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By Auteur inconnu

M'avea la bella vision d'Amore

Così pieni di sé gli occhi e la mente,

Che ad altro non potea volgersi il core.

Come colui, che le pupille intente

Fissò nel Sol, dovunque i lumi giri,

Ha l'immago del Sol sempre presente,

Io risvegliar gli antichi miei desiri

Sentiami in petto, e muover per la via

Delle lagrime dolci e de' sospiri,

E dir quasi pentita l'alma mia:

"Perché lasciai d'amar; che me ne andrei

Cantando or con sì lieta compagnia?"

Dicea, ma ruppe i dolci pensier' miei

Romor, che seco avea tanta paura,

Quanta il folgor ne porta in grembo a i rei.

L'aria tremando polverosa e oscura

Venìa dinanzi a quel terribil suono,

Che a rammentarlo ancor m'è cosa dura.

Gli Augei del bosco, donde usciva il tuono,

Spaventati lasciaro il dolce nido

E i tenerelli figli in abbandono.

Io non ristetti già, ché a cangiar lido

La mia tema e l'altrui mi stimolava,

Tal che appena fermaimi al noto grido

Del Duce mio, che a sé mi richiamava

Dolce ridendo, e nel colore usato

La propria sicurezza dimostrava.

Come fanciullo, a cui fu già narrato

Ombra intorno aggirarsi, afflitto e roco

Teme di gir, bench'abbia il Padre al lato,

Tal mi fec'io; pur la vergogna un poco

Sospingevami il piede a cangiar l'orme,

Ch'io movea sì, ma nel medesmo loco.

Ma non sì tosto una Donna deforme

Vidi fremendo uscir dalla foresta,

Che prese il mio timor novelle forme,

E a lui mi ricovrai: ché alfin si desta

L'ardire in noi, se la speranza muore,

O se cura maggior l'altra molesta.

E dissi: "Padre", ma non uscì fuore

Tutta intera, com'or, questa parola,

Ma in parte risonò dentro del core.

E quei rivolto a me: "Figlio, consola",

Disse, "te stesso: dalla valle immonda

Quassù cosa molesta unqua non vola.

Tu sei come color, che dalla sponda

Lieti e sicuri a rimirar si stanno

Misera nave, che nell'acque affonda,

E sol provano in sen l'innato affanno,

Mossi dalla pietà dell'altrui male

Sullo spavento del lor proprio danno.

So che racchiuso nella scorza frale

Temer déi molto, come vuol la vostra

Condizione debile e mortale;

Né puoi del tutto in quest'eterea chiostra

Spogliarti l'Uom negli improvvisi eventi,

Quando senz'arte quel che può dimostra.

Ben però déi prestar fede agli accenti,

A cui precede esperienza ed opra,

Se in tua ragion di me retto argomenti;

E perché or tua virtù rimanga sopra

All'oggetto crudel, che hai nella vista,

I miei consigli e te medesmo adopra.

Colei, che tanto i tuoi pensier' contrista

Con gli occhi accesi nel color dell'ira

E colla faccia sanguinosa e trista,

E che d'intorno minacciando aggira

La rotta spada, e che s'infuria e ringe,

A guisa di Leon quando s'adira,

Ed ha mezz'elmo sulla fronte, e cinge

Rugginosa corazza al petto ignudo,

Che del suo sangue follemente tinge,

L'arco e gli strali agli òmeri, e lo scudo

Porta nella sinistra, ed ha il sembiante

Ch'ogni arme val, tanto è feroce e crudo,

Chiamasi la Vendetta: oh quante, oh quante

Stragi per sua cagion soffrì la terra

Ancor rossa di sangue, ancor fumante!

Vedila qual nell'armi sue si serra,

E l'asta vibra, e morte altrui minaccia;

Pur non v'è alcun, che con lei voglia guerra.

L'aria percuote, e il nudo ferro caccia

Nell'ombra vana de' sospetti suoi,

Tal nebbia d'ira le velò la faccia.

Ben molti saggi e molti forti Eroi

Trasse costei nella sua cieca rete,

E molti ancora ne trarrà di poi.

Mira, per quanto lo tuo sguardo miete,

Tutta d'Uomini piena la Campagna,

Che già di vendicarsi ebbero sete.

