforma al desir mio

L'alto piacere, in ch'ora immerso stai.

Non torrò già dal piccol gregge, ond'io

Vivo, le agnelle mie, perch'ei ne abbonda

Più che di pesci non abbonda il rio;

Ma, tralasciando di lodar la bionda

Chioma di Filli, andrò di lui cantando

Al dolce mormorio di lucid'onda.

Sì; questo è quel che gia tra me pensando:

Oh come del mio cor gli alti segreti,

Ben accorto che sei, tu vai spiando!

Or che all'ombra de' faggi e degli abeti

Sedete, o stuol de' Pastorelli amato,

Udite i canti miei semplici e lieti.

Quel Pastorello per voler del fato

Al fine è nato. Oh come lieto il giorno

Splende d'intorno! e chi vide giammai

Nel Sole i rai più belli e più lucenti?

Correte, o genti, ad ammirar qual lume

Diffonde un Nume, del Danubio in riva,

Che colla viva sua chiara beltade

In questa etade sì maligna e fera

La pace vera ne promette; e i lupi

Entro i più cupi andranno antri remoti,

E lidi ignoti varcherà col gregge,

Ché quel, che regge colassù le stelle,

Alle sue belle e sante e giuste imprese

Le mani ha stese. Oh del celeste Impero

Sommo pensiero, delle umane cose

Quanto dispose in un Pastor Bambino!

Quel Sol Divino, che lo diede a nui,

Restrinse in lui della virtude il pondo,

Che già dal Mondo iva bandita e sola.

Or si consola per cagion sì bella

Quest'alma e quella; e corre al prato, al monte,

Al bosco, al fonte ogni Pastor gridando:

“Oh memorando giorno, in cui si vede

Splender la Fede più costante e forte!

Oh dolce sorte! oh caro e bel ristoro!

O età dell'oro bella e sospirata,

Sei pur tornata a rallegrare il suolo,

Che in tanto duolo egli era e in sì gran pianto.”

Or cesso il canto, ma non cessa il core

Di balzarmi dal sen per lo contento,

Che fa provarmi un sì degno Pastore.

Né il gran piacer, ch'entro il mio seno io sento,

Esprimere poss'io colle parole,

Com'hai tu fatto in sì gentil concento.

Sol voglio girne, pria che cada il Sole

Al Tempio, e ringraziar chi n'arricchio

Di così degna e gloriosa Prole.

Andianne. Al Tempio vo' venire anch'io,

E tutti ivi impiegare i voti miei,

Acciocch'a un Padre così grande e pio

Il pegno, che gli dier, serbin gli Dei.