12. LA SERA DEL GIORNO FESTIVO.

By Giacomo Leopardi

Dolce e chiara è la notte e senza vento,

E queta in mezzo a gli orti e sovra i tetti

La luna si riposa, e le montagne

Si discopron da lungi. O donna mia,

Già tace ogni sentiero, e pei balconi

Rara traluce la notturna lampa:

Tu dormi, che t'accolse agevol sonno

Ne le tue chete stanze; e non ti morde

Cura nessuna; e già non pensi o stimi

Quanta piaga m'apristi in mezzo al petto.

Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno

Appare in vista, a salutar m'affaccio,

E l'antica natura onnipossente,

Che mi fece a l'affanno. A te la speme

Nego, mi disse, anche la speme; e d'altro

Non brillin gli occhi tuoi fuor che di pianto.

Questo dì fu solenne: or da' trastulli

Prendi riposo; e forse ti rimembra

In sogno a quanti oggi piacesti, e quanti

Piacquero a te: non io certo giammai

Ti ricorro al pensiero. Intanto io chieggio

Quanto a viver mi resti, e qui per terra

Mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi

In così verde etate! Ahi, per la via

Sento non lunge il solitario canto

De l'artigian, che riede a tarda notte,

Dopo i sollazzi, al suo povero ostello;

E fieramente mi si stringe il core,

A pensar come tutto al mondo passa

E quasi orma non lascia. Ecco è fuggito

Il dì festivo, ed al festivo il giorno

Volgar succede, e si travolge il tempo

Ogni umano accidente. Or dov'è 'l suono

Di que' popoli antichi? or dov'è 'l grido

De' nostri avi famosi, e 'l grande impero

Di quella Roma, e l'armi, e 'l fragorio

Che n'andò per la terra e l'oceano?

Tutto è pace e silenzio, e tutto pòsa

Il mondo, e più di lor non si favella.

Ne la mia prima età, quando s'aspetta

Bramosamente il dì festivo, or poscia

Ch'egli era spento, io doloroso, in veglia,

Premea le piume; ed a la tarda notte

Un canto che s'udia per li sentieri

Lontanando morire a poco a poco,

Pur similmente mi stringeva il core.