Ciascun delle vendette sue si lagna,

Dannose all'offensor, più che all'offeso,

E di lagrime tarde il volto bagna.

Quindi colui, che, d'alto amore acceso,

Venne a patir per lo peccato antico,

Con util vostro il suo precetto ha steso:

Ami l'Uom saggio il suo crudel nimico,

E lieta in pace condurrà la vita

Al Mondo, al Cielo, ed a sé stesso amico.

Chi è mai tra voi, che tal sentenza udita

Non rida obliquo, e non faccia atto schivo?

Ma ritorniam dove colei n'invita,

Ché meglio fia se coll'esempio vivo

Di lor, cui la Vendetta alfin perdeo,

Le mie ragioni ed i miei detti avvivo.

Mira il robusto Nazzaren, che feo

Colle sol' armi d'una vil mascella

Strage crudel del popol Filisteo,

Che poich'in grembo d'una Donna bella

L'incaute luci al fatal sonno chiuse,

Perdeo la chioma e 'l suo vigor con ella;

Ma appena in lui novella forza infuse

Il crin risorto, che 'l pensiero occulto

Di vendicarsi tosto si diffuse,

E crollò il Tempio, e colla rea sepulto

Gente restò nella comun ruina,

Col van piacer di non morire inulto.

Mira colui, che in riva alla marina

Elena chiama, che per non l'udire

All'adultero in sen l'orecchia inchina,

E quindi Amor deluso incrudelire,

E gridar armi e replicar vendetta,

E stimolar tutta la Grecia all'ire.

I duo Germani la lor nave in fretta

Sciolgono per l'istabile elemento,

E dopo loro ogn'altro Duce affretta.

Si turba il mare; e a vendicarsi intento,

Agamennon sagrificar non cura

La Figlia sua, purché si plachi il vento.

Troia, Cittade scellerata e impura,

E de i forti Guerrieri e del valore

D'Asia e d'Europa acerba sepoltura,

Cadesti; e il Re superbo vincitore

Passar col fuoco sulla tua memoria,

Non che sulle tue mura, ebbe l'onore.

Né lasciar volle della sua vittoria

Piccolo segno sulla Frigia arena

In testimonio di sì illustre gloria:

A tal furor la sua vendetta il mena,

Ma che giovogli, se l'amaro frutto

Misero Re poteo gustare appena,

Che Clitennestra, per cui fu distrutto

Pergamo in breve, il Vincitore uccise,

E cangiò l'allegrezza in tanto lutto?

Indi volgiti a lui, che il ferro mise

Infuriato all'empia Madre in petto,

Ma poco poi del parricidio rise.

Leva su gli occhi, e mira un fanciulletto,

In cui l'etade non agguaglia l'ire

Crude vie più nell'Africano aspetto,

Con qual alto disdegno e quale ardire

Porre la man sull'ara, e un giuramento

Orrido verso Italia profferire.

Quest'è colui, che recò tal spavento,

Quand'improvviso uscìo dall'Apennino,

Quasi venuto per la via del vento,

Che già credeva il Popol di Quirino

Veder Cartago assisa in Campidoglio,

E spento il trionfal nome Latino.

E bene ebbe a cader Roma dal soglio,

Se le dimore sue non opponea

Fabbio del fero Annibale all'orgoglio,

Che a Trebbia, a Canne, e al Trasimeno avea

Le piante giovanili al suol distese,

E il resto della selva arder volea.

Ma poi che vincitor l'Algido ascese

I sette colli a misurar col guardo,

E del Tarpeo la grand'immagin prese,

Tacque lung'ora, e a passo grave e tardo

Calò dal Monte non così fastoso

Come guerrier contra guerrier gagliardo;

E sol si contentò dal colle ombroso

Sovra il Campo Latino alzare il dito,

E partirsene poi cauto e pensoso.

Colei, che ha sparso il crine e il sen ferito,

È l'infelice Moglie di Sicheo,

Che ruppe fede al cener del Marito.

Odi come si duol che non poteo

Già vendicarsi del Figliuol d'Anchise,

Che tanto ingiuria al suo bel nome feo,

Onde sé stessa per vendetta uccise.