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Cantar non posso, e d'operar pavento
contrario effetto con la lingua al core
che vorria fare onore
a quella donna ch'ora è diva in Cielo;
ma come scoprirò del suo valore
quel che spesso fra me ragiono e sento,
e quel chiaro concento
de le sue lodi ch'io nascondo o celo,
s'ella, che vede com'io tremo e gelo,
sin da le stelle or non mi detta i versi?
L'anima bella ancor non era avvinta
del nodo onde fu cinta,
quando primiero in lei questi occhi apersi;
ma di sua propria mano il Mastro eterno
il tessea per sua gloria in mezzo il verno.
Era non di rubini o di diamanti
quel che legar dovea l'alma reale,
ma di fede immortale
e di celeste amor con dolci tempre;
né di pregio o valor si trova eguale,
né strinser mai sì bei legami e santi
sì gloriosi amanti,
in cui l'ardor con l'onestà si tempre;
né dove si gioisce e vive sempre
l'uno e l'altro beato è insieme unito
con affetto più caro in altro modo:
nobilissimo nodo,
per alto esempio de' mortali ordito,
di cui l'imago fu tra le più belle
creata innanzi al sole ed a le stelle.
A le fila lucenti e preziose,
al mirabil contesto, al bel lavoro
che vince ogni tesoro
lo qual s'asconda de la terra in seno
e de' fiumi e del mar le gemme e l'oro,
giunta la vidi, e superar le spose
più belle e più famose
che sian fra l'acque d'Adria e 'l mar Tirreno;
e d'alta maraviglia oppresso e pieno
uomo io parea che non usata luce
repente miri, allor sì nobil donna
veggendo in treccia e 'n gonna,
e cader l'arme d'ogn'invitto duce
e l'alte palme e le temute insegne;
né fur mani di scettro ancor più degne.
Non si fermava il mio pensiero in terra,
che l'invitta sua stirpe onora e cole,
ma trapassa il sole,
dove son l'alme de gli antichi augusti,
quando una donna, che teatri e scole
empie del nome chiaro in pace e 'n guerra
e i suoi nemici atterra,
ma leva al cielo i valorosi e giusti:
"Tu," disse "che già meco un tempo fusti
e mi seguisti poi sì pigro e tardo,
odi il vero da me, che pria s'intese
dov'ella il volo prese,
e parte solo in lei rivolgi il guardo
che de la gloria eterna è specchio ardente,
quasi d'angelo sia divina mente.
Quando l'anima santa al mondo venne,
l'ornò mirabilmente il sommo Padre
de le doti leggiadre
e de' bei doni e de' superni lumi
che fan più belle le celesti squadre;
né chi vicino a lui spiegò le penne
parte maggior ne tenne;
e serenando il cielo e 'l mare e i fiumi,
fiorir facendo le campagne e i dumi,
verdeggiare ogni monte ed ogni bosco,
sicure errar le mansuete greggie
col pastor che le regge,
e lasciare i serpenti il fiero tosco;
ma le ragioni a morte allor non tolse,
perché il suo merto far più chiaro ei volse.
Come ella fu ne la terrena vita
che per lei quasi diventò celeste,
le più belle ed oneste
subito empié di nobil maraviglia;
e fra le spoglie d'ostro e d'or conteste,
fra le pompe reali era nutrita;
ma pur in sé romita
spesso innalzava le divote ciglia
in guisa di chi pensa e si consiglia;
e fra i chiari trofei del padre invitto,
e i novi scettri e le corone eccelse,
fra cui vittoria scelse
l'albergo e sollevò l'imperio afflitto,
l'orme seguia, che santo piede imprime,
con la piana umiltà via più sublime.
Ma poi ch'accrebbe lei natura ed arte
con gli anni il senno e 'l suo valore insieme,
fede ed amore e speme
di terra l'innalzar quasi colomba
o com'aquila poggia a le supreme
nubi e rimira di lontana parte.
Ma non bastan le carte
a scriver quel che nel tuo cor rimbomba
quasi angelico suon d'eterna tromba;
e ben felice è quel, con cui s'accoppia,
novello Alfonso, che l'antico agguaglia
ne l'arti di battaglia,
né fu congiunta mai più nobil coppia;
ma se le giunse Amor, Morte partille,
ch'invidia al novo eroe più forte Achille".
Ciò detto avendo, la costante destra
par che volgesse a le stellanti rote
insieme con la fronte, e così disse:
"Le sue stelle son fisse;
ma quel ch'a lei mi diè mutar le puote,
mesta canzone". E poi da me disparve
qual vera dea, non com'erranti larve.