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By Torquato Tasso

Già spiegava l'insegne oscure ed adre

Morte nel freddo e tenebroso volto

d'alta regina e non parea superba,

benché lo spirto abbia nel fin disciolto

e renda il corpo a la sua antica madre

e tronchi il fiore e mieta il frutto in erba:

perché quel viso estinto in sé riserba

il primo onore, e maestà non fugge

da quel candor ch'impallidito agghiaccia,

né la disperde o caccia

l'ombra crudel che lui d'intorno adugge;

ma, come fra le spoglie e fra le palme

sovente il vincitor di nobil terra

i costumi de' vinti ancor non sdegna,

par che sì mansueta in lei divegna

chi vinse il suo mortal con lunga guerra

e scosse lei di belle e care salme;

e mentre fra le caste e nobili alme

la più nobile e casta al ciel ritorna,

Morte spietata di pietà s'adorna.

Morte ogni duro core accende e spetra

e sembra un dolce sonno in que' begli occhi,

un bel silenzio in quella fredda lingua,

materia da coturni e non da socchi.

Né fu scolpita mai gelida pietra

d'atto sì vivo che 'l dolor distingua

e desti mille affetti e mille estingua,

come 'l volto real mentre ella giace

e si riposa tra 'l dolente coro

su la porpora e l'oro

in placida quiete e 'n santa pace;

e le meste Virtù, ch'a piè le stanno,

le fur compagne in terra; e chi più s'ange,

è la più lagrimosa e la più bella;

e fra 'l pianto de gli altri e la procella

par soave armonia quant'or si piange;

pur tempra la sua lode il loro affanno,

e, se repente dopo lei non vanno,

solo quella che 'l velo onora e guarda

l'incominciato volo affrena e tarda

E ne l'invitto Alfonso arde e sfavilla

con vari modi e 'l duol s'avanza e l'empie,

e cresce amore e 'nsieme il suo tormento.

Né 'l fato accusa o l'aspra sorte o l'empie

Parche; né freme tra Cariddi e Scilla,

né 'n duro scoglio mormorando il vento,

come il dolor che trova al suo lamento

ogni varco rinchiuso e dentro ferve,

ove non è chi loda o chi risponda;

né la ragion v'affonda

perch'ogni voglia al fin s'acqueta e serve;

ma pur membrando i tempi lieti e i mesti,

gli atti benigni e gravi e le sembianze,

e quel lume del cielo in terra apparso

e poi del mondo dileguato e sparso,

e 'l desio de' figliuoli e le speranze

che la gloria immortal gl'infiammi e desti

de l'uno e l'altro Alcide, alme celesti,

e 'l suo vedovo albergo e l'alta reggia,

in gran tempesta di pensieri ondeggia.

Ma l'Italia di stridi il cielo empiendo

e sparsi i crini e gli occhi in lei conversi

squallida pianse e miserabil vecchia:

"Barbara è morta, oimè! quai casi avversi

o qual percossa più mortale attendo?

Che minaccia Fortuna ed apparecchia?

Ma se affanno e martir di rado invecchia,

questo m'uccida e sia l'estremo colpo

che mi trafigga l'alma e passi il core

col pungente dolore,

ché se mi trae di vita io non l'incolpo.

Oimè! l'alma real di puro velo

vedendo cinta e di leggiadri nodi

sperai già troppo: or se ne scinge e spoglia

perché rimanga in me perpetua voglia,

ché di veri miei pregi e d'alte lodi

serbo amara memoria e non la celo,

benché sia fatta sì odiosa al cielo;

e sotto al sol turbato, a l'aura fosca

a gran pena me stessa e lui conosca.

Io veggio frali in me, se non inferme,

le membra afflitte e son domata e vinta,

ed amo il peso che più volte ho scosso.

Archi e teatri e simulacri e terme

mirai distrutti e quella gloria estinta

ch'adombrava l'imperio allor commosso.

Metalli e marmi io più drizzar non posso

a gloriosi; anzi tra 'l mare e l'Alpe

respingo a pena e 'n su gli alpestri gioghi

i barbarici gioghi,

e già facea tremare Abila e Calpe,

Atlante, Olimpo, e tolsi e diedi i regni,

vidi insegne e trofei giacer, deposto

a la statua d'Augusto il gran diadema:

la Spagna m'inchinava e l'India estrema,

le parti d'Austro e d'Aquilone opposto,

e tranquillai quell'ire e quelli sdegni;

onorai d'alti premi i chiari ingegni;

cinsi la terra e quasi il mar profondo

di schiere e d'arme, e fei le mura al mondo.

Ma, qual incendio che s'infiammi e sparga,

da gli aspri monti ne' miei dolci campi

più volte si versò spietato orgoglio

perch'una volta appresso l'altra avvampi

e sempre sia di sangue altrui più larga;

e vidi presa Roma e 'l Campidoglio,

né rupe in Apennino o 'n mare scoglio

da' barbari sicuro, e intorno 'ntorno

piene tutte le piagge e tutti i lidi

d'orrida morte i' vidi,

e vergognoso oltraggio e grave scorno.

Ma 'n questa mia gentile e vaga parte

dove l'Adria s'allaga e 'l re de' fiumi,

la stirpe d'Azzo ebbe sì il cielo amico

che difese l'onore e 'l nome antico,

la sua fé, le sue leggi e i suoi costumi;

e son di lei tante vestigia sparte,

tante illustri memorie in vive carte,

onde vecchia sperai, che più s'apprezza,

caduco onor di giovenil fortezza.

Tu d'augusti e di re sorella e figlia,

d'alta progenie che l'imperio accrebbe

e duo mondi domò, ma vinse a Cristo,

né per Cristo donarli ancor gl'increbbe,

speranza m'aggiungesti e meraviglia,

tal ch'obliava ogni mio vano acquisto,

e col tuo sangue al mio confuso e misto

credeva alzarmi al cielo: or teco insieme,

Barbara, i' caggio, e teco giaccio e teco

ogni mio lume è cieco:

oh credenza fallace, oh falsa speme!

Per te barbaro nome amai pur dianzi

ch'era odioso, or me 'n rimembro e torpo;

per te stimai vil danno ogni ruina.

Or faccian sacra tomba, alta regina,

ogni sparso edificio al nobil corpo,

ogni mole caduta, e i monti avanzi

quanti ne fian, quanti ne furo innanzi;

e se 'l mio grembo stretto e picciol sembra

sia l'Europa sepolcro a queste membra".

Così disse l'Italia; e del suo pianto

corse torbido il Po su l'alta riva,

e lagrime spargea con dogliose urne,

e gran rimbombo e sospiroso usciva

da la Parma e dal Taro e Mincio e Manto;

e Barbara sonar l'aure diurne,

Barbara risonar l'aure notturne,

e Barbara fremean le selve e i colli,

Barbara mormorava il mar vicino,

Barbara l'Apennino

pur come turbo i tronchi offenda e crolli

e 'naspri il verno e cresca il nembo, o come

si veggia senza il sole il ciel rimaso;

e mugghiava il Tirren che l'onde imbianca

or su la destra sponda or su la manca,

e piangean le sorelle il mesto occaso;

donne e donzelle con incolte chiome

su l'Arno sospirar l'amato nome;

e 'n suon, qual non udì Cefiso ed Ebro,

Barbara ancor chiamò gemendo il Tebro.

E le voci d'Italia e i mesti accenti

oltra l'Alpe nevose ancor s'udiro,

e la funebre pompa e le facelle

sol quelle somigliar che 'n lungo giro

il gran re de la Persia a varie genti

già dispose fra l'India e 'l varco d'Elle;

col grande annunzio pur d'alte novelle

così tosto affrettò la Fama il passo,

anzi 'l volo spiegò con l'ali impigre,

appo cui lenta è tigre

e 'l volar d'ogni augello è tardo e basso;

mille sonanti lingue ancor disciolse

Cesare invitto, e i gloriosi regi

ne l'occidente empié d'amaro lutto;

né Germania ritenne il viso asciutto,

ma senza l'or, senza ornamenti e fregi

vestissi a bruno e duol con duolo accolse;

e come rimbombò mentre si dolse

l'Istro e l'Ercinia e via più lunge Ardenna,

scriver non può questa mia stanca penna.

Ma tu, salita da gli oscuri abissi

di questo umano oblio, da l'orrid'ombre

fra cui s'oscura ogni celeste raggio,

di maraviglia e di piacer t'ingombre

mirando i lumi erranti e i lumi fissi

sotto a' be' piedi, e 'l sole e 'l suo viaggio

che ne ritoglie e torna aprile e maggio,

che ti par strada obliqua e strada angusta,

mentre vola il tuo spirto e ti conduce

al ciel ch'è pura luce,

ed incontri per via l'anima augusta

e l'altre così belle e così degne

che già portaro in terra il grave incarco

di corone e di scettri, e 'nsieme ascendi;

ed ambo gli emisperi a scherno prendi,

e stimi l'oceano un picciol varco

dove spiegar le gloriose insegne;

e 'nfiammi in Dio ciò che raffredda e spegne

la morte al mondo; e già del Re superno

vedi la gloria in quel trionfo eterno.

Canzon, se fama antica oggi non mente,

bebbe Artemisia, con lodato esempio,

il cener freddo; il mio signor la fiamma

mandò nel casto petto e se n'infiamma,

e non arse più bella in sacro tempio:

non dirlo a lei, che d'amor vero ardente

fra que' divini cori il vede e sente;

ma il narra a la sorella: essa ti prenda,

e i miei lamenti e l'altrui lodi intenda